Medea di Euripide secondo Angeletti

di

Giuliano Angeletti

 

PERSONAGGI

Medea
Giasone
Creonte
Nutrice
Pedagogo
Glaude
Egeo
Ecate (dea con le sue ninfe)
Coro
Tre Medea (Medea amante, Medea madre, Medea assassina)
I due figli di Medea e Giasone: Mermero e Fere 

Fondo neutro, un trono al centro e due piccoli troni ai lati, alcuni tappeti sul palco .


Greonte gira per la scena preoccupato, Giasone lo ascolta e cerca di rassicurarlo: Glaude rimane in disparte
CREONTE: Giasone purtroppo non riesco a tranquillizzarmi: e vorrei tu mi capissi 
(pausa)
Visto la mia tarda età tu presto diventerai re e mia figlia regina e il figlio che ha in grembo l’unico erede che poterà lustro a Corinto … una nuova dinastia nata dal sangue di Creonte e da un grande eroe come te … ma il problema rimane Medea e i suoi due figli, ora tu la dovrai incontrare ma prima voglio parlarle io, ma è l’incontro con te che mi preme di più
GIASONE: Non preoccuparti Creonte, sarà un incontro sereno, non devi preoccuparti. Medea è una maga, ma non talmente malefica di come la descrivono, è solo una barbara che io ho già domato
CREONTE: Ma è una donna, rozza e crudele come tutti gli abitanti della Colchide: non bisogna fidarsi di lei: conosce mille artifici ed anche i suoi figli sono dello stesso suo sangue
GIASONE: 
Mio re! Dimentichi che sono anche i miei figli… sangue del mio sangue
CREONTE: Si sangue del tuo sangue, ma anche il figlio di Glauce è sangue del tuo sangue solo che Glauce è mia figlia ed io sono un re ed il regno è uno solo …
GIASONE: Solo gli dei sanno e prevedono il futuro degli uomini
CREONTE: Solo  gli dei hanno ragione e ci conducono con la loro potenza dove vogliono e sono giudici della nostre sorte … io ho sempre desiderato che la dea Afrodite è riuscita non solo ad assecondare il vostro amore ma anche a convincere me ad unirvi in matrimonio … ma nel caso dei figli che hai avuto dalla barbara
(pausa)
Questi sono veramente un problema
GIASONE: Mio Re non capisco che problemi possono darci in questo momento, sono piccolissimi hanno quattro e cinque anni… non vedo la ragione di tutti questi timori
 CREONTE: Solo  gli dei possono sapere quello che accadrà quando i tuoi figli diventeranno grandi… l’unica soluzione è quella di scacciarli dalle mie terre e con loro anche la madre : o al limite
(pausa)
Perdonatemi dei per quello che sto pensando in questo momento 
GIASONE: No .. questo non lo posso permettere … almeno fino al giorno in cui io sarò presente: però se fossi assente
GLAUDE: Caro sposo e pregiato padre, io sono rimasta in disparte: ma voglio essere partecipe della vostra disputa non solo perché sono futura regina ma moglie e prossima madre. Quello che io esigo ma non per me ma per amore del figlio di un eroe che porto in grembo è che abbia una vita serena e che non abbia particolari problemi nel momento in cui debba ereditare le mie proprietà e lui diventare il nuovo re: e sto parlando in maniera esplicita a voi due, perché io non posso vivere nell’ansia: per cui ho pensato che per noi è molto più equo avere i tuoi figli qui o Giasone che non in esilio, perché qui possiamo tenerli d’occhio ed approfittare del  momento buono per farli entrare nel  regno di Ade :  avete capito! Io non voglio problemi per il figlio che sta per nascere! Altrimenti sposo mio: io ti consiglio di tornare con la tua barbara e vivrai con lei e i tuoi figli una miserabile vita da esiliati
CREONTE: Ben detto Glauce, sei una degna figlia di Creonte
GIASONE: Mi state mettendo alle strette, anche tu mia sposa: però il mio amore per te è più grande del dolore che volete procurarmi : ed io scelgo te mia bionda Glauce ed il figlio che hai in grembo diventerà un potente e saggio re … ma in quanto a Mermere e Frere … io non voglio essere presente quando accadrà quanto è stato deciso dagli uomini
( tutti escono di scena, nel frattempo si sente il grido di disperazione di Medea )
(entra in scena la nutrice visibilmente sconvolta)
( si sente fuori campo un pianto  disperato e una grande disperazione, è Medea che si lamenta)
NUTRICE: La mia padrona è  distrutta dal dolore, vive di pianti e di lamenti: come vorrei che la nave di nome Argo non avesse oltrepassato mai le ombrose Simplegadi, approdando verso la Colchide; e che i maestri d’ascia non avessero abbattuti i pini e piegato i legni con il  fuoco e recisi con la scure i remi a quegli eroi che, per il re Pelia, andarono a cercare il Vello d’oro. E quanto avrei voluto che  Medea, la mia padrona, non avrebbe preso il mare verso Iolco e le sue torri, con il cuore sconvolto dall’amore per Giasone; e non avrebbe persuaso le figlie di Pelia ad uccidere il padre: quanto avrei voluto che  lei non fosse venuta ad abitare in questo paese di Corinto, con il marito e i figli. Esule, e tuttavia gradita ai cittadini, viveva in perfetto accordo con Giasone: ed è una gran fortuna quando la donna è in armonia con l’uomo. Ora invece il fato e il popolo tutti gli sono contro, è ferita nell’affetto più grande: Giasone ha tradito lei la mia padrona e i figli e si è unito a una principessa: ha sposato la figlia di Creonte, che regna su questa terra. E Medea, infelice, offesa, ora invoca  giuramenti, chiamando a testimone tutti gli dei piangendo,  cercando comprensione per tutti i torti ricevuti da Giasone , si consuma nel dolore , passa il  suo tempo a piangere per l’oltraggio subito 
Non alza gli occhi, non solleva il volto da terra. Come scoglio, come onda del mare, è sorda ai consigli degli amici. A volte, piegando il collo candido, tra sé e sé piange suo padre, la sua terra e la casa, tutto ciò che ha tradito per seguire un uomo che oggi la disonora. Sotto il peso della sua sventura ha ben compreso, l’infelice, cosa vuol dire perdere la patria. Tanto li amava che ora odia anche i figli, tanto amore ed ora tanto odio e non prova gioia a vederli. Ho paura che mediti qualcosa di tremendo. Il suo cuore è violento, non sopporterà di essere offesa. E’ una donna terribile: chi si scontra con lei non canterà vittoria così facilmente.
Ma ecco i figli, hanno finito di giocare. Loro innocenti del dolore della madre non si curano: i giovani non conoscono il dolore.
PEDAGOGO: Schiava della mia padrona, vecchia fedele a Medea  perché te ne stai ferma e triste sulla porta di casa a lamentarti? E Medea, come mai permette che tu la lasci sola ?
NUTRICE: Vecchio custode  le sventure dei padroni toccano il cuore dei servitori. Ed ora il mio dolore si è fatto così grande da gonfiarmi il cuore e spingermi a gridare alla terra e al cielo e agli dei la disgrazia della mia padrona.
PEDAGOGO: Piange sempre la povera disperata, perché non si mette il cuore in pace?
NUTRICE: Ma che dici? Il suo dolore è solo all’inizio!
PEDAGOGO: Povera donna, e a pensare che ancora è ignara delle nuove sciagure.
NUTRICE: 
Che dici, vecchio? Parla! Non tenermi all’oscuro!
PEDAGOGO: 
No, è meglio che non parlo: sono cose troppo crudeli.
NUTRICE: 
Ti supplico, non nascondere nulla a una compagna di schiavitù; se vuoi io manterrò il silenzio.
PEDAGOGO: Casualmente, mi trovavo nel luogo dove si gioca ai dadi, e  là, presso la fonte sacra di Pirene, un gruppo di persone parlavano di Giasone e  fingendo di non prestare ascolto, ho udito un tale dire che Creonte, vuole scacciare da Corinto la barbara e per quanto riguarda i figli non ha ancora preso decisione alcuna. Tuttavia non sono certo che la notizia non sia esatta come sai mia cara,  se ne dicono tante e molte volte senza nessun fondamento di verità.
NUTRICE: Povera Medea e poveri ragazzi, un triste destino li attende … ma Giasone?
PEDAGOGO: Giasone pensa solo a diventare re, e al nuovo erede che nascerà dalla principessa Glauce.
NUTRICE: le disgrazie per Corinto non hanno mai fine.
PEDAGOGO: Ma queste sono solo confidenze infondate,  mi raccomando non mi sembra  il caso che Medea lo sappia.
(arrivano i bambini e la nutrice li abbraccia e li bacia)
NUTRICE: Sentite, figli, vostro padre come vi tratta, vi ama o vi trascura? Lui è molto cambiato ora  è crudele con la sua famiglia!
( i bambini non parlano, ma abbracciano e baciano la nutrice)
PEDAGOGO: Nutrice, proprio ora ti accorgi che l’uomo ama solo  per interesse, proprio ora ti accorgi che il padre, a causa di una donna, non ama più i suoi figli?
NUTRICE: Rientrate in casa, bambini, sarà meglio. E tu tienili lontani il più possibile, e fai in modo che non vadano vicino alla madre esasperata. Ho già visto il suo sguardo posarsi su di loro, torvo, come se si preparasse a qualcosa; perché la sua collera non sbollirà se non si scaglia contro qualcuno
MEDEA: ( fuori campo) Sciagurata che sono, infelice, quanto soffro! Ahimè, vorrei morire!
NUTRICE: Ecco, figli cari, è vostra madre con l’animo sconvolto dal furore. Presto, entrate in casa, state lontano dai suoi occhi, non vi avvicinate a lei, badate, ha il carattere fiero e la natura tremenda degli orgogliosi. Andate, entrate in casa, presto. I suoi lamenti, che ora si levano appena, come una nuvola, tra poco esploderanno con la violenza di un uragano. Povera donna stretta nella morsa del dolore?
( i bambini escono di scena con il pedagogo)
MEDEA: ( fuori campo) Ahimè sono infelice, io soffro distrutta dal dolore, soffro immensamente. Maledetti figli, maledetto Giasone, voglio vedervi morire e voglio vedere questa casa in rovina, con tutti i suoi abitanti.
NUTRICE: Povera me che cosa mi tocca sentire! Che cosa centrano i figli loro non devono subire a colpa del padre? Perché li odi loro ti amano ? Io temo, bambini che vi accada qualcosa. Tremenda è la volontà dei re: obbediscono solo al bieco interesse e mai sono mossi da pietà poco, senza mezze misure. Misura è un nome che vince solo a pronunciarlo; misura è la scelta migliore per gli uomini. L’eccesso non reca alcun vantaggio, provoca sciagure più grandi di quelle di un demone. Non cessa il dolore della donna infelice, il dolore di una famiglia di cui mio malgrado io sono schiava non mi rallegra.
Ma ora questa famiglia non esiste più, è finita. Lui si è legato alla figlia del re, lei, dentro le stanze, consuma la sua vita e non ha nessuno accanto a sé, nessuno che la conforti con parole amiche, nessuno che la aiuti a piangere.
MEDEA: ( fuori campo) Zeus colpiscimi con uno dei tuoi fulmini mortali? Quale senso ha per me vivere ancora? Non torturarmi re degli dei ,  aiutami inceneriscimi con i tuoi fulmini donami una morte atroce.
