Pasifae
Dramma Antico di
Giuliano Angeletti
ATTO UNICO
NOTA DELL’AUTORE
Questo testo non è nato per essere letto. È nato per essere detto, respirato, attraversato.
È nato per essere un corpo. Il mito di Pasifae non chiede interpretazioni: chiede presenza.
Chiede un’attrice che non abbia paura di tremare. Chiede un attore che non abbia paura di tacere.
Chiede un coro che non abbia paura di guardare il pubblico negli occhi. Ho scritto questo atto unico pensando al teatro come a un luogo dove il mito non si racconta: si compie. Dove la scena non illustra: evoca. Dove il corpo non rappresenta: rischia. Pasifae non è un personaggio: è una soglia. Chi la interpreta deve attraversarla, non imitarla. Deve accettare che il suo desiderio non è psicologico, non è morale, non è patologico: è cosmico. È un richiamo che non si può spiegare, solo incarnare. Minosse non è il cattivo: è il re che teme ciò che non controlla. È l’uomo che costruisce muri perché non sa ascoltare. È il sovrano che confonde l’ordine con la verità. Chi lo interpreta deve trovare la sua fragilità, non la sua forza. Dedalo non è un artigiano: è un regista. È colui che costruisce lo spazio dove il mito accade.
È l’artista che dà forma all’indicibile. Chi lo interpreta deve portare in scena la responsabilità di chi crea ciò che non dovrebbe esistere. Il Minotauro non è un mostro: è un bambino nato con dei problemi.
È un respiro. È un ritmo. È un’ombra che cresce. La sua presenza deve essere suggerita, non mostrata.
Il pubblico deve sentirlo prima di vederlo, e temerlo prima di capirlo. Il labirinto non è una scenografia: è un personaggio. È un organismo. È un ventre. È un pensiero che si chiude su sé stesso. Ogni curva è una scelta.
Ogni svolta è una colpa. Ogni muro è una domanda che il pubblico deve portarsi a casa. Questo testo chiede agli attori di non proteggersi. Chiede al pubblico di non giudicare. Chiede al teatro di non essere prudente. Perché il mito non è mai prudente. Il mito è un rischio. Il mito è una ferita.
Il mito è un atto. E questo spettacolo vuole essere esattamente questo: un atto.
Giuliano Angeletti
PERSONAGGI
PASIFAE
Archetipo: La Visionaria ferita. Età scenica: 20–25.
Tono: Oracolare, febbrile, lucidissimo. Corpo: Una donna che sembra ascoltare qualcosa che gli altri non sentono. Ogni gesto è un presagio. Asse drammaturgico: È il centro magnetico del mito: non subisce, accoglie. Vive in uno stato di doppia percezione: il mondo umano e quello numinoso. Il desiderio non è erotico, ma cosmico: un richiamo che la supera. La sua “follia” è in realtà una forma di iper-lucidità. La maternità del Minotauro non è colpa, ma rivelazione. Parole-chiave: richiamo, metamorfosi, lucidità, sacrificio, rivelazione.
MINOSSE
Archetipo: Il Re che non capisce, reo di una colpa non compresa Età scenica: 40–55.
Tono: Razionale, tagliente, controllato. Corpo: Rigido, geometrico, come se fosse già un labirinto. Asse drammaturgico: Non è un tiranno: è un uomo che teme ciò che non può misurare. La sua gelosia è negata, sublimata in ordine, legge, architettura. Il labirinto nasce prima di essere costruito: è la sua mente. Non odia Pasifae: la teme. Il suo silenzio è un’arma. Parole-chiave: controllo, ordine, paura, negazione, architettura.
IL GIOVANE / IL TORO
Archetipo: Il Desiderio incarnato. Età scenica: 18–20 (nella forma umana). Tono: Lento, ipnotico, quasi musicale. Corpo: Non cammina: scivola. Non parla: vibra. Asse drammaturgico: Non è un amante, ma una metamorfosi del divino. È un’apparizione che non chiede nulla: accade. La sua fragilità umana è il suo dono e la sua condanna. È il tramite tra Pasifae e il destino. Il ritorno alla forma taurina è inevitabile, come un’eclissi. Parole-chiave: epifania, metamorfosi, destino, dolcezza, inevitabilità.
DEDALO
Archetipo: L’Artigiano del destino. Età scenica: 45–60. Tono: Misurato, stanco, lucidissimo.
Corpo: Mani che parlano più della voce. Asse drammaturgico: È l’unico che comprende davvero cosa sta accadendo. Non giudica: costruisce. La vacca artificiale è un atto di pietà, non di complicità. Il labirinto è la sua opera più grande e più dolorosa. È testimone silenzioso della tragedia. Parole-chiave: ingegno, pietà, testimonianza, creazione, colpa.
IL MINOTAURO (presenza finale)
Archetipo: Il Figlio impossibile, nato con gravi problemi, fisici e psichici Età scenica: Neonato / presenza simbolica. Tono: Non parla, ma respira. Asse drammaturgico: Non è un mostro: è un esito, una vittima. È il corpo che nasce quando il mondo non sa accogliere. È la somma di desiderio, colpa, paura e rivelazione. La sua presenza finale è un terremoto emotivo: non orrore, ma vertigine. Parole-chiave: creatura, soglia, innocenza, destino, rifiuto.
CORO / VOCI DEL LABIRINTO (opzionale ma potentissimo)
Archetipo: Il respiro del mito. Il popolo Funzione: Commenta, anticipa, distorce. È il mare, il palazzo, il labirinto, la memoria. Può essere un’unica voce o molte. È ciò che resta quando gli uomini tacciono.