NUTRICE: O padrona, o mia Medea gli dei sentiranno il grido di dolore della madre infelice 
Ti prego non invocare la morte, perché vuoi affrettarla? Se il tuo sposo ti ha ripudiato 
non adirarti per questo; non consumarti in lacrime per lui: Zeus è saggio e  saprà vendicarti.
MEDEA: ( fuori campo) O grande Temi ascolta e tu, divina Artemide, vedi quanto soffro. Io avevo legato a me con giuramenti solenni quest’uomo infame: che ora vorrei tanto vederlo morto e con lui, sua moglie, e con loro la casa intera, e tutti  con loro coloro che osarono recarmi offesa. O padre mio, mia patria che ho tradito: quanto mi manchi, a me che ho lasciato dopo aver ucciso mio fratello in modo indegno.
NUTRICE: Per tutti gli dei, la mia padrona ha invocato Temi, la dea delle promesse, e Zeus, il dio che garantisce i giuramenti degli uomini? Placare la sua collera non sarà facile, ma devo cercare di farla ragionare
(pausa)
Esci Medea, ragiona … mitiga la tua giusta collera, non ti farò mancare il mio  affetto
( al pubblico)
Cercherò di farla uscire prima che faccia del male a qualcuno, accecata tanto è dal dolore.
 Lo farò; anche se temo di non riuscire a persuaderla, mi sforzerò tuttavia, per amor suo. Se qualcuno dei servi si avvicina a lei per dirle una parola, con sguardo feroce essa lo fulmina, come una leonessa che ha appena partorito.
Non ha torto chi dice che gli uomini di un tempo furono degli stolti: per le feste, i banchetti ed i conviti inventarono gli inni che rallegrano la vita; ma non c’è musica né canto di molte voci che plachi i dolori crudeli che loro infliggono, a causa loro si sono abbattute sulle case tremende sventure  causa di morte e di sventure tremende che annientano le case. Eppure sarebbe utile ai mortali curare le sciagure con i canti; ma non è possibile i dolori non si placano né con il vino né con la musica.
(si sentono i lamenti di Medea)
NUTRICE: Ho sentito risuonare gemiti e lamenti; è lei che grida il suo dolore acuto, sento la sua voce sempre più vicina contro lo sposo crudele, traditore.
Ha subito ingiustizia e invoca Temi, figlia di Zeus, Temi che veglia sui giuramenti … Temi che l’ha spinta sulle rive dell’Ellade,  di notte, attraverso le onde salmastre,
fino allo stretto dove si apre il mare, perché è stato un giuramento la causa delle sue sventure
( entra in scena Medea)
MEDEA: Mia cara e fedele nutrice, non pensare che io  non abbia sentito tutto quello che hai detto ecco, sono uscita di casa non per voglia ma perché tu non abbia niente  da ridire. 
NUTRICE: Per gli dei ! Questa donna è veramente una maga!
MEDEA: Nutrice, so che vi sono molti uomini superbi, in pubblico e in privato; e altri che, per i loro modi riservati, si sono procurati la cattiva fama di persone insensibili. Ma non c’è giustizia negli occhi di coloro che, solo a vederlo, odiano un uomo prima di conoscere il suo cuore e senza averne ricevuto offesa. Certo è necessario che uno straniero si adatti alla città che lo accoglie; ma non apprezzo neppure il cittadino arrogante che per la sua ignoranza si rende odioso agli altri.
La sciagura che mi ha colpito all’improvviso mi ha spezzato il cuore; è finita, ho perduto la gioia di vivere, voglio solo morire. Lui, che era tutto per me, si è rivelato il peggiore degli uomini.
Di tutte le creature che hanno anima e cervello, noi donne siamo le più infelici; per prima cosa dobbiamo, a peso d’oro, comprarci un marito, che diventa padrone del nostro corpo – e questo è il male peggiore. Ma c’è un rischio più grande: sarà buono o cattivo? Separarsi è un disonore per le donne, e rifiutare lo sposo è impossibile. Se poi vieni a trovarti tra nuove usanze e abitudini diverse da quelle di casa tua, dovresti essere un’indovina per sapere come comportati con il tuo compagno. Se ci riesci e le cose vanno bene e il marito sopporta la convivenza di buon grado, la vita è bella; se no, meglio morire. Quando si stanca di stare a casa, l’uomo può andarsene fuori e vincere la noia in compagnia di coetanei o di amici: noi donne invece dobbiamo restare sempre con la stessa persona. Dicono che viviamo in casa, lontano dai pericoli, mentre loro vanno in guerra: che follia! E’ cento volte meglio imbracciare lo scudo piuttosto che partorire una volta sola.
Ma questo vale per te e non per me; tu vivi nella tua città, nella casa paterna, hai una vita serena, l'affetto dei tuoi cari; io sono sola, senza patria, e l'uomo che da terra straniera mi ha rapito come una preda, ora mi oltraggia; non ho una madre, un fratello, dei parenti da cui trovar rifugio in questa mia sciagura. Da te vorrei una cosa sola: se mai trovassi un modo, un mezzo per far pagare a quell’uomo il male che mi ha fatto, a lui, alla fanciulla che ha sposato e all’uomo che gliel’ha data in sposa, tu non parlare, taci! Di solito una donna è piena di paura, non sa usate la forza, trema al vedere un’arma; ma quando è offesa nei suoi diritti di moglie, non vi è cuore che sia più sanguinario del suo.
NUTRICE: Tacerò, Medea. E’ giusto che tu voglia vendicarti del tuo sposo, e non mi meraviglio se piangi sulle tue sventure. 
Ma ecco Creonte, il re di questa terra, che sicuramente viene ad annunciare le sue nuove decisioni, il suo sguardo è truce: ed io che sono una schiava non mi è permesso né presenziare né ascoltare: ed è giusto che mi congeda: mi raccomando padrona cerca di essere cauta.
MEDEA: non curarti di me nutrice … ora vai e lasciami solo con Creonte 
NUTRICE: Che gli dei ti perdonino e ti siano propizi
( la nutrice esce di scena:  entra in scena Creonte)
CREONTE:  Tu, barbara che inveisci contro tuo marito, sei piena di furore e con lo sguardo torvo, Medea, parlo con te, guardami non distogliere lo sguardo, io sono il re di Corinto: e come re ti ordino di andartene in esilio, via da questa terra, con i tuoi figli, subito e prima che giunga la sera! L’arbitro di quest’ordine sono io, e non mi muoverò, non tornerò a palazzo, prima di averti fatta gettata fuori dal paese del quale comando. 
MEDEA: Disperata che sono, ahimè, è finita la mia vita. Gonfiando il petto i miei nemici avanzano su di me ed io non ho un luogo  dove approdare in questa mia sventura. Mi sento morire. E tuttavia voglio domandarti: Creonte, perché mi scacci da questa terra? 
CREONTE: Io  ho paura di te – non userò pretesti – ho paura che tu faccia a mia figlia un male irreparabile. Ho molte ragioni per temerti: sei abile, esperta in malefici, e soffri perché sei rimasta priva del tuo uomo. Il popolo dice di te che minacci di fare del male a me solo perché ho dato in sposa mia figlia, al tuo sposo. Non voglio che accada qualcosa a lei e al frutto che ha in grembo. E’ meglio che mi faccia odiare da te ora, piuttosto che rimpiangere tra qualche tempo  la mia clemenza. 
MEDEA:  Non è la prima volta che  ahimè, purtroppo la mia triste fama mi precede e mi reca danno procurandomi immense sciagure. Ma un uomo saggio non dovrebbe mai educare i suoi figli oltre misura: così si guadagnano sì fama ma anche invidia e odio dei concittadini. Se proponi qualche cosa di nuovo agli ignoranti, gli stessi diranno che  non sei una persona saggia; e se ritengono che tu sia superiore a coloro che sembrano avere molte conoscenze, sarai detestato nella tua città. Ecco, questa è la mia sorte ed il fato che mi perseguita. Per il mio sapere, c’è chi mi invidia e vorrebbe imitarmi e invece chi i mi odia, altri mi ritengono innocua, altri pericolosa; eppure io non sono poi così sapiente come credono! Tu re hai paura di me; hai paura di subire un’offesa: non temere duce di Corinto, Creonte, non sono in grado di nuocere ad un potente. E poi, tu quale torto mi hai fatto? Hai dato tua figlia all’uomo che ti piaceva: io lo detesto ma tu,  hai agito con saggezza. Non provo invidia per la tua fortuna: godetevi le nozze e siate felici, ma lasciate che io rimanga in questa terra. Sopporterò l’offesa in disparte, nessuno si ricorderà di me: ormai io sono una donna vinta. 
CREONTE: Barbara, le tue parole sono concilianti, ma io sento che non sei sincera e  mediti qualcosa di tremendo. Per questo di te mi fido ancora meno di prima. E’ più facile parare i colpi da una donna irascibile che da una persona fredda, che sa tacere. Medea vattene al più presto dalle mie terre perché non voglio più ascoltarti; ho deciso così e non esiste artificio che ti faccia rimanere presso di noi, tu che ci sei nemica, tu odi Creonte e tutta la sua dinastia. 
( Medea si inginocchia davanti al re)
MEDEA: Per le tue ginocchia, per la giovane sposa, ti supplico, non mi scacciare!
CREONTE: Perdi il tuo tempo o  maga, non potrai convincermi. 
MEDEA: Ascolta o re le mie preghiere,  non mi scacciare? 
CREONTE: Devo farlo perché più di te, io amo la mia casa. 
MEDEA: Patria mia, come ti rimpiango! 
CREONTE: Corinto mi è cara come cara è mia figlia e il suo erede che ha in grembo
MEDEA: Tua figlia è innamorata del mio sposo, che sciagura che è l’amore!
CREONTE: Barbara malefica ! Mia figlia ha un nome, e il suo nome è Glaude la futura regina di Corinto, ricordati. 
MEDEA:  Zeus, hai ascoltato la voce del colpevole di tutto questo. Io sono la vittima
CREONTE: Vattene, dai miei possedimenti: non voglio più vederti. 
MEDEA: Non hai pietà per la mia pena 
CREONTE: Tra poco le mie guardie ti cacceranno . 
MEDEA: No, non farlo, Creonte, io ti chiedo, un ultimo favore…
CREONTE: Vuoi ancora tormentami, maga!
MEDEA: Me ne andrò, da te non invoco più pietà. 
CREONTE : Perché insisti, allora, ed in ginocchio  ti aggrappi alle mie mani? 
MEDEA: Lasciami ancora  un giorno solo, un giorno: voglio pensare a dove rifugiarmi, a come mantenere i miei figli, poiché dei figli il padre non si cura, sempre se me li lascerai. Abbi pietà di loro, sei padre anche tu. Di me e dell’esilio non mi importa, è per loro che piango, per la loro sorte. 
CREONTE: Non ho davvero il cuore di tiranno e spesso la mia pietà mi ha rovinato; anche ora so di sbagliare, donna, e tuttavia avrai quello che chiedi: ma ti avverto, se all’alba di domani tu e i tuoi figli sarete ancora entro i confini di questa terra, morirai: ti giuro che non mento. Ora però, se vuoi, rimani, per un giorno solo: non avrai il tempo di commettere le azioni terribili che temo. 
( Creonte esce di scena)
(entra in scena la nutrice)
NUTRICE: Infelice, mia padrona! E adesso dove andrai ?
In quale casa, in quale terra troverai riparo dalle tue sventure? 
O Medea, in quale tempesta di mali  senza scampo ti hanno gettato gli dei! Ed io disperata per te non ho la facoltà di seguirti perché schiava, ed alle schiave non è concesso il seguire le disgrazie dei padroni
MEDEA: La mia sorte è disperata, nessuno può porne rimedio? Ma non finirà così, credi. Pensi davvero o cara nutrice che io mi sarei prostrata nei suoi confronti come fossi una vinta se non per tramare a mio vantaggio? In altri momenti non gli avrei rivolto nemmeno la parola, non lo avrei toccato con le mani se non ne avessi avuto il motivo.  E’ stato tanto sciocco da concedermi di rimanere un altro giorno, eppure poteva scacciarmi e stroncare così i miei piani
NUTRICE: Cara Medea, abbandona i tuoi piani … che pur non sapendoli mi appaiono funesti, lascia tempo al tempo ci penseranno gli dei a vendicare i tuoi torti
MEDEA:  Nutrice, ti prego non cercare di dissuadermi dal volere de fato ed ora lasciami sola con in mio dolore , e vai … rientra in casa dai  miei figli
NUTRICE: Padrona i tuoi figli sono in casa sorridenti che stanno giocando: loro  non hanno  bisogno di me… io voglio rimanere con te
MEDEA: ( alterata) io voglio che tua vada da loro: e alla svelta altrimenti ti faccio bastonare perché per volere del  re fino a domani rimango ancora la tua padrona
 NUTRICE: Vado, vado ma io sono preoccupata per te
(la nutrice esce di scena)
MEDEA: ebbene, in questo giorno attuerò la mia grande vendetta, io farò morire i miei nemici. Posso farli morire in molti modi e non so quale scegliere: potrei dare fuoco alla casa oppure penetrare furtiva nella stanza nuziale e affondare una spada affilata nel cuore degli sposi. Ma c’è un ostacolo: se mi sorprendono mentre varco la soglia con intenzioni ambigue, mi uccideranno: e che gioia per i miei nemici! E’ meglio scegliere un’altra via, quella in cui sono più esperta: sì, li ucciderò con il veleno di cui io sono regina. 
E dopo quando , sono morti? Dove andrò in esilio? In quale polis ? Chi mi ospiterà, dopo quello che  farò,  nessuno mi offrirà più rifugio e protezione ? E, nel breve tempo dell’attesa, troverò una via di salvezza, allora li ucciderò, con l’inganno e senza la mia presenza Ma se, per disgrazia, sarò costretta ad esiliare, impugnerò la spada e, a costo di morire, li ucciderò tutti, e lo farò in nome della dea che venero e che considero mia alleata, per Ecate, che solennemente siede al mio focolare, io  giuro che nessuno di loro riderà per il dolore che mi stanno infliggendo. Giuro per la mia dea  che saranno amare le loro nozze. Coraggio, Medea! Non risparmiare nessuna erba per le tue pozioni ; affronta questo spaventoso presente , adesso devi solo essere forte e coraggiosa. Guarda che cosa ti hanno fatto, non sembri neppure più una donna, adesso sembri un relitto! No, i tuoi nemici non devono ridere di te,  questi discendenti di Sisifo alle nozze di Giasone: tuo padre Medea è un uomo nobile, tu discendi dal Sole; sai molte cose, e poi, sei una donna, e noi donne per natura siamo incapaci di belle azioni ma nelle arti del male siamo molto esperte, e tu Medea sei una maestra, invoco te Ècate dea Magsa, protettrice della Colchide mia patria lontana . 
ÈCATE: ( dea con le sue ninfe) Infelice Medea che mi hai scelto come protettrice, come vedi ormai stravolta è tra gli uomini la giustizia e sconvolti sono ormai i valori. Gli uomini meditano inganni, vacillano la loro fede sugli dei, ma tu avrai dolore e gloria mia fide Medea e tutte le donne per te saranno onorate , nessuna voce infamante colpirà più le donne. Tu Medea, folle d’amore hai lasciato la casa del padre e hai navigato sul mare in tempesta , oltrepassando le rocce gemelle lasciandoti dietro  la stessa tempesta ; ora vivi in terra straniera ed  hai perduto il tuo sposo , il talamo ora è vuoto , e tu, infelice, sei stata cacciata in esilio in modo indegno. Ormai non esiste  più rispetto per i giuramenti  e il pudore nell’Ellade è volato via. E tu mia protetta non hai più, sventurata Medea,  la casa di tuo padre, 
dove trovare scampo dalle pene; un’altra regina è padrona del tuo letto e governa ora la tua casa.  Ecco arriva Giasone, io rimango perché solo la tua mente illuminata può vedermi.
(entra Giasone)
GIASONE: Tu Medea non sei una donna, ma un mostro . Tu in te hai un' indole selvaggia e  brutale questo è per tutti un male senza rimedio, ed io  l’ho constatato spesso, tu sei una barbara irrecuperabile. Se ti fossi piegata al volere di Creonte potevi rimanere qui, in questa casa, e invece, per i tuoi discorsi folli, ti fai scacciare ed esiliare. E poi non contenta continui gridare al mondo che Giasone è il più infame degli uomini. Ma a me non importa di essere infangato, le tue parole non mi feriscono; ma per quello che hai detto contro il re e sua figlia  è molto grave tanto da essere punita perfino con la morte: ma Creonte ti teme ed ha paura dei tuoi malefici anche dopo morta: ed è per questo che ti ha solo condannato all’esilio. Ti assicuro che in cuor mio sempre ho cercato di placare l’ira dei sovrani , non volevo che tu venga esiliata, ma tu, ostinata nella tua follia, hai contribuito che tutto ciò accadesse. Io sono lo sposo di Glauce e diventerò un giorno re: ma non rinnego la mia famiglia ed ecco, adesso sono qui per provvedere a te, donna,  ho del denaro da darti perché senza denaro, senza mezzi; è dura  la via del proscritto, e anche se tu mi odi io non potrei mai volerti male, perché un giorno io ti ho amato.
MEDEA: Infame! Non trovo parola peggiore per definire la tua viltà. Osi presentarti a me, a me, essere odioso, il più odioso a me, agli dei e a tutto il genere umano, con l’alibi di dirmi che un giorno mi hai amato, ed ora mi scacci. Non è segno di coraggio né di audacia guardarmi in faccia dopo tutto il male che mi hai fatto: è impudenza soltanto, il peggiore dei vizi umani. Ma hai fatto bene a venire: mi sentirò più leggera dopo averti detto quello che penso senza remore  di te, mentre per te sarà un tormento ascoltarmi. Incomincerò dal principio.  Io ti salvai la vita e la vita la salvai a tutti voi  – lo sanno tutti i Greci che insieme a te salirono sulla nave Argo – quando fosti mandato ad aggiogare i tori che soffiavano fuoco e a seminare il campo della morte. Ricordi,  il serpente che sorvegliava  il Vello d’oro e nel groviglio delle sue spire lo teneva avvinto, fui io ad ucciderlo, e ti salvai la vita per la seconda volta. Per te  e per il tuo amore tradii mio padre, la mia famiglia, e con te venni a Iolco, seguendo il cuore più che la ragione: Pelia ucciso nel modo più crudele, per mano delle sue figlie: ho annientato la sua casa e la sua famiglia . E  tu come ringraziamento mi hai tradito, infame, con una nuova donna. E avevi dei figli, non hai pensato a loro. Se non fossero nati io ti avrei potuto perdonare, ma ora non posso più . Non c’è più fede nei giuramenti; forse gli dei di  non esistono più per te o pensi che tra gli uomini l’infamia è diventata una nuova legge? Io non lo so, ma  tu sai bene di avermi tradito e giurato il falso. Infame , quante volte hai mi hai stretto a te, quante volte mi hai baciato, ma era tutto vano, e le mie speranze sono state tradite.
Ora voglio rivolgermi a te in maniera calma ed amichevole , anche se da te non mi aspetto di ottenere niente di buono ma le mie domande ti faranno apparire ancora più reietto: adesso dimmi, dove vado, chi mi accoglie con la triste fama che mi perseguita? Nella mia patria, mio padre, che ho tradito per te, non so se mi accoglierà e mi perdonerà ? Dalle  figlie di Pelia? Mi fai ridere chissà come sarebbero felici di accogliere colei che le spinse a uccidere il padre! Ecco la verità io sono nemica alla mia famiglia e, per causa tua, ho nemici coloro a cui non era necessario che facessi del male, i quali non vedrebbero l’ora di aspettarmi con i ferri acuminati per vendicarsi. Per altre persone invece, per molte donne greche sono una moglie felice: ed ho un marito meraviglioso e fedele, e se devo andarmene in esilio via da questa terra, priva di amici, e sola; fa parte della vita delle donne greche che vengono ripudiate che vergogna per il novello sposo che manda la sua passata moglie e i figli a mendicare , ed  io che ti ho dato la mia vita ed ho salvato la tua. O Zeus, perché mai a noi donne ci hai concesso in questa terra a torto non ritenuta barbara  di subire senza torto il marchio di un uomo malvagio? 
ÈCATE: ( dea con le sue ninfe)Tremenda è la voce concessa all’ira, quando vi è una contesa. Medea sacro è il tuo giuramento, non eccedere in parole
GIASONE: Adesso non so se  devo dare fuoco alla mia eloquenza, o come un bravo timoniere, ammainare  le vele per sfuggire alla tempesta della tua lingua. 
Medea come sempre esageri i tuoi meriti: io sono sicuro e credo che per la mia impresa devo la salvezza ad Afrodite, ad Afrodite sola, che fra gli dei e fra gli uomini si è mostrata compiacente . Tu sei una donna scaltra ed intelligente, ma non ammetti che Eros, con le sue frecce infallibili, ti costrinse a salvarmi. Ma non voglio insistere su questo: il tuo aiuto, comunque, non è stato vano. Dalla mia salvezza però hai ricevuto più di quanto hai dato; ascolta: prima di tutto, non vivi più in una terra di barbari ma in Grecia; conosci la giustizia, non usi più la forza ma le leggi; per la tua sapienza sei nota a tutti gli Elleni: se abitassi ancora laggiù, ai confini del mondo, nessuno parlerebbe di te. Io, per me, non vorrei una casa piena d’oro né una voce più dolce di quella di Orfeo, se fossi destinato ad una sorte oscura. Per quanto riguarda le mie imprese, questo è tutto: e sei stata tu a provocarmi a parlare. 
Ed ora perfida barbara, per le mie nozze con la figlia del re: ti dimostrerò che sono stato saggio,  per te e per i miei figli. Perché tu dirai! Ed io eloquentemente ti risponderò. Quando giunsi a Corinto da Iolco, trascinandomi dietro sciagure irrimediabili, per me quale fortuna poteva capitarmi da esule, se non sposare la figlia del re? E se io l’ho fatto :  l’ho patto non perché serbassi rancore nei tuoi confronti – è questo il tuo tormento – non per desiderio di avere una moglie nuova e più giovane. Io volevo ed ambivo ad una cosa più pregiata: vivere bene, ed in modo agiato: perché la povertà non ha amici, e poter allevare i figli in modo degno al mio rango : io presto diventerò re e mio figlio che prossimamente nascerà diventerà a sua volta re.  Ho ragionato male? Non lo diresti certo, se la gelosia non ti soffocasse. Siete fatte così, voi donne: tutto funziona se funziona il letto, ma se qualcosa va male, ciò che era bello e buono diventa detestabile. Sarebbe meglio che gli uomini generassero i figli in altro modo, che le donne non esistessero: così non ci sarebbero più guai. 