PASIFAE
IL DONO TRADITO
Spazio: buio totale.
Suono: un mare che respira come un animale antico.
Luce: un taglio verticale, bianco, come una ferita nel buio.
Il pubblico non vede ancora nulla, ma sente che qualcosa sta per essere evocato.
CORO (come un’onda che si ripete, lenta, inesorabile)
Dalla schiuma venne il segno.
Dalla schiuma venne il dono.
Dalla schiuma venne il toro bianco,
più puro della luna,
più feroce del silenzio degli dèi.
Era un dono che non chiedeva nulla,
e proprio per questo chiedeva tutto.
Era un dono che portava in sé
la promessa e la minaccia.
Era un dono che nessun uomo
avrebbe potuto rifiutare
senza pagare un prezzo.
APPARIZIONE DEL TORO SACRO
(La luce si apre lentamente, come un occhio.
Il toro appare: immenso, bianco, luminoso.
Non è un animale: è un ordine cosmico che prende forma.
Ogni suo respiro è un vento.
Ogni suo passo è un presagio.
Il pubblico lo vede.
Il coro lo vede.
Minosse lo vede.
Pasifae non è ancora in scena.)
CORO Zeus parlò nel vento.
Zeus parlò nel sale.
Zeus parlò a Minosse, figlio di Europa:
“Questo è il mio dono.
Questo è il mio segno.
Sacrifica ciò che è mio,
e io farò grande la tua stirpe.”
MINOSSE (da un lato della scena, come se parlasse a se stesso e agli dèi insieme)
È troppo bello.
Troppo perfetto.
Troppo vicino alla mia gloria.
Come posso offrirlo al fuoco
quando ogni fibra della sua carne
grida il mio nome?
(Pausa. Si avvicina al toro. Lo osserva come si osserva un trono.)
Tu sei splendore.
Tu sei potere.
Tu sei ciò che un re dovrebbe possedere,
non ciò che un re dovrebbe bruciare.
(Poi, con un sorriso che è già una colpa.)
Un altro basterà.
Un altro farà fumo sufficiente
a ingannare il cielo.
CORO (come un sussurro che si incrina)
Ma il cielo non si inganna.
Il cielo non dimentica.
Il cielo non perdona.
IL SACRIFICIO FALSO
Una fiamma breve, povera, storta.
Un torello qualunque.
Un fumo che non sale abbastanza.
Il toro sacro osserva.
Non muggisce.
Non si muove.
È come se sapesse.
CORO E Zeus comprese.
E Zeus tacque.
Il silenzio degli dèi è più pesante della loro ira.
VOCE DI ZEUS (non un tuono: un sussurro che fa tremare la scena)
Minosse, tu hai scelto.
Hai scelto la tua gloria
al posto della mia volontà.
Hai scelto l’inganno
al posto del rito.
Hai scelto la tua corona
al posto del mio segno.
(Pausa. La voce si fa più vicina, più sottile.)
E ora io sceglierò la tua rovina.
CORO E così iniziò la vendetta.
Non con la folgore.
Non con la tempesta.
Ma con un pensiero.
Un pensiero che scese
nel cuore di Pasifae
come un seme oscuro.
Un pensiero che prese forma.
Un pensiero che divenne visione.
Un pensiero che divenne desiderio.
ENTRA PASIFAE
(La regina entra lentamente.
Non ha ancora visto il toro.
Non sa nulla del sacrificio.
Ma qualcosa in lei è cambiato.
Il pubblico lo percepisce prima di lei.)
PASIFAE (come se ascoltasse un richiamo che nessuno sente)
C’è un’ombra che mi segue.
Non è paura.
Non è follia.
È… attesa. Ogni notte lo sento.
Un passo.
Un respiro.
Un calore che non conosco.
(Pausa. Si tocca il petto, come se qualcosa pulsasse dentro.)
È come se un dio
avesse posato la sua mano
sulla mia carne
senza chiedere permesso.
CORO Il toro sacro,
che era stato dono,
divenne strumento.
La regina,
che era stata luce,
divenne porta.
PASIFAE Chi sei tu che mi chiami
senza voce
e senza volto?
Perché il mio sangue
si muove come se riconoscesse
un destino che non ho scelto?
(Pausa. Guarda nel vuoto.)
Mostrati.
Mostrati a me.
Io non ho paura.
CORO E il dio sorrise.
Perché la vendetta
aveva trovato la sua forma.
IL SEME DELLA VISIONE
Spazio: una stanza della reggia.
Suono: un battito lontano, come un cuore che non appartiene a nessun corpo umano.
Luce: tremolante, come se qualcosa respirasse dietro le pareti.
CORO La vendetta degli dèi non cade dall’alto.
Non è folgore.
Non è tempesta.
È un pensiero.
Un pensiero che scende
nel cuore di Pasifae
come un seme oscuro.
Un seme che non chiede terra,
non chiede acqua,
non chiede luce.
Chiede soltanto
di essere ascoltato.
PASIFAE (da sola, come se ascoltasse un richiamo che nessuno sente)
Da giorni…
da notti…
da un tempo che non so misurare,
qualcosa mi attraversa.
Non è un sogno.
Non è un ricordo.
È un’ombra che si muove
dietro la mia pelle.
(Pausa. Si tocca il petto.)
Qui.
Come se un dio
avesse posato la sua mano
sulla mia carne
senza chiedere permesso.
CORO Il pensiero cresce.
Il pensiero si avvolge.
Il pensiero diventa forma.
Non è ancora immagine.
Non è ancora voce.
È un calore.
Un calore che non appartiene
a nessun uomo.
PASIFAE Ogni notte lo sento.
Un passo.
Un respiro.
Un calore che non conosco.
Non è Minosse.
Non è un servo.
Non è un animale della reggia.
È qualcosa che mi cerca.
Qualcosa che mi vuole.
Qualcosa che mi riconosce.
(Pausa. Sussurra.)
Perché io non lo riconosco?
CORO Perché il riconoscimento
è la prima forma della rovina.
Perché ciò che chiama
non è ciò che appare.
Perché ciò che appare
non è ciò che sarà.
PASIFAE (come se parlasse a un’assenza)
Chi sei?
Perché mi cammini dentro?
Perché mi guardi
da un luogo che non vedo?
(Pausa. Si avvicina a una parete, come se ascoltasse dietro.)
A volte sento un muggito.
Lontano.
Profondo.
Come se venisse dal fondo del mare.
A volte sento un passo pesante,
come se la terra stessa
si preparasse a ricevere
qualcosa di più grande di lei.
A volte…
a volte sento un profumo.
Non so descriverlo.
È come il profumo del vento
prima che un dio appaia.
CORO Il toro sacro,
che era stato dono,
divenne strumento.
La regina,
che era stata luce,
divenne porta.
PASIFAE (come trafitta da un pensiero improvviso)
È lui.
È il toro.
Il toro che Minosse non ha sacrificato.
Il toro che Zeus ha mandato.
Il toro che non è stato offerto.
(Pausa. Respira più forte.)
È lui che mi chiama.
È lui che mi cerca.
È lui che mi vuole.
Ma perché?
Perché io?
CORO Perché la colpa di un re
cade sempre sul corpo di una regina.
Perché gli dèi parlano
attraverso chi non ha chiesto di ascoltare.
Perché la vendetta
sceglie sempre la carne più pura.
PASIFAE (come se lottasse contro un pensiero che la invade)
No…
no…
non può essere questo.
Io sono regina.
Io sono moglie.
Io sono madre.
Io non sono
il luogo della vendetta degli dèi.
(Pausa. Si inginocchia, come se il peso fosse troppo.)
Eppure…
eppure sento che qualcosa
si apre dentro di me.
Non è dolore.
Non è piacere.
È…
è come se un’altra me
si stesse svegliando.
CORO Il pensiero diventa immagine.
L’immagine diventa visione.
La visione diventa desiderio.
Non un desiderio umano.
Non un desiderio scelto.
Un desiderio imposto.
Un desiderio che non chiede consenso.
Un desiderio che è destino.
PASIFAE (come se vedesse qualcosa che il pubblico non vede)
Lì.
Lì, nell’angolo.
C’è un’ombra.
Si muove.
Respira.
Mi guarda.
(Pausa. Si avvicina lentamente.)
Non è un uomo.
Non è un animale.
Non è un dio.
È… è qualcosa che non ha nome.
CORO Il nome verrà.
La forma verrà.
La carne verrà.
Ma ora è solo un’ombra.
Un’ombra che cresce.
Un’ombra che si prepara.
PASIFAE (come se parlasse a un amante invisibile)
Mostrati.
Mostrati a me.
Io non ho paura.
(Pausa. Sussurra.)
O forse sì.
Ma non importa.
Mostrati.
Io ti vedrò.
Io ti riconoscerò.
Io ti accoglierò.
CORO E il dio sorrise.
Perché la vendetta
aveva trovato la sua forma.
E il toro ascoltò.
Perché la chiamata
era stata pronunciata.
E la regina tremò.
Perché ciò che aveva invocato
stava per rispondere.
PASIFAE (come in trance)
Vieni.
Vieni a me.
Io sono pronta.
CORO Così iniziò la visione.
Non con la luce.
Non con il tuono.
Ma con un respiro.
Un respiro che non apparteneva
a nessun corpo umano.
Un respiro che annunciava
la prima apparizione del toro.
LA PRIMA APPARIZIONE DEL TORO
Spazio: un cortile interno della reggia.
Suono: un vento basso, come un respiro che non appartiene a nessun corpo umano.
Luce: lunare, lattiginosa, come se il mondo fosse sospeso in un sogno.
CORO La notte è un tempio senza porte.
La notte è un ventre che trattiene il respiro.
La notte è il luogo dove gli dèi
possono camminare senza essere visti.
E in questa notte,
la regina attende.
Non sa cosa attende.
Non sa perché attende.
Ma attende.
Perché il desiderio
ha già scelto il suo cammino.
PASIFAE (entrando lentamente, come se seguisse un filo invisibile)
Non riesco a dormire.
Non riesco a fermare il battito.
Non riesco a ignorare
questa voce che non parla
eppure mi chiama.
(Pausa. Guarda il cielo.)
La luna è troppo bianca.
Troppo vicina.
Troppo viva.
È come se sapesse.
(Poi, come se avvertisse un movimento.)
Lì.
C’è qualcosa.
Qualcosa che respira.
CORO Il respiro cresce.
Il respiro si avvicina.
Il respiro diventa passo.
Non è un uomo.
Non è un servo.
Non è un animale della reggia.
È il dono tradito.
È la colpa di Minosse.
È la vendetta di Zeus.
APPARIZIONE DEL TORO
La luce cambia.
Si fa più densa, più bianca, più irreale.
Il toro appare.
Non entra.
Non avanza.
Non si muove.