ÈCATE: ( dea con le sue ninfe)Giasone, eroe infame , sei stato molto eloquente, ma non sei riuscito ad incantare Medea … ed io stessa non deluderò la principessa della Colchide 
MEDEA: Certo Giasone, io non sono una donna greca ed in molte cose mi contraddistinguo. Per me, se un uomo o un dio fa promesse vane, non è un uomo giusto e merita la più dura delle pene, perché crede di nascondere i misfatti con le parole ma non sempre riesce. Come te, ad esempio: non venirmi di fronte con la tua aria onesta e la tua lingua sciolta. Mi basterà dirti una cosa: se non eri un vile, dovevi celebrare queste nozze col mio consenso, e non a mia insaputa: comportandoti come un ladro. 
GIASONE: Perché! Se  io fossi venuto da te, tu mi avresti dato  un bel consenso o il tuo cuore si sarebbe invece mutato in implacabile furia, come adesso che non sei ancora riuscita a placare la furia del tuo cuore!
MEDEA: Non per questo hai taciuto il tuo misfatto: la triste verità è che il matrimonio con una donna barbara non avrebbe dato lustro alla tua vecchiaia e al tuo passato di eroe. 
GIASONE: Cerca di capire: di nuovo cerco di ripeterlo non è per amore di una donna più bella e più giovane  che ho sposato la figlia del re. 
MEDEA: Non voglio masticare la mia amarezza, io so che destino attende al sangue del mio sangue! 
GIASONE: Tu vivi di malefici, mostrati più saggia: non chiamare dolore la prosperità e non ritenerti sfortunata, sei viva, Creonte ha fatto uccidere gente per molto meno. 
MEDEA: Insulta pure: tu ridi; io invece dovrò andarmene in esilio. 
GIASONE: Sei tu che l’hai voluto. 
MEDEA: Che cosa ho fatto? Adesso sono io che ho preso moglie, sono io che ti ho tradito? 
GIASONE: Hai scagliato maledizioni empie sul re. 
MEDEA: Anche per te io sono una maledizione, ma una maledizione infinita. 
GIASONE: Non voglio più discutere. Se per i figli, per te, vuoi del denaro che vi sia di aiuto nell'esilio, parla: sono pronto a donare con mano generosa, ti darò anche dei segni di riconoscimento da mostrare ovunque andrai, i miei amici ti tratteranno bene. Se rifiuti, sei pazza: sarà meglio per te se plachi il tuo furore. 
MEDEA: Dei tuoi ospiti non ho bisogno, non voglio nulla da te , non devi darmi nulla. I doni di un vile portano solo sventura. 
GIASONE: Gli dei mi siano testimoni: io voglio essere per te una mano amica ma con arroganza respingi; così, soffrirai di più. 
MEDEA: Vattene: ti prenderà la voglia della novella sposa se resti troppo tempo via da casa. E dunque godi! Ma, se un dio mi ascolta, un giorno, le tue delle tue infamie dovrai pentirti. 
( Giasone esce di scena)
ECATE: ( dea con le sue ninfe) L’amore, quando è troppo violento, procura negli uomini solo crudeltà, non fama e neppure virtù. Ma se Afrodite se ne prende cura è una grazia divina senza pari. 
O dea dell’amore, perché hai colpito Medea con la freccia del desiderio, la freccia del tuo arco d’oro che non lascia scampo: e poi sei fuggita abbandonandola in malo modo che è il dono più bello degli dei. 
O dea tremenda, non sconvolgere più il suo cuore, hai dato a Giasone la brama di letti altrui. Hai suscitato liti furiose, discordie senza fine curandoti solo dell’infame uomo hai abbandonato la donna che ti adora.
O patria ,  casa abbandonata, che non vorrebbe mai avere lasciato: nel pianto e nel dolore conduce una vita miserabile, morire vorrebbe prima di vedere il prossimo  giorno e non esiste pena più grande che il tradimento e lo sconforto.
Quello che dico hanno i miei occhi come testimone,  non l’ho udito raccontare da alcuno; nessuno, in Corinto, ha pietà di Medea che soffre le pene più crudeli. Muoia senza amore colui
che dopo aver conquistato la fiducia e l’amore non ha rispetto del giuramento e lo tradisce. 
Giasone il vile non potrà mai essermi caro. 
( escono di scena Ecate e le ancelle)
(entra in scena Egeo)
EGEO: Salute a te, Medea; credo che questo, per gli amici, sia il saluto più bello. 
MEDEA: E a te salute, Egeo, figlio del saggio Pandione. Come mai sei qui, a Corinto quale lume ti ha spinto in queste terre? 
EGEO: Sono stato a consultare oracolo di Apollo. 
MEDEA: E per quale motivo sei andato a consultare gli dei  all'ombelico del mondo? 
EGEO: Per sapere se posso avere figli. 
MEDEA: Ma non ne hai avuti, in tutto questo tempo ? 
EGEO: Non ne ho avuti: così ha voluto un dio malefico. 
MEDEA: E che cosa ti ha risposto, il dio Apollo? 
EGEO: Parole troppo ardue per la mia mente chiusa. 
MEDEA: Posso conoscere il responso l’oracolo del dio? 
EGEO: Certo: una mente sottile come la tua può comprendere. 
MEDEA:  Che cosa ha detto ? Se è lecito di saperlo. 
EGEO: “Non liberare il piede che dall’otre sporge…”
MEDEA: Prima di fare cosa, di arrivare dove e come ? 
EGEO: “…prima di aver fatto ritorno al focolare paterno”. 
MEDEA: E cosa ti ha portato a sbarcare in questa terra? 
EGEO: C’è un tale Pitteo che regna su Trezene… 
MEDEA: Sì, è il figlio di Pelope, un uomo con molto acume. 
EGEO: A lui voglio riferire l’oracolo di Apollo. 
MEDEA: E’ un uomo sapiente, infatti, ed esperto in oracoli. 
EGEO: Ed è anche il più caro fra tutti i miei amici. 
MEDEA: Buona fortuna, allora, sono sicuro che otterrai ciò che brami. 
EGEO: Ma tu Medea, perché hai quegli occhi tristi e il viso così afflitto? 
MEDEA: O Egeo, ho un marito che è ingrato. 
EGEO: Che dici? Spiegati meglio, e non disperare 
MEDEA: Giasone mi reca offesa  e senza che io ne abbia dato motivo. 
EGEO: Che cosa ha fatto? Dimmi senza timore. 
MEDEA: Mi ha ripudiato ed ha sposato un’altra donna. 
EGEO: Ha osato davvero fare una cosa simile? 
MEDEA: Prima mi amava e adesso mi disprezza. 
EGEO: Ti odia per amore di un’altra? 
MEDEA: Ha un grande amore: e ha tradito la sua famiglia, abbandonando me e i suoi figli
EGEO:  Vada in malora, se è vile come dici e conoscendoti tu sei alla verità. 
MEDEA: Vuole imparentarsi con la famiglia del re: a questo ambisce,  diventare re 
EGEO: A questo dunque è arrivato? Parla, dunque! 
MEDEA: Creonte, il re di questa terra Corinzia, ha voluto Giasone l’eroe come genero . 
EGEO: Comprendo il tuo dolore, Medea! 
MEDEA: Sono perduta: e per di più mi cacciano da questa terra. 
EGEO: Una sciagura segue l’altra! 
MEDEA: E’ Creonte che mi esilia da Corinto. 
EGEO: E Giasone acconsente una simile infamia? 
MEDEA: A parole no, ma non mi fido più di lui . Ed ora mi rivolgo a te, saggio Egeo e, per il tuo volto, per le tue ginocchia, ti prego, ti supplico: abbi pietà di me e della mia sventura, non lasciarmi vagare, sola senza meta, in esilio, accoglimi nella tua terra, in casa tua e ti prometto che per tutta la mia vita potrai beneficare dei miei servigi. E per questo interpellerò anch’io gli dei in modo che ti concedano ti concedano i figli che desideri, e possa tu vivere felice! Non sai quale fortuna hai trovato in me, la tua sterilità avrà fine, ti nasceranno dei figli: io conosco farmaci potenti, parola di Medea. 
EGEO: Quello che chiedi io te lo concedo, Medea, e per molte ragioni: gli dei, innanzi tutto, per i figli che mi prometti  e che sono ormai il mio unico pensiero. Ma solo a questi patti: io quando sarai giunta nella mia terra, ti ospiterò, come è giusto con tutti gli  onori. Ma per ragioni che sai ed immagini: non posso essere io a portarti via da Corinto. Se verrai nella mia città e nella mia casa, ti darò asilo e non ti consegnerò a nessuno in modo che tu non debba mai subire nessuna vendetta. Ma da Corinto devi andartene da sola: capisci verso i miei ospiti non voglio essere in colpa. 
MEDEA: E così sia. Ma su quello  che hai detto giura in nome degli dei…
EGEO: Non hai fiducia in me? Temi qualcosa, hai bisogno di aiuto? 
MEDEA: Ho fiducia. Ma la casa di Pelia mi è nemica e mi è nemico Creonte. Se ti leghi a un giuramento, non permetterai mai per gli dei che mi portino via dalla tua terra, ma se ti impegni solo a parole, potresti diventare loro amico, tradirmi  e cedere alle loro richieste: io sono una donna debole e loro sono ricchi e potenti. 
EGEO: Parole avvedute e previdenti, le tue. Se così vuoi, io lo farò e così avrei un pretesto di fronte ai tuoi nemici: è il modo più sicuro per me, e più sicura sarai tu stessa. Dimmi su quali dei devo giurare. 
MEDEA:  Giura o Egeo sulla Terra, e sul Sole, che è padre di mio padre, e su tutta la stirpe degli dei. 
EGEO: Giuro di fare o di non fare che cosa? Dillo. 
MEDEA: Giura che non mi scaccerai mai dalla tua terra e se qualcuno dei miei nemici vorrà portarmi via, giura che di tua volontà non mi consegnerai, finché sei vivo.
EGEO: Per la Terra e per la fulgida luce del Sole, per gli dei tutti, io giuro: farò quello che dici. 
MEDEA: E che cosa ti accadrà, se tradisci il giuramento? 
EGEO: Quello che accade agli empi e agli spergiuri. 
MEDEA: Ora tutto va bene, prosegui dunque in pace. Raggiungerò la tua città al più presto, dopo aver fatto ciò che devo e ottenuto ciò che voglio. … intanto prendi questa pozione, la sera prima di coricarsi e fallo bere anche alla tua degna sposa e presto avrai un erede: questo è il regalo che Medea ti fa e ti renderà  felice
EGEO: ti ringrazio, saggia Medea e che il  tuo augurio e la tua pozione mi siano di buon auspicio: sarai presto accolta a casa mia
ECATE: ( dea con le sue ninfe) Egeo nobile uomo , ti accompagni a casa il figlio di Maida il dio dei  viandanti e tu possa per volere degli dei allietare la casa con molti figli 
MEDEA: O Zeus, divina  giustizia, luce del Sole ascoltami ! Ho finalmente imboccato la strada che mi darà giustizia sui miei nemici, ora finalmente c’è speranza che paghino le loro colpe. Nel momento della mia angoscia, quest’uomo saggio è apparso: è lui il porto dove getterò gli ormeggi, giungendo alla città e alla rocca di Pallade.