È semplicemente presente,
come se fosse sempre stato lì
e solo ora gli occhi umani
fossero in grado di vederlo.
Il pubblico lo vede.
Pasifae lo vede.
Il coro lo teme.
PASIFAE (come trafitta)
Tu…
sei tu.
(Pausa. Si avvicina di un passo, poi si ferma.)
Non sei un sogno.
Non sei un’ombra.
Non sei un pensiero.
Sei…
sei reale.
(Poi, quasi sussurrando.)
Perché sei venuto da me?
CORO Il toro non risponde.
Il toro non parla.
Il toro non deve parlare.
Perché la sua presenza
è già una risposta.
Perché la sua forma
è già una condanna.
Perché il suo silenzio
è già un giuramento.
PASIFAE (come se parlasse a un amante impossibile)
Io ti conosco.
Non so come,
non so quando,
ma ti conosco.
Il mio sangue ti riconosce.
Il mio respiro ti riconosce.
La mia pelle ti riconosce.
(Pausa. Si avvicina ancora.)
Non dovrei.
Non posso.
Non è giusto.
Eppure…
eppure non riesco a guardare altrove.
CORO La regina si avvicina.
La regina trema.
La regina vede.
E ciò che vede
non è un animale.
Non è un dio.
Non è un presagio.
È un destino.
PASIFAE (come se fosse in trance)
Lasciami…
lasciami toccarti.
(Pausa. Allunga la mano, ma non tocca.)
No.
Non ancora.
Non posso.
(Poi, con un filo di voce.)
Perché mi guardi così?
Perché mi scegli?
Perché io?
CORO Perché la colpa di un re
cade sempre sul corpo di una regina.
Perché gli dèi parlano
attraverso chi non ha chiesto di ascoltare.
Perché la vendetta
sceglie sempre la carne più pura.
PASIFAE (come se sentisse un pensiero che non è suo)
Tu non sei venuto per me.
Tu sei venuto per Minosse.
Io sono solo il passaggio.
Io sono solo la porta.
(Pausa. Si inginocchia.)
Ma se devo essere porta,
allora apriti, cuore mio.
Apriti e lascia entrare
ciò che non puoi comprendere.
CORO Il toro si muove.
Un solo passo.
Un passo che fa tremare la scena.
Non è minaccia.
Non è violenza.
È… riconoscimento.
Come se anche lui
vedesse qualcosa in lei
che non aveva previsto.
PASIFAE (alzando lo sguardo, come se vedesse un volto dentro la bestia)
Tu non sei solo toro.
Tu non sei solo vendetta.
Tu non sei solo strumento.
Dentro di te
c’è qualcosa che brucia.
Qualcosa che vuole essere visto.
Qualcosa che vuole essere liberato.
(Pausa. Sussurra.)
Mostrami chi sei.
CORO E il toro comprese.
E il toro obbedì.
Non perché fosse schiavo.
Non perché fosse dio.
Ma perché il desiderio
aveva trovato la sua forma.
IL TORO SI AVVICINA
(Lentamente.
Senza rumore.
Senza minaccia.
Pasifae non si muove.
Non fugge.
Non grida.
È come se fosse stata
preparata da sempre
a questo incontro.)
PASIFAE (come in un sussurro che è già un voto)
Io non ho paura.
Io non ti respingo.
Io non ti nego.
Se sei venuto per me,
io ti accoglierò.
Se sei venuto per Minosse,
io ti porterò.
Se sei venuto per gli dèi,
io sarò il loro altare.
CORO Così la regina vide il toro.
Così il toro vide la regina.
Così il destino prese forma.
Non ancora carne.
Non ancora voce.
Non ancora creatura.
Ma forma.
Una forma che presto
si spezzerà
per rivelarne un’altra.
PASIFAE (come se vedesse qualcosa oltre il toro)
C’è…
c’è un volto dietro di te.
Un volto che non è il tuo.
Un volto che mi guarda
con occhi umani.
(Pausa. Sussurra.)
Chi sei?
Chi sei davvero?
CORO La risposta verrà.
La metamorfosi verrà.
La visione verrà.
Ma non ora.
Non ancora.
Perché la notte
non ha ancora finito
di aprire i suoi occhi.
LA METAMORFOSI DELLA VISIONE
Spazio: lo stesso cortile della reggia, ma ora deformato dalla visione.
Suono: un battito profondo, come un cuore che non appartiene né a uomo né a bestia.
Luce: lunare, ma instabile, come se la luna stessa stesse tremando.
CORO La notte si apre.
La notte si lacera.
La notte diventa un velo troppo sottile
per contenere ciò che sta per accadere.
Il toro è presente.
La regina è presente.
Il destino è presente.
E ciò che è presente
non può più essere negato.
PASIFAE (immobile, come se fosse stata catturata da un incantesimo)
Tu…
sei ancora qui.
Non sei un sogno.
Non sei un’ombra.
Non sei un presagio.
Sei…
sei reale.
(Pausa. Respira più forte.)
Eppure…
eppure c’è qualcosa in te
che non comprendo.
Qualcosa che non è animale.
Qualcosa che non è divino.
Qualcosa che non è umano.
Qualcosa che è…
altro.
CORO Il toro ascolta.
Il toro comprende.
Il toro attende.
Perché ciò che sta per accadere
non è un atto.
Non è un gesto.
Non è un incontro.
È una metamorfosi.
IL TORO AVANZA
(Un passo.
Un solo passo.
Ma quel passo fa tremare la scena.
La luce vibra.
Il suono si spezza.
L’aria si fa più densa.
Il pubblico vede il toro.
Grande.
Bianco.
Possente.
Divino.)
PASIFAE (come se vedesse qualcosa oltre la forma)
No…
non sei solo questo.
Dentro di te
c’è un volto.
Un volto che non è il tuo.
Un volto che mi guarda
con occhi umani.
(Pausa. Sussurra.)
Mostrami chi sei.
CORO E il toro ascoltò.
E il toro obbedì.
Non perché fosse schiavo.
Non perché fosse dio.
Ma perché il desiderio
aveva trovato la sua forma.
LA METAMORFOSI INIZIA
(La luce cambia.
Si fa più bianca.
Più intensa.
Più irreale.
Il toro si ferma.
Respira.
Il suo respiro diventa vento.
Il vento diventa suono.
Il suono diventa vibrazione.
La sua forma trema.
Si incrina.
Si dissolve.
Non cade.
Non fugge.
Non muore
Svanisce.
Come se fosse fatto di respiro.
Come se fosse fatto di luce.
Come se fosse fatto di un sogno
che ha deciso di svegliarsi.)
CORO Il toro scompare.
Il toro si dissolve.
Il toro ritorna
nel luogo da cui era venuto.
Ma il vuoto che lascia
non è vuoto.
È attesa.
È promessa.
È rivelazione.
APPARIZIONE DEL GIOVANE
(Nel punto esatto
in cui il toro è svanito,
appare un giovane.
Non entra.
Non avanza.
Non si muove.
È semplicemente presente,
come se fosse sempre stato lì
e solo ora gli occhi umani
fossero in grado di vederlo.
È bellissimo.
Non di una bellezza umana.
Non di una bellezza divina.
Di una bellezza che ferisce.
Nudo.
Immobile.
Silenzioso.
Come un dio che finge di essere uomo.
Come un uomo che finge di essere sogno.
Come un sogno che finge di essere carne.)
PASIFAE (indietreggia, non per paura, ma per vertigine)
Chi…
chi sei?
(Pausa. Si avvicina lentamente.)
Non sei il toro.
Eppure eri il toro.
Eppure io ti ho visto.
Eppure io ti ho desiderato.
(Poi, come trafitta.)
Sei tu.
Sei tu che mi chiamavi.
Sei tu che respiravi dentro di me.
Sei tu che camminavi nella mia ombra.
CORO La regina vede.
La regina comprende.
La regina trema.
Perché ciò che ha davanti
non è un dio.
Non è un uomo.
Non è un animale.
È la forma del suo desiderio.
È la forma della vendetta degli dèi.
È la forma del destino.
GIOVANE CHE PRIMA ERA TORO
(la voce è calma, come acqua che scorre in un tempio vuoto)
Io sono ciò che hai chiamato.
Non ciò che ti aspettavi.
Non ciò che ti è stato imposto.
Io sono la forma
che il tuo desiderio
ha scelto per sé.
PASIFAE (come trafitta da una rivelazione)
Allora non è follia.
Non è punizione.
È…
è rivelazione.
(Pausa. Si inginocchia, non per sottomissione, ma per riconoscimento.)
Tu sei il mio destino.
E io…
io non posso che seguirti.
CORO Così la regina vide il dio.
Così il dio prese forma d’uomo.
Così nacque il labirinto del cuore.
Così iniziò la rovina e la gloria.
Perché ciò che è stato visto
non può più essere dimenticato.
Perché ciò che è stato scelto
non può più essere negato.
Perché ciò che è stato evocato
non può più essere respinto.
PASIFAE (al giovane, come a un amante impossibile)
Vieni.
Vieni a me.
Io sono pronta.
CORO E la notte si chiuse.
E la visione si compì.
E la metamorfosi
divenne carne.
IL SOSPETTO DI MINOSSE
Spazio: la reggia, ma ora deformata dalla tensione.
Suono: passi lontani, come se qualcuno spiassi qualcuno.
Luce: tagli netti, come lame.
CORO Il desiderio è un fuoco che non si può nascondere.
Il desiderio è un odore che impregna le stanze.
Il desiderio è un’ombra che cambia forma.
E Minosse,
che non crede agli dèi
se non quando gli conviene,
inizia a vedere.
Non ciò che è.
Ma ciò che teme.
MINOSSE (entrando, nervoso, come un animale in gabbia)
C’è qualcosa che non capisco.
Qualcosa che non riconosco.
Qualcosa che mi sfugge.
Da giorni Pasifae è diversa.
Da giorni i suoi occhi
guardano altrove.
Da giorni il suo corpo
risponde a un richiamo
che non è il mio.
(Pausa. Si ferma.)
E tutto è cominciato
da quando quel torello
è stato portato nei recinti.
CORO Il re osserva.
Il re sospetta.
Il re teme.
Perché la colpa
ha un odore.
E lui lo sente.
MINOSSE (come se parlasse a un servo invisibile)
L’ho vista.
L’ho vista con i miei occhi.
Accarezzava quel torello
come si accarezza un amante.
Gli parlava.
Gli sussurrava.
Gli sorrideva.
A me non sorride così
da mesi.
(Pausa. Si avvicina al pubblico.)
Che cosa sta succedendo?
Che cosa mi nasconde?
CORO Il re non vede il giovane.
Il re non vede la metamorfosi.
Il re non vede il destino.
Vede solo un animale.
Un animale troppo bello.
Troppo puro.
Troppo vicino alla sua colpa.
MINOSSE (come se stesse per confessare una paura inconfessabile)
Quando mi avvicino a lei,
si ritrae.