Ora mia dea ti  rivelerò  i miei piani: so che non ti farà piacere quello che dico. Io manderò a Giasone uno dei miei servi per pregarlo di venire da me; e quando sarà giunto, gli parlerò con gentilezza, gli dirò che sono d’accordo con lui, che ha fatto bene a tradirmi per sposare la figlia del re; e la sua è stata una decisione utile e saggia. Gli chiederò anche che i miei figli rimangano a Corinto, non perché voglia abbandonarli in un paese ostile, esposti agli oltraggi dei nemici, ma perché penso di uccidere la figlia del re con un inganno. Li manderò da lei a portarle dei doni, li manderò dalla sposa, perché non li scacci da Corinto, con un peplo sottile e una corona d’oro; se prende questi doni e se ne adorna, morirà in modo atroce e insieme a lei chiunque la tocchi, perché saranno intrisi di potenti e sconosciuti veleni di cui nell’Ellade non esiste rimedio.
Ma ora basta, farò molto di più. Se penso a quale azione compirò dopo questa: ucciderò i miei figli, nessuno potrà salvarli. E dopo aver distrutto  la casa di Giasone in modo che nessuno ne abbia più ricordo me ne andrò da Corinto, via lasciando la città infame nell’angoscia, la strage dei miei figli da me teneramente amati. Sia come sia e accada quello che vogliono gli dei: a che serve vivere? Non ho più patria, non ho più casa e alle sventure non c’è rimedio, non ho più scopi . Ho sbagliato allora, non dovevo seguire il mio cuore,  quando abbandonai la casa di mio padre fidandomi  nelle parole false di un greco: che ora da me  pagherà tutto, se dio mi aiuta! I figli che ha avuto da me non li vedrà più ne vivi ne potrà piangerli da morti per il resto della vita, e dalla giovane sposa altri non ne avrà perché, coi miei veleni, io la farò morire in modo atroce e con lei morirà anche il greco che ha in grembo. Non credere dea  che io sia sciocca oppure debole o mite: altra è la mia natura, coi nemici crudele, mentre buona e gioviale con gli amici veri. E’ un carattere il che procura gloria e fama nella vita quanto tristezza ed angoscia.
ECATE: ( dea con le sue ninfe) Mia protetta  questo è dunque il tuo piano. Ma io Medea  ti consiglio di non farlo malgrado io sia la dea della magia ti prometto che non sarai punita per lo spergiuro: pensaci, non farlo!
MEDEA: E’ impossibile, non posso;  tu parli così perché non soffri quel che soffro io.
ECATE: ( dea con le sue ninfe) Medea avrai il coraggio di uccidere i tuoi figli?
MEDEA: Solo così Giasone sarà ferito a morte.
ECATE: ( dea con le sue ninfe) Ma anche tu, donna infelicissima soffrirai per tutta la vita!
MEDEA: Basta. Ormai ogni parola è vana. 
(pausa)
MEDEA: Nutrice : tu ora vai e convinci Giasone a venire ; a te ricorro sempre quando devo fidarmi, se mi vuoi bene davvero e se hai cuore di donna.
NUTRICE: Vado mia padrona, ma calmati e pensa a quello che fai
MEDEA:Vai e non pensare, tu devi solo eseguire mia fida
(la nutrice esce di scena)
ECATE: ( dea con le sue ninfe) Mia adorata Medea fin dai tempi più antichi la fortuna  accompagna i discendenti di Eretteo: tutti , vivono in una sacra, mai violata terra e possiedono la sapienza più nobile, i discendenti si muovono leggeri nell’aria luminosa della città dove un tempo – si racconta che le nove, sacre Muse generarono la bionda Armonia. E narrano gli dei  che Afrodite attinga alle belle acque del Cefiso e diffonda su questa terra brezze miti e leggere. Fiori di rosa profumati le cingono i capelli, e alla Saggezza manda compagni i suoi Amori, perché insieme a lei siano artefici di ogni virtù. Questa città dei fiumi sacri, questa terra ospitale per gli amici come potrà accogliere te, l’empia assassina dei figli? Prima di colpirli, pensa, pensa a quale delitto stai per compiere. No, per le tue ginocchia ti imploriamo, ti supplichiamo, non uccidere i tuoi figli. Dove troverai nella mani il coraggio e nell’animo l’audacia spaventosa di colpire al cuore i figli? Come potrai posare  lo sguardo su di loro  e condannarli a morte senza lacrime? Quando si getteranno ai tuoi piedi per supplicarti tu non potrai con animo fermo bagnare le tue mani col loro sangue. I di  nuovo ti scongiuro e ti giustifico: se tu spergiuri e non compi il  tuo giuramento … i dea dei giuramenti mai e poi mai mi vendicherò di te e ti perdonerò per non aver compiuto il tuo scempio
Ecco Giasone in arrivo cavalcando la sua tracotante superbia
(entra Giasone)
GIASONE: Mi hai mandato a chiamare. Eccomi qui. Non posso rifiutarmi, anche se mi sei nemica. Dunque ti ascolto: che cosa vuoi ancora da me?
MEDEA: Giasone, futuro e saggio re di Corinto per le cose che ho detto prima, ti  prego di essere indulgente e  ti prego di perdonarmi; devi capire la mia ira  i miei furori in nome delle prove d’amore che ci siamo scambiate fra di noi in tutti questi anni. Io ho molto riflettuto fra di me e mi sono detta:” Medea sei una stupida ed una folle, perché mi oppongo senza speranza a coloro che prendono sagge decisioni, ho capito che ho perso in partenza , troppo debole sono per lottare  contro i sovrani e contro mio marito? Lui fa quello che per noi è più saggio, sposa la figlia del re, vuole dare dei fratelli ai miei figli; vano ed inutile è il mio rancore, perché non è utile rifiutare la provvidenza degli dei? Ho  due figli che sono la mia vita  sono esule dalla mia terra, ho pochi amici”. Così ragionando ho compreso e soffocato  il mio inutile furore. Ora tornata savia approvo e penso che sei nel giusto a procurarci questa parentela; sono io la sciocca: e finalmente ho  capito che dovevo condividere i tuoi progetti , favorire le tue nozze, e occuparmi della tua sposa con gioia. Ma noi donne siamo quel che siamo, siamo donne e non perfette , per non dir di peggio perché noi ragioniamo con il  cuore senza permettere alla mente di pensare. E tu che sei speculare non dovevi abbassarti al mio livello e ribattere sciocchezze alle sciocchezze. Giasone ti chiedo perdono: riconosco il mio  male, ma adesso ho preso la giusta decisione.
Figli, venite qui, figli,
(entrano i figli che raggiungono la madre)
 abbracciate vostro padre, salutatelo insieme con me e insieme a me dimenticate il rancore che avete sentito da vostra madre. Ecco, la pace tra noi è fatta, la collera è svanita. Ora ragazzi prendete la mano di vostro padre . Mio dio, perché mi angoscia il pensiero di sciagure occulte? O figli, per quanto tempo ancora potrete tendere le braccia a vostro padre? Ahimè, come sono facile al pianto e alla paura. La lunga contesa con vostro padre è finita ma i miei occhi si riempiono di lacrime e di tristezza.
ECATE: ( dea con le sue ninfe)  Anche i miei occhi sono gonfi di pianto; temo che accadano sciagure ancor più gravi, temo le tristezze future.
GIASONE: Le tue parole di redenzione mi piacciono, Medea, e per quello che hai detto prima, non ti biasimo e ti perdono. E’ naturale che una donna si infuri se il marito l’abbandona e combina nuove nozze. Ma il tuo animo finalmente è cambiato ed è mutato in meglio, hai capito, col tempo, qual è la decisione più congrua per te e i tuoi figli: sei una donna saggia. E voi, figli: vostro padre ha cercato di darvi il maggior bene possibile, con l’aiuto di dio; in questa terra Corinzia sarete ancora i primi, io credo, insieme a tuo fratello che sta per nascere. Crescete e diventate grandi, intanto: al resto penserà vostro padre, col favore degli dei. Voglio vedervi giungere alla giovinezza, fiorenti e forti più dei miei nemici.
Ma tu, perché tante lacrime, perché distogli lo sguardo e impallidisci? Non ti fa piacere quel che dico?
MEDEA: Non è questo. Stavo pensando ai figli… presto non li vedrò più.
GIASONE: A loro penserò io. Ed in maniera degna.
MEDEA: Si; mi fido delle tue parole; ma una donna è per debole e facile al pianto.
GIASONE: Ma perché piangi tanto sui tuoi figli?
MEDEA: Io li ho generati, sono nati nel mio grembo: e quando auguravi loro buoni auspici, mi ha preso lo sgomento. Tu sei venuto a parlare con me per due ragioni: dell’una abbiamo detto, ora ti parlerò dell’altra. Creonte vuole esiliarmi (ed è meglio per me, lo riconosco, non vivere più qui, non essere di impaccio a te e ai sovrani che mi credono nemica). Me ne andrò dunque lontano. Ma i figli, loro che fine faranno.
GIASONE: Non so se riuscirò a persuaderlo, però voglio provare a farli rimanere.
MEDEA: Chiedi a tua moglie di supplicare il padre: pensa ai nostri figli!
GIASONE: Certo lo farò, e spero di convincerla; 
MEDEA: E in questo anch’io ti aiuterò, perché loro sono innocenti; ho pensato, manderò i bambini a portarle dei doni, fra i più belli che esistano oggi al mondo, un peplo sottile e una corona d’oro. Che un’ancella me li porti qui, presto! La futura regina sarà felice, mille volte felice, di aver trovato in te uno sposo così nobile e di possedere gli ornamenti che un tempo il padre di mio padre, il Sole, donò ai suoi discendenti. Prendete figli, questi pregiati doni di nozze, portateli alla figlia del re, sposa felice, metteteli nelle sue mani: non potrà disprezzarli.
GIASONE: Ma non capisco il perché te ne privi? E’ una pura follia! Credi che a Glaude non abbia vesti e che manchi l’oro nella casa del re? Conservali tu, non darli via, perché potresti averne bisogno. Se la mia donna ha qualche stima di me, mi preferirà all’oro, ne sono certo. Io sono un eroe e gli eroi non si misurano con l’oro che possiedono
MEDEA: Non parlare così, sai benissimo. Dicono che i doni persuadano anche gli dei; e per gli uomini l’oro vale più delle parole. Il destino è con lei, con lei è la fortuna, è giovane, ha il potere; ed io, per salvare i miei figli dall’esilio, darei la vita, non oro soltanto. Ma ora andate, figli, entrate nella ricca dimora del re e pregate la nuova moglie di vostro padre – mia sovrana -, supplicatela di non mandarvi in esilio. E offritele questi doni, ma badate che li riceva lei nelle sue mani e solo lei. Venite e andate figli, fate presto; e poi tornate da vostra madre con la buona notizia che desidera. (entrano i figli con i doni)
(Giasone e i figli con i doni per la regina escono di scena)
ECATE: ( dea con le sue ninfe)   Non c’è più vita, triste sorte per la vita dei bambini, purtroppo vanno verso un triste destino. L’ infelice Glaude riceverà, il dono fatale della corona d’oro. Sui capelli biondi d’oro con le sue stesse mani lei stessa poserà  il diadema che la condurrà verso l’Ade. Il peplo indosserà e cingerà l’aurea corona, sedotta dalla sua grazia  e dal divino fulgore; per i morti si veste ormai la sposa, la giovane sposa presto entrerà nel regno del non ritorno, così  l’infelice,  non sfuggirà al suo destino. E tu, Giasone  sventurato, che con tristi nozze ti sei legato alla famiglia del re, con l’ardire di diventare tu stesso potente e temuto:  non sai che porti alla rovina i figli e a una fine orrenda la tua sposa.  Sventurato, non sai come t’inganni sulla tua sorte. Ma anche te Medea compiango e il tuo dolore,  madre infelice che i figli vuoi uccidere per un letto nuziale, il letto che il tuo sposo ha tradito per unirsi con un’altra donna.