Quando le parlo,
non ascolta.
Quando la tocco,
il suo corpo è altrove.
E quando la cerco,
non la trovo.
Ma quando cerco il torello…
lei è lì.
Sempre lì.
Vicino a lui.
Troppo vicino.
CORO La gelosia degli uomini
è più feroce della collera degli dèi.
La gelosia degli uomini
non conosce ragione.
La gelosia degli uomini
costruisce labirinti.
MINOSSE (come se stesse per esplodere)
Non è naturale.
Non è possibile.
Non è… umano.
(Pausa. Si ferma, respira.)
Forse è stregoneria.
Forse è follia.
Forse è un castigo.
(Poi, più piano.)
Forse è la vendetta degli dèi.
CORO Il re ricorda.
Il re teme.
Il re comprende.
Perché ciò che ha tradito
ritorna sempre.
E il toro che non ha sacrificato
è ancora vivo.
È ancora presente.
È ancora in attesa.
MINOSSE (come se parlasse a un dio che non vuole ascoltare)
Zeus…
se questo è il tuo castigo,
dimmi cosa devo fare.
(Pausa. Nessuna risposta.)
Niente.
Silenzio.
Sempre silenzio.
(Poi, con rabbia.)
Allora parlerò io.
Allora agirò io.
CORO Ma il re non sa
che ciò che vuole fermare
è già accaduto.
Non sa
che ciò che vuole controllare
è già sfuggito.
Non sa
che ciò che vuole punire
non è più nelle sue mani.
ENTRA PASIFAE (La regina entra.
È diversa.
Più luminosa.
Più fragile.
Più distante.
Minosse la guarda
come si guarda un enigma.)
MINOSSE (duro, controllato)
Pasifae.
Dove sei stata?
PASIFAE (serena, come se non avesse nulla da nascondere)
A respirare.
A camminare.
A… ascoltare.
MINOSSE Ascoltare cosa?
PASIFAE (una pausa troppo lunga)
Il mondo.
CORO Il re sente la menzogna.
Il re sente la verità.
Il re sente entrambe
e non sa distinguerle.
MINOSSE (incalzante)
E quel torello?
Perché lo accudisci?
Perché lo cerchi?
Perché lo guardi
come non guardi più me?
PASIFAE (come se parlasse da un luogo lontano)
Perché lui…
mi vede.
MINOSSE Io ti vedo!
PASIFAE No.
Tu mi guardi.
È diverso.
CORO E in quella frase
il re sente la sua rovina.
Perché ciò che la regina ha visto
non può più essere disvisto.
Perché ciò che la regina ha scelto
non può più essere negato.
MINOSSE (come un animale ferito)
Cosa ti ha fatto?
Cosa ti ha detto?
Cosa ti ha promesso?
PASIFAE Niente.
(Non parla.
Non deve parlare.
La sua presenza basta.)
CORO (Il re trema.
Il re crolla.
Il re comprende.
Non è più lui
il centro del mondo.)
MINOSSE (come un giuramento)
Farò costruire un recinto.
Un muro.
Una prigione.
Nessuno entrerà.
Nessuno uscirà.
Nemmeno tu.
PASIFAE (come un sussurro che è già una condanna)
È troppo tardi.
CORO E così nacque il sospetto.
E così nacque la paura.
E così nacque il primo mattone
del labirinto.
IL SOSPETTO DI MINOSSE
Spazio: la reggia, ma ora deformata dalla tensione.
Suono: passi lontani, come se qualcuno spiassi qualcuno.
Luce: tagli netti, come lame.
CORO Il desiderio è un fuoco che non si può nascondere.
Il desiderio è un odore che impregna le stanze.
Il desiderio è un’ombra che cambia forma.
E Minosse,
che non crede agli dèi
se non quando gli conviene,
inizia a vedere.
Non ciò che è.
Ma ciò che teme.
MINOSSE (entrando, nervoso, come un animale in gabbia)
C’è qualcosa che non capisco.
Qualcosa che non riconosco.
Qualcosa che mi sfugge.
Da giorni Pasifae è diversa.
Da giorni i suoi occhi
guardano altrove.
Da giorni il suo corpo
risponde a un richiamo
che non è il mio.
(Pausa. Si ferma.)
E tutto è cominciato
da quando quel torello
è stato portato nei recinti.
CORO Il re osserva.
Il re sospetta.
Il re teme.
Perché la colpa
ha un odore.
E lui lo sente.
MINOSSE (come se parlasse a un servo invisibile)
L’ho vista.
L’ho vista con i miei occhi.
Accarezzava quel torello
come si accarezza un amante.
Gli parlava.
Gli sussurrava.
Gli sorrideva.
A me non sorride così
da mesi.
(Pausa. Si avvicina al pubblico.)
Che cosa sta succedendo?
Che cosa mi nasconde?
CORO
Il re non vede il giovane.
Il re non vede la metamorfosi.
Il re non vede il destino.
Vede solo un animale.
Un animale troppo bello.
Troppo puro.
Troppo vicino alla sua colpa.
MINOSSE (come se stesse per confessare una paura inconfessabile)
Quando mi avvicino a lei,
si ritrae.
Quando le parlo,
non ascolta.
Quando la tocco,
il suo corpo è altrove.
E quando la cerco,
non la trovo.
Ma quando cerco il torello…
lei è lì.
Sempre lì.
Vicino a lui.
Troppo vicino.
CORO La gelosia degli uomini
è più feroce della collera degli dèi.