PEDAGOGO: Signora ecco i tuoi figli, liberi dall’esilio. E la sposa ha accolto lietamente i doni nelle sue mani: per i figli, nella reggia, è pace. Ma perché mai ti turbi e sei triste ora che la fortuna è amica? Perché non accogli con gioia quel che dico?
MEDEA: Che gli dei abbiano pietà!
PEDAGOGO: Non si accorda il tuo grido con le mie notizie, io ti ho dato buone notizie.
MEDEA: Dei perdonatemi e ascoltatemi!
PEDAGOGO: Ti ho forse annunciato una sventura?
MEDEA: Hai portato solo una notizia; non hai colpa per cosa accadrà.
PEDAGOGO: Perché allora sei disperata e piangi?
MEDEA: Non posso fare altrimenti; gli dei ed io, abbiamo ordito tutto questo.
PEDAGOGO: Fatti coraggio: anche tu ritornerai, con l’aiuto dei figli, e gli dei sono amici di coloro che soffrono, loro non ti abbandoneranno mai
MEDEA: Ma prima altri se ne andranno dove non torneranno, e sempre per causa della mia follia
PEDAGOGO: Non sei la sola madre ripudiata e costretta a separarsi dai figli; noi mortali siamo succubi del destino che gli dei ci serbano.
MEDEA: E’ quello che farò, seguirò il mio infausto destino. Ma tu rientra in casa e provvedi ai ragazzi, come fai ogni giorno tieni loro compagnia ed educali solo come tu sai fare.
Figli, miei figli, 
(arrivano i figli di Medea il pedagogo è uscito di scena)
ora avete una città e una casa, dove vivrete per sempre senza vostra madre, che presto dimenticherete perché abbandonata nella sua sventura. Io me ne andrò, esule, in un'altra terra lontana, non potrò godere di voi, non vi vedrò più  vivere felici, non preparerò più i lavacri di rito, e i letti nuziali, e le vostre spose non potrò adornarle né levare alte le fiaccole, il giorno delle nozze. Maledetto il mio orgoglio e la mia sventura. Per niente vi ho allevato, figli, e ho penato e sofferto per voi , dopo aver patito i dolori atroci del parto. E quante speranze avevo riposto in voi che eravate la mia unica vita, la mia unica speranza: pensavo che mi avreste assistita nella mia vecchiaia e, quando fossi morta, mi avreste sepolto con le vostre mani: e per sempre compianto! Ma erano solo illusioni, ora purtroppo svanite. Senza di voi vivrò una vita fatta di pianti e dolorosa. Vostra madre, non la vedrete più, perché passerete anche voi ad altra vita, una vita nelle tenebre .Ma perché mi guardate così, figli miei? Perché mi sorridete, come per l'ultima volta, perché mi abbracciate? Mio dio, che devo fare? Mi manca il cuore se guardo gli occhi luminosi dei miei figli, che mi amano. No, non posso farlo dovrò rinunciare ai miei progetti. Porterò i figli con me in esilio. Perché il progetto di punire il padre facendo del male a loro e procurandone a me due volte tanto non mi sembra ora più equo? No, non posso più farlo. Rinuncio.
(pausa)
Ma che cosa dico, non posso farmi vincere dall’amore materno! Non posso lasciare impuniti i miei nemici perché ridano di me? No, devo farlo. Questa mia debolezza è una viltà. Figli, entrate in casa. E se qualcuno non può assistere a questo sacrificio, si allontani. La mia mano non tremerà, la mia vendetta sarà atroce. No, no, anima mia, non puoi far questo, sono i tuoi figli 
(voce della dea della coscienza – fuori campo con la solita voce di Medea -)
 Lasciali, sciagurata, risparmiali! Vivranno con te ad Atene, saranno la tua gioia. 
MEDEA: No, per i demoni infernali, non posso, per gli dei vendicatori, non sarà mai e poi mai che io abbandoni i figli all’oltraggio dei nemici: perché io so che moriranno uccisi da un sicario appena  Glaude metterà alla lue il prossimo erede al  trono. I  miei figli devono morire. E se così dev’essere,  li ucciderò io che li ho messi al mondo e non un freddo sicario . Tutto è deciso ormai, tutto è inevitabile. Ecco; ora Glaude ha sul capo ha la corona, è già avvolta nel peplo la giovane e bionda regina, in questo momento muore: io lo so. Ed ora mi avvio sulla strada del dolore e manderò i miei figli verso un destino ancora più doloroso . Voglio salutarvi. Datemi la mano, figli, date la mano a vostra madre, perché la baci, quanto vi amo come amo questa mano, e questa bocca e la figura e il bel volto dei miei figli, siete figli di Medea bellezza Colchide e di Giasone il  biondo eroe! Siate felici, ma non qui, nella prossima vita: qui vostro padre vi ha tolto tutto e presto la vita. Com’è dolce questo abbraccio tenero abbraccio e tenera pelle e soave e dolce è il respiro dei miei figli. Andate, andate via amori miei; non posso più guardarvi, entrate in casa le sventure mi vincono. So quanto male sto per fare ma la passione dell’animo non si placa  ed è causa delle sciagure più grandi in questo mondo – la passione dell’animo è più forte in me della ragione, spero che quando ci rincontreremo nel regno delle ombre, voi figli miei comprenderete il mio grande amore ed il mio grande gesto. Tante volte ormai ho intrapreso la via dei ragionamenti filosofali sottili  e mi sono impegnata in discussioni superiori alla capacità di un uomo,  perché gli uomini ci sottovalutano e ci discriminano, ma solo perché in cuor loro ci temono . Perché noi donne di qualsiasi nazionalità abbiamo una Musa che ama parlarci di sapienza; certo non a tutte: sono poche le donne - forse una fra mille -che non siano estranee alle Muse. E dunque io vi dico: a tutte quelle che non hanno mai generato figli, voi siete più felici di quelli che ne hanno avuti. Chi non ha figli non può sapere se procurano gioia o dolore. Gli  uomini, non possono sapere quante angosce gli sono risparmiate. Chi invece ha in casa figli che nel crescerli vive invece  nel continuo tormento, io per esempio soffro ,prima per allevarli bene, poi per lasciar loro da vivere. E mentre chi non ne ha non si affanna non sa, perché non può sapere se saranno buoni o cattivi. Infine, il male estremo, il peggiore di tutti i mali: quando sono giunti al fiore della giovinezza, hanno quanto basta per vivere, e sono dei bravi giovani: eppure,  se un dio vuole così,  la Morte te li rapisce se li porta nell’Ade. Che vantaggio c’è dunque ad aver figli se oltre a tutte le altre sciagure gli dei aggiungono anche questo dolore, il più tremendo, il più atroce? Da tempo sono qui in attesa degli eventi e guardo, come andrà a finire laggiù, nella regale dimore di Creonte… Ma ecco uno dei servi di Giasone: respira con affanno e certo viene ad annunciare qualche nuova sciagura.
MESSAGGERO:  Medea: hai commesso un orribile delitto: fuggi, fuggi, o per terra o per mare, con qualunque mezzo, fuggi da questa terra!
MEDEA: Che cosa accade, perché dovrei fuggire, racconta ma prima prendi fiato?
MESSAGGERO: Medea, cosa hai fatto!  E’ morta la figlia con il figlio in grembo del re insieme a suo padre Creonte: sono morti per i tuoi veleni.
MEDEA: Mi porti una bellissima notizia: sei un benefattore, caro messaggero gli dei siano con te.
MESSAGGERO: Che dici? Medea sei impazzita forse? Hai distrutto la famiglia del re: Corinto non ha più una stirpe reale e ti rallegri alla notizia, non hai dunque paura delle conseguenze?
MEDEA: Io saprei come risponderti ed anche a tono; ma ora prendi fiato e parla, amico, e senza fretta; dimmi come sono morti: se la loro fine è stata atroce, mi renderai ancora più felice. Gli dei mi sono stati vicino
MESSAGGERO: Quando i tuoi figli sorridenti giunsero insieme al padre alla casa degli sposi, ne fummo lieti e noi servi che eravamo in pena e comprensivi per le tue sventure; di bocca in bocca correva tra il popolo la notizia che, fra te e il tuo sposo, l’antica contesa era finita ed avevate trovato un accordo. Baciavamo le mani, le bionde teste dei bambini, erano il ritratto della felicità ed io, pieno di gioia, li seguii nelle stanze delle donne. La padrona, che oggi tristemente onoriamo , prima ancora di scorgere i tuoi figli, posò lo sguardo ardente su Giasone; ma poi si coprì gli occhi e distolse il volto pallido, turbata alla vista dei bambini era inferocita. E il tuo sposo cercava di calmare la sua ira e diceva: ” Glaude, non essere ostile alle persone che amo, volgi la testa, placa il tuo furore, deve esserti caro chi è caro a tuo marito, rimangono sempre i  miei figli. Accetta i doni che ti portano e, per amor mio, chiedi a tuo padre che non condanni all’esilio questi piccoli, penseremo noi a loro”. Quando vide i gioielli lei non seppe resistere e tutto promise a suo marito. Tanto che ripeté “ si in seguito dopo la nascita dell’erede, noi penseremo a loro, ed è meglio che rimangano a noi e non alla barbara”. Prima ancora che padre e figli fossero lontani dalla casa, la futura regina prende il peplo ricamato e lo indossa, mette sul capo la corona d’oro e davanti allo specchio luminoso si acconcia i biondi capelli, sorridendo alla sua muta immagine che esaltava la giovanile bellezza. Poi si alza dal seggio e se ne va per la stanza posando i piedi candidi, leggera: felice per i doni che ha ricevuto, la donna più bella di Corinto si alza più volte sulle punte dei piedi per guardarsi indietro. Ma poi avviene qualcosa di terribile: Glauce impallidisce, retrocede obliqua, tremando in tutto il corpo, sta per cadere a terra dopo barcollando riesce appena ad accasciarsi sul suo seggio. Una vecchia ancella pensa che sia un attacco di follia, un assalto di Pan o di qualche altro iddio che le vuole male, e innalza un grido di preghiera; poi vede la bava bianca che esce dalla bocca, le pupille stravolte, il corpo pallido esangue. Allora emette un grido di dolore. Subito un’ancella corre dal padre e un’altra dallo sposo, ad annunciare la sciagura. La casa risuona tutta di passi precipitosi e confusi. Nel tempo in cui un veloce corridore percorre lo spazio dello stadio e tocca il termine, l’infelice si risveglia, con gemiti strazianti. E’ doppio il tormento che la assale: dall’oro che le cinge i capelli scorre un tremendo fuoco divorante, il peplo sottile, dono dei tuoi figli o Medea, morde la sua pelle candida. Avvolta dalle fiamme, la bionda futura regina balza dal suo seggio e fugge, scuotendo da ogni parte la testa e i capelli, per gettar via la corona. Ma l'aureo diadema resta inchiodato e ogni volta che lei scuote i capelli, il fuoco divampa più violento. Straziata dal male, cade a terra. Solo suo padre ormai potrebbe riconoscerla: l’espressione degli occhi, il suo bel viso non si vedono più,  il sangue scorre dalla bocca mescolato al fuoco, sotto gli invisibili morsi del veleno la carne si stacca dalle ossa a brandelli che cadono come lacrime di pino. Era uno spettacolo orrendo. E noi, vedendo la sua sorte, eravamo immobili paralizzati dal terrore di poterla toccare.
Ed ecco il padre infelice che all'improvviso entra nella stanza e si getta sul corpo con un grido di dolore , lo stringe fra le braccia, lo bacia e così dice: “figlia mia sventurata, quale degli dei ti ha fatto morire in modo così indegno? Chi ti ha tolto a questo vecchio così vicino alla morte? Con te, con te voglio morire, figlia, non voglio vivere senza di te !" Poi cessa di piangere e cerca di alzarsi, ma il suo vecchio corpo resta attaccato al peplo leggero, come l'edera ai rami dell'alloro. Fu una lotta atroce. Lui cercava di sollevare le ginocchia, lei lo teneva stretto a sé, e se tentava di staccarsi a forza strappava dalle ossa le sue carni di vecchio. Alla fine l’infelice non poté più resistere allo strazio e perdette ogni forza. Così spirò. Ora la figlia e il vecchio padre giacciono l’uno accanto all’altra, morti straziati da un terribile maleficio
Per quanto ti riguarda, Medea io non dico nulla, saprai tu stessa come sfuggire al castigo umano. La vita umana, lo so da tempo, è come ombra; coloro che credono di essere sapienti ed esperti di parole sono in preda alla follia più grande: non esiste al mondo un essere felice; se diventa ricco è forse più fortunato di un altro, ma felice, mai, l’uomo  è solo in mano agli dei
ECATE: ( dea con le sue ninfe)   Medea Sembra che in questo giorno un dio molte sventure infligga a Giasone, e giustamente. Ma della tua sorte ho pietà, sventurata Glaude figlia di Creonte, che scendi nelle dimore di Ade a causa delle tue nozze con Giasone. E tu Medea sarai contenta finalmente hai prestato fede al giuramento ed io dea ne sono testimone: ora il mio compito è finito …ma io sono triste per te o Medea, mia protetta.
( Ecate con  le sue ninfe esce di scena)
MEDEA: Tutto è deciso. Il fato lo ha permesso .Ucciderò i miei figli, subito, e me ne andrò da questa terra; non voglio indugiare e abbandonare i piccoli ad altre mani, ben più nemiche delle mie. Perché so che presto pur lasciandoli vivi a Corinto la loro sorte è segnata. Allora se  è necessario che muoiano, e se così dev’essere, li ucciderò io, perché  li ho generati. Fatti coraggio, anima mia, che cosa aspetti a compiere questo gesto orrendo ? Prendi, povera mano mia, ed avviati sulla strada del dolore, non essere vile e cerca di dimenticare che sono figli tuoi e che li ami tanto; forse Medea devi dimenticarti di loro, dopo avrai tempo per piangere. Sventurata donna dovrai uccidere i figli per troppo amore verso di loro ! 
(Medea esce di scena)
CORO:  (possibilmente in greco) 
O Terra, taci ed ascolta o luminoso raggio 
del Sole, vedi e ferma il tuo calore ed arresta
questa sciagurata donna, 
prima che alzi la mano assassina sui frutti del suo grembo 
Dalla tua dorata  stirpe, Helios
discendono, i bambini innocenti ed è cosa tragica
che per colpa di un essere e vile mortale
il sangue di un dio bagni la terra ellenica. 
Ma tu, Luce divina, puoi fermarla, Helios ferma tua figlia, 
e scaccia dalla casa la sanguinosa Erinni, 
mano di un dio vendicatore e tremendo. 
Medea, quale forza bruta ti sconvolge l’anima, 
e perché strage genera altra strage senza avere tregua? 
Sono tristi agli uomini i delitti, perché:
Sangue chiama altro sangue, e sugli assassini dei parenti
il dio fa ricadere pene
adeguate alla colpa, perché colpa genera altra colpa. 
FIGLI: (fuori campo)  Aiuto, mamma mamma! 
CORO:  (possibilmente in greco) 
 Senti o popolo di Corinto , le grida dei figli? O sventurata stirpe, sciagurata donna!
MERMERO: Mamma cosa fai, lasciami stare, papà aiuto? 
FERE: Mamma, ti voglio bene, ma lasciami
CORO: Bisogna entrare in casa? Bisogna salvare quei  bambini. 
MERMERO: Aiuto, aiuto salvatemi! 
FERE:  sto morendo, non mi uccidere mamma, papà dove sei aiutami! 
CORO:  (possibilmente in greco) 
Sei di pietra o di ferro, sei insensibile come una roccia
stai per uccidere con le tue stesse mani
i figli che hai partorito.
Vita della tua stessa vita 
Una sola donna, una soltanto, 
osò uccidere i   propri figli: 
era Ino, uscita di senno
quando la sposa di Zeus
la scacciò dalla sua casa
e la costrinse a vagare. 
Si gettò in mare, infelice, 
con tutti i figli
 e con loro trovò la morte. 
Che cosa può accadere
di più tragico  ancora? 
O dolore, dolore 
quante sciagure procuri agli uomini! 
(entra in scena Giasone, ma ha perduto le vesti reali, non è più biondo ma con i capelli neri trasandati ed è vestito con pelli di cane)

GIASONE: Donne di Corinto perché  state qui presso la casa mi sembrate sconvolte e voltate lo sguardo alle mie parole: donne, dico a voi, perché non osate parlare : dov’è la barbara assassina? Dopo il suo delitto orrendo, forse è ancora là dentro nascosta come un ratto in un anfratto, o è fuggita alla mia ira? Sotto la terra dovrà trovar riparo quella maga, come fosse bestia immonda  o nell’alto del cielo dovrà elevarsi in volo come un corvo braccato da un falco per non pagare la sua colpa. O crede di poter fuggire impunemente al castigo umano e divino, dopo aver ucciso i sovrani di questa terra? Ma di lei non mi importa perché io dopo averla uccisa mi laverò le mani con il suo sangue dopo che le avrò mangiato il cuore.Temo per i bambini: perché  io sono qui per salvare i miei figli, perché loro non debbano pagare per l’empio massacro compiuto dalla madre ignobile. 
CORO:  Infelice, tu o nuovo sovrano non sai quanto è grande la tua sventura; altrimenti non parleresti così, Giasone inviso agli dei. 
GIASONE: Forse Medea non ancora paga vuole uccidere anche me? 
CORO:  O Giasone fatti coraggio, i tuoi figli sono morti. E’ Medea che li ha uccisi.
 GIASONE: Che cosa dici! Pagherete tutte voi se non dite la verità!
 CORO: Sono morti i tuoi figli: non capisci, Medea gli ha uccisi?
 GIASONE: Dove li ha uccisi. E come li ha uccisi Dentro casa? Fuori? 
CORO:  Entra e vedrai i tuoi figli morti entrare nel regno di Ade. 
(il coro rimane immobile ai bordi della scena)
GIASONE: Fate o dei che io non veda i miei figli morti ma che veda lei, la barbara che punirò io stesso con la morte. 
( ci sono in scena tre Medea: Medea amante, Medea madre e Medea assassina tutte sedute sul palco )
MEDEA (assassina vestita di bianco e tutta sporca di sangue) : Entra pure Giasone , dimmi cosa vuoi ? Cerchi i cadaveri dei bambini, o cerchi me, l’assassina e mi vuoi uccidere? E’ una fatica inutile. Se hai bisogno, dimmi che cosa vuoi. Mi vedi ma non potrai toccarmi: mio padre, il Sole, il dio Helios mi ha donato un carro di luce che mi difende da tutti i miei nemici e tu sei un mio nemico
GIASONE: ma io vedo tre Medea: quale è quella vera? Contro quale figure posso accanire la mia ira!
MEDEA (assassina tutta vestita di bianco con le vesti e le mani insanguinate): sono io la vera Medea quella che hai umiliato, l’assassina di tua moglie e di tuo figlio che ancora in grembo, s diventava l’erede al trono: sono io la Medea  quella che ha ucciso il re e per troppo amore ha ucciso anche i tuoi figli. Ed ho solo anticipato il tuo scopo perché li avresti uccisi tu o qualche guardia fida del re, appena dopo la nascita del tuo figlio prediletto che la tua giovane bionda Glaude e il re Creonte avevano deciso di chiamare con il tuo nome: si! Giasone figlio  dell’eroe Giasone e di Glaude di Corinto …. 
Di Corinto … Di Corinto … di Corinto .. (ride isterica)
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone)
Di Corinto … Di Corinto … di Corinto .. (ride isterica)
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore )
Di Corinto … Di Corinto … di Corinto .. (ride isterica)
GIASONE: Donna maledetta, donna che sei in odio agli dei, hai osato uccidere i tuoi figli, tu che li hai generati e dopo li hai assassinati, e con loro hai ucciso anche me. E dopo questo, dopo aver compiuto un atto così empio, guardi ancora il sole, guardi la terra e la guardi con orgoglio: possa tu morire adesso senza riuscire a vedere il tramonto: possano gli dei ucciderti! 
Ora capisco, non capivo nulla allora, forse accecato da Afrodite quando da un paese barbaro,  ti condussi in una dimora greca in piena civiltà, donna infausta tu che hai tradito tuo padre e la tua patria senza remore. Contro di me gli dei furenti hanno scagliato il dardo vendicatore che ti apparteneva: ma tu perché devi essere impunita: tu non avevi forse ucciso tuo fratello presso il focolare domestico, quando salisti insieme a me su Argo? Era solo l’inizio; poi mi hai sposato e mi hai dato dei figli, quei figli che hai ucciso per un matrimonio, per un letto, quando l’amore tra noi due stava scemando. Nessuna donna greca avrebbe mai osato tanto e io ti ho preferito a loro, ti ho sposata, ma la nostra è stata una unione odiosa a me funesta: tu Medea non sei una donna, ma una fiera, più selvaggia di Scilla, il mostro del Tirreno, causa di naufragi e lutti tra le navi achee.
Ma per quanto ti insulti, io a parole non riuscirò a ferirti, la tua impudenza non ha limiti. Sii maledetta, donna sciagurata, assassina dei figli e della stirpe corinzia.
A me non resta che piangere sul mio destino: e i figli, che ho generato e cresciuto, non li vedrò più vivi, li ho perduti. 