La gelosia degli uomini
non conosce ragione.
La gelosia degli uomini
costruisce labirinti.
MINOSSE (come se stesse per esplodere)
Non è naturale.
Non è possibile.
Non è… umano.
(Pausa. Si ferma, respira.)
Forse è stregoneria.
Forse è follia.
Forse è un castigo.
(Poi, più piano.)
Forse è la vendetta degli dèi.
CORO Il re ricorda.
Il re teme.
Il re comprende.
Perché ciò che ha tradito
ritorna sempre.
E il toro che non ha sacrificato
è ancora vivo.
È ancora presente.
È ancora in attesa.
MINOSSE (come se parlasse a un dio che non vuole ascoltare)
Zeus…
se questo è il tuo castigo,
dimmi cosa devo fare.
(Pausa. Nessuna risposta.)
Niente.
Silenzio.
Sempre silenzio.
(Poi, con rabbia.)
Allora parlerò io.
Allora agirò io.
CORO Ma il re non sa
che ciò che vuole fermare
è già accaduto.
Non sa
che ciò che vuole controllare
è già sfuggito.
Non sa
che ciò che vuole punire
non è più nelle sue mani.
ENTRA PASIFAE
(La regina entra.
È diversa.
Più luminosa.
Più fragile.
Più distante.
Minosse la guarda
come si guarda un enigma.)
MINOSSE (duro, controllato)
Pasifae.
Dove sei stata?
PASIFAE (serena, come se non avesse nulla da nascondere)
A respirare.
A camminare.
A… ascoltare.
MINOSSE Ascoltare cosa?
PASIFAE (una pausa troppo lunga)
Il mondo.
CORO Il re sente la menzogna.
Il re sente la verità.
Il re sente entrambe
e non sa distinguerle.
MINOSSE (incalzante)
E quel torello?
Perché lo accudisci?
Perché lo cerchi?
Perché lo guardi
come non guardi più me?
PASIFAE (come se parlasse da un luogo lontano)
Perché lui…
mi vede.
MINOSSE Io ti vedo!
PASIFAE No.
Tu mi guardi.
È diverso.
CORO E in quella frase
il re sente la sua rovina.
Perché ciò che la regina ha visto
non può più essere disvisto.
Perché ciò che la regina ha scelto
non può più essere negato.
MINOSSE (come un animale ferito)
Cosa ti ha fatto?
Cosa ti ha detto?
Cosa ti ha promesso?
PASIFAE Niente.
Non parla.
Non deve parlare.
La sua presenza basta.
CORO Il re trema.
Il re crolla.
Il re comprende.
Non è più lui
il centro del mondo.
MINOSSE (come un giuramento)
Farò costruire un recinto.
Un muro.
Una prigione.
Nessuno entrerà.
Nessuno uscirà.
Nemmeno tu.
PASIFAE (come un sussurro che è già una condanna)
È troppo tardi.
CORO E così nacque il sospetto.
E così nacque la paura.
E così nacque il primo mattone
del labirinto.
DEDALO E IL LABIRINTO — IL PARTO DEL DESTINO
Spazio: un’ampia sala della reggia, vuota, come se fosse stata svuotata per un rituale.
Suono: un martello lontano, come se qualcuno stesse già costruendo qualcosa che non dovrebbe esistere.
Luce: tagli obliqui, come se la scena fosse già un labirinto.
CORO Quando un re teme,
quando un re sospetta,
quando un re non vuole confessare
la propria gelosia,
la chiama follia.
E la follia,
quando viene nominata da un re,
diventa legge.
E la legge,
quando nasce dalla paura,
diventa pietra.
MINOSSE (da solo, come se parlasse a un giudice invisibile)
Non posso permettere
che la regina continui così.
Non posso permettere
che il regno la veda
accarezzare un animale
come fosse un amante.
Non posso permettere
che la sua follia
diventi la mia vergogna.
(Pausa. Respira.)
Non è gelosia.
Non è gelosia.
Non è gelosia.
È…
è dovere.
CORO Il re mente.
Il re mente a sé stesso.
Il re mente agli dèi.
Il re mente al mondo.
Ma la menzogna,
quando è pronunciata da un re,
diventa ordine.
ENTRA DEDALO
(Dedalo entra.
Non come un servo.
Non come un suddito.
Come un uomo che porta con sé
il peso della propria intelligenza.
È un artista.
È un inventore.
È un sacerdote della forma.
E Minosse lo teme
quasi quanto lo ammira.)
MINOSSE Dedalo.
Ho bisogno di te.
DEDALO (sereno, ma vigile)
Un re non ha mai bisogno.
Un re ordina.
MINOSSE Allora ti ordino.
Costruisci un luogo.
Un luogo dove nessuno possa entrare.
Un luogo da cui nessuno possa uscire.
Un luogo dove ciò che è…
innominabile…
possa essere rinchiuso.
DEDALO (una pausa lunga)
Che cosa devo rinchiudere, mio re?
MINOSSE La follia.
La follia della regina.
CORO Dedalo ascolta.
Dedalo comprende.
Dedalo tace.
Perché sa
che ciò che gli viene chiesto
non è un’opera.
È una condanna.
DEDALO (con cautela)
La regina…
non mi sembra folle.
MINOSSE (con un lampo di rabbia)
Non discutere!
Non giudicare!
Non pensare!
(Pausa. Si ricompone.)
Tu devi solo costruire.
DEDALO E cosa devo costruire?
MINOSSE Un labirinto.
CORO La parola cade
come un presagio.
Labirinto.