MEDEA (assassina) : Alle tue parole potrei ribattere a lungo perché non devo giustificarmi, ma il padre Zeus sa bene quello che ho fatto per te, io ti ho creato eroe e quello che da te ho subito o uomo . Non dovevi disprezzare il mio letto, abbandonarmi ed andare a vivere felice con la tua regina, ridendo di me, della mia terra e dei tuoi figli con sangue barbaro; e Creonte, che ha combinato il matrimonio, non doveva cacciarmi da questa terra, impunemente. Chiamami pure belva, se ti piace, e Scilla, mostro del Tirreno: ti ho colpito al cuore, come meritavi: infame di un greco, tu non meriti pietà… guardati ora non sei più eroe: vedi non hai più i capelli biondi e non più azzurri come il mare , ora sei vestito di pelli ma non di pecora come i saggi pastori, ma con pelli di cane… ma non di cane fedele all’uomo e caro agli dei… ma di cane randagio che si nutre di rifiuti e di carogne scacciato dalle case e dagli uomini con pietre e bastoni…
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone)
infame di un greco… guardati ora non sei più eroe: vedi non hai più i capelli biondi e non più azzurri come il  cielo e il mare sono i tuoi occhi, ora sei vestito di pelli ma non di pecora come i saggi pastori, ma con pelli di cane… ma non di cane fedele all’uomo e caro agli dei… ma di cane randagio che si nutre di rifiuti e di carogne scacciato dalle case e dagli uomini con pietre e bastoni…
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore )
infame di un greco… guardati ora non sei più eroe: vedi non hai più i capelli biondi e non più azzurri come il  cielo e il mare sono i tuoi occhi, ora sei vestito di pelli ma non di pecora come i saggi pastori, ma con pelli di cane… ma non di cane fedele all’uomo e caro agli dei… ma di cane randagio che si nutre di rifiuti e di carogne scacciato dalle case e dagli uomini con pietre e bastoni…
GIASONE: La mia sventura è anche la tua: anche tu soffri.
MEDEA: (assassina) La tua sventura è la mia gioia
GIASONE: Ma io vedo i miei figli con te, allora sono vivi!
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore )
No greco, questi sono Mermero e Fere: Mermero si assomiglia tutto a te, ha il tuo solito viso Fere invece ha il tuo solito sorriso, entrambi ti amano e ti cercano : guardate vostro padre come è in pena per voi
GIASONE: Fere, Mermero: sono venuto a prendervi … venite da vostro padre … dai sono qua non vi ho abbandonato
MEDEA (assassina) : Giasone,  maledetto dagli dei, i tuoi figli ti hanno cercato tanto prima di morire ma quello che vedi è solo nella tua mente, loro no esistono più e non ti possono neppure più rispondere ( ride)
GIASONE: sei una maga, mi lanci malefici ma io sono più forte di te: io voglio ucciderti con questo ferro, con queste mani
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone)
Amore, non ti ricordi come ti  facevo godere, non ti ricordi come sbavavi quando te lo prendevo in bocca e poi venivi ed io te lo succhiavo fino a farti svenire e tu non ricordi quando mi laccavi la vulva e dicevi che io una barbara ti facevo godere più di una greca… ti ricordi che volevi a tutti i costi dei figli da me … da me … da me
GIASONE: no, sto  impazzendo, non è possibile … non è possibile
MEDEA (assassina) : Giasone,  tutto è possibile e non è possibile 
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore )
Mermero e Fere mandate un bacio a vostro padre
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone)
Amore mio vieni e dammi il tuo cazzo, perché io adesso lo voglio dentro … vienimi dentro greco vienimi dentro … tutto … tutto …
(si sente un cane abbaiare,  Giasone è sdraiato sul paco come un cane randagio)
GIASONE: Dimmi come hai ucciso i miei figli, madre ignobile ho voglia di mozzare quelle tue mani omicide
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone)
Amore mio ma cosa vuoi fare,  mozzare le mie mani che un giorno ti hanno stretto a se ad intensamente amato
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore )
Ma Giasone se mi mozzi le mani come posso fare ad accudire i tuoi e miei due gioielli Mermero e Fere …  (ride)
GIASONE: Voglio sapere come hai ucciso i miei figli cagna immonda
MEDEA (assassina) : Giasone, infelice uomo un giorno eroe ed ora inviso dagli dei, ora osi darmi della immonda cagna: ma a proposito di cagna: ti ricordi quando ha partorito cinque cuccioli Cleope la mia volpina consacrata ad Artemide : tu hai preso i piccoli e a mia insaputa li hai chiusi dentro un sacco e li hai affogati: sì e li hai affogati tu stesso con le tue vili  mani  da greco e ti sei beato nel  vederli morire  nelle acque corizie incurante dei loro gemiti di animali consacrati: tu quel giorno ti sei sostituito agli dei e gli dei sai  che non dimenticano, specialmente gli umani  infami: ora però sarò più esplicita: i tuoi figli Mermero e Fere sono  morti affogati nella loro vasca da bagno, ma prima li ho lavati e profumati a dovere in modo che entrino nel regno di Ade a testa alta e dopo che hanno emesso il loro ultimo respiro ho tagliato a loro la testa, ed ho fatto tutto con queste  mani materne che un giorno hanno saputo amare ma  ora sono diventate non assassine ma portatrici di giustizia
GIASONE: Sei  una madre crudele, i figli sono creature degli dei! 
MEDEA (assassina) : Gli dei che tu hai oscurato con la tua follia! 
GIASONE: Non è mia la mano che li ha uccisi. 
MEDEA (assassina) : Li ha uccisi l’oltraggio delle tue nuove nozze. 
GIASONE: Se è per questo che li hai uccisi sei una donna senza valori, non hai pensato al tormento che viviamo sia tu che io? 
MEDEA (assassina) :  Sono morti: questo sarà il tuo tormento. 
GIASONE: Sono vivi, invece, e chiedono vendetta. 
MEDEA (assassina) : Gli dei sanno chi è la prima causa di tutte le sciagure. 
GIASONE: Sanno anche com’è ignobile il tuo cuore. Io voglio vedere i suoi corpi
MEDEA (assassina) : I suoi corpi, ma non farmi ridere. 
GIASONE: Voglio vederli essere immonda 
MEDEA (assassina) : Vuoi veramente vederli eccoli? 
( Medea apre il primo sacco e mostra la testa di Mermero, dopo apre l’altro sacco e tira fuori la testa di Fere e le mostra a Giasone)
Ecco i tuoi figli, tanto amati :  i biondi figli dell’eroe Giasone, biondi come te o greco e con gli occhi del mare. Ma non sono morti da figli di un eroe, dovevi averli visti come piangevano: prima ho ucciso Mermero: singhiozzando, mi chiamava mamma e mi diceva. Mamma perché lo fai , cosa mi stai facendo: ma io soffocando il mio dolore prendevo  quella testolina bionda e la immergevo nella vasca profumata, fino che non ha emanato l’ultimo respiro. Molto più triste è  stata la morte di Fere che era la tua meravigliosa copia: era bellissimo e sapessi quanto ti amava, lui adorava ed imitava il Giasone padre: ti ricordi tutte le sere ti aspettava per giocare con te e salirti sulle ginocchia… ti aspettava fino al giorno che hai deciso di sposare la giovane Glaude e diventare prossimo re abbandonando questa casa e il letto nuziale: e da quel giorno per lui nel suo sguardo non vi era più gioia ma pianto, ed io ho pianto quando con amarezza  lo ho  giustiziato, ho bevuto il caldo loro sangue per sentirli  ancora dentro di me.
GIASONE: Lascia almeno che seppellisca e pianga questi morti. 
MEDEA: (assassina) No. Tu non meriti neppure di sfiorarli. Io li voglio seppellire e ricomporli , con queste mani; li porterò nel tempio di Era Acraia, perché nessuno dei miei nemici possa recare loro oltraggio, profanare la loro tomba. E qui, nella terra di Sisifo, per i tempi a venire istituirò feste solenni e riti, ad espiazione di questo empio assassinio. Io invece me ne andrò nel paese di Eretteo per vivere con Egeo, figlio di Pandione. 
GIASONE:  Voglio morire anch’io, uccidimi come vengono uccisi i cani randagi
MEDEA: (assassina) No mio caro sposo, la mia maledizione nei tuoi confronti è questa:  tu vivrai ancora per molto tempo, ma uscirai di senno e morirai di mala morte, com’è giusto, colpito al capo da un rottame della nave Argo: questa sarà l’amara fine delle nostre nozze. 
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone) : No mio caro sposo, la mia maledizione nei tuoi confronti è questa:  tu vivrai ancora per molto tempo, ma uscirai di senno e morirai di mala morte, com’è giusto, colpito al capo da un rottame della nave Argo: questa sarà l’amara fine delle nostre nozze. 
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore ) : No mio caro sposo, la mia maledizione nei tuoi confronti è questa:  tu vivrai ancora per molto tempo, ma uscirai di senno e morirai di mala morte, com’è giusto, colpito al capo da un rottame della nave Argo: questa sarà l’amara fine delle nostre nozze. 
GIASONE: Ti possano annientare l’Erinni dei figli e la Giustizia del sangue. 
MEDEA: (assassina) Quale dio, quale demone può dare ascolto a te, traditore degli ospiti e spergiuro? 
MEDEA: (madre): ( vestita bene, abbraccia i figli trattandoli con amore ) Quale dio, quale demone può dare ascolto a te, traditore degli ospiti e spergiuro? 
GIASONE: ma allora i figli che vedo vivi sono morti e i figli che vedo morti sono morti
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone) : Quale dio, quale demone può dare ascolto a te, traditore degli ospiti e spergiuro? 
GIASONE: Assassina dei figli, donna infame!
MEDEA(assassina) Torna nella reggia, piuttosto, e seppellisci tua moglie. E tuo suocero 
GIASONE: Lo farò. Ma ho perduto tutto!
MEDEA(assassina) Aspetta di essere vecchio per piangere davvero!
GIASONE: O figli amatissimi, come farò senza di voi!
MEDEA(assassina): Da me, non da te. 
GIASONE: Perché li hai uccisi allora? 
MEDEA(assassina): Per farti soffrire. 
GIASONE: Vorrei baciare ed abbracciare i miei figli adorati. 
MEDEA(assassina): Ora li chiami, ora li vuoi baciare, ma prima li scacciavi e in cuor tuo pensavi di ucciderli 
MEDEA: (madre): (senza figli) Ora li chiami, ora li vuoi baciare, ma prima li scacciavi e in cuor tuo pensavi di ucciderli 
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone) : Ora li chiami, ora li vuoi baciare, ma prima li scacciavi e in cuor tuo pensavi di ucciderli 
GIASONE: Lascia che tocchi i loro teneri corpi, e quelle teste mozzate! 
MEDEA(assassina): Tu parli al vento o Giasone . 
MEDEA: (madre): (senza figli) Tu parli al vento o Giasone .
MEDEA (amante): ( nuda in scena o con abiti succinti, in lei si rispecchia l’amore sfrenato di Medea verso Giasone) Tu parli al vento o Giasone .
GIASONE: O Zeus, tu vedi come mi respinge e quali insulti devo sopportare da questa donna orrenda, da questa belva che ha ucciso i suoi figli? Che cosa posso fare? Io li piango e invoco gli dei: mi siano testimoni che tu li hai uccisi ed ora mi impedisci di toccarli e di seppellire i loro corpi. Vorrei non averli generati, per non vederli ora da te uccisi. 
CORO: ( possibilmente in greco) 
Zeus, nell’Olimpo, è arbitro
di molti eventi, e molti
si compiono, contro ogni logica, 
e contro ogni speranza. 
Ciò che è atteso 
non si avvera, 
per ciò che non è atteso, 
un dio trova la strada. 
Tragico è il futuro che aspetta a Giasone. 
( un fascio di luce prende le tre Medea, mentre dopol un quarto fascio di luce prende Giasone sdraiato a terra come un animale ferito) (latrati di cane)
(canto di morte acheo)

SIPARIO