Luogo senza centro.
Luogo senza uscita.
Luogo dove il pensiero
si perde.
Luogo dove la colpa
diventa architettura.
DEDALO (come se vedesse già la forma)
Un labirinto…
non è una prigione.
È un mondo.
MINOSSE Appunto.
Voglio un mondo
dove la follia della regina
possa essere contenuta.
Un mondo dove nessuno
possa vedere
ciò che lei vede.
Un mondo dove nessuno
possa sentire
ciò che lei sente.
Un mondo dove nessuno
possa toccare
ciò che lei tocca.
CORO Il re parla di follia.
Ma ciò che teme
non è la follia.
È il desiderio.
Il desiderio che non controlla.
Il desiderio che non gli appartiene.
Il desiderio che lo esclude.
DEDALO (con un filo di voce)
E la regina…
sarà rinchiusa?
MINOSSE (mentendo)
No.
Non lei.
(Pausa. Poi, più cupo.)
Qualcosa che porta in sé.
CORO Dedalo comprende.
Dedalo vede.
Dedalo tace.
Perché ciò che sta per nascere
non è umano.
Non è animale.
Non è divino.
È un destino.
ENTRA PASIFAE
(La regina entra.
Non è più luminosa.
Non è più fragile.
È…
trasfigurata.
Come se avesse visto
il volto del mondo
da troppo vicino.)
PASIFAE (al giovane invisibile, come se fosse accanto a lei)
È quasi tempo. Io lo sento.
Tu lo senti.
MINOSSE (terrorizzato)
Hai sentito?
Hai sentito come parla?
Come se parlasse a qualcuno!
DEDALO (guardandola con rispetto)
Forse parla davvero a qualcuno.
MINOSSE (con furia)
Basta!
Costruisci il labirinto!
Subito!
CORO E così la paura
divenne architettura.
E la gelosia
divenne pietra.
E la follia
divenne forma.
E Dedalo,
che non voleva essere complice,
divenne creatore.
DEDALO (come un artista che accetta il proprio destino)
Lo farò.
Ma ricordati, Minosse:
ciò che rinchiudi
non smette di esistere.
Ciò che nascondi
non smette di crescere.
Ciò che temi
non smette di guardarti.
PASIFAE (come un oracolo)
È troppo tardi.
CORO E così nacque la creatura.
Non ancora carne.
Non ancora voce.
Non ancora forma.
Ma destino.
Il destino della regina.
Il destino del re.
Il destino del regno.
Il destino del labirinto.
MINOSSE SI FA BEFFE DI ZEUS
Spazio: una terrazza della reggia, aperta sul mare.
Suono: onde lente, come un dio che respira con calma.
Luce: crepuscolare, rossa, come se il sole stesse sanguinando.
CORO Quando un uomo teme, ride.
Quando un uomo mente, ride.
Quando un uomo sfida gli dèi, ride.
E Minosse,
che non vuole vedere la propria rovina, ride.
Ride del toro. Ride del sacrificio mancato.
Ride del dio che ha ingannato.
Ma la risata degli uomini
è sempre troppo breve
per coprire il silenzio degli dèi.
MINOSSE (da solo, guardando il mare come se fosse uno specchio)
Zeus…
Zeus, padre dei fulmini,
signore dei cieli,
re degli dèi…
(Pausa. Sorride.)
Che sciocchezza.
Che sciocchezza pensare
che tu possa ingannarmi.
(Passeggia, soddisfatto.)
Il toro che mi hai mandato…
oh, sì, era splendido.
Bianco come la luna.
Forte come una tempesta.
Un dono degno di un re.
Ma io…
io sono Minosse.
Io non spreco i doni.
Io li uso.
(Pausa. Ride piano.)
E così ho fatto sacrificare
quel mio torello rachitico,
quel povero animale malato,
quella creatura che a malapena stava in piedi, il peggiore delle mie mandrie.
E tu?
Tu hai guardato il fumo salire
e non hai detto nulla.
CORO Il re crede che il silenzio degli dèi sia ignoranza.
Il re crede che il silenzio degli dèi sia debolezza.
Il re crede che il silenzio degli dèi sia vittoria.
Ma il silenzio degli dèi
è attesa.
MINOSSE (ride più forte, come un uomo che vuole convincere se stesso)
Ah!
Che inganno perfetto!
Che astuzia!
Che trionfo!
(Pausa. Si ferma, guarda il cielo.)
Tu pensavi che io avrei sacrificato
il tuo toro perfetto.
Tu pensavi che io avrei obbedito
come un servo.
Tu pensavi che io avrei tremato
davanti al tuo dono.
Ma io…
io sono un re.
Io decido.
Io scelgo.
Io inganno.
(Poi, con un lampo di orgoglio malato.)
E tu non hai fatto nulla.
CORO Gli dèi non rispondono
quando l’uomo si vanta.
Gli dèi non parlano
quando l’uomo ride.
Gli dèi non intervengono
quando l’uomo si crede invincibile.
Gli dèi aspettano.
MINOSSE (come se parlasse a un amico invisibile)
E ora? Ora la regina è inquieta.
Ora la regina parla da sola.
Ora la regina accarezza quel torello
come se fosse un amante.
(Pausa. Ride amaramente.)
Che follia.
Che assurdità.
Una donna…
una regina…
innamorata di un animale.
(Poi, con un ghigno.)
E tutto questo perché?
Perché tu, Zeus,
sei stato ingannato, da me Minosse.
CORO Il re non vede
che la sua risata
è già una crepa.
Il re non vede
che la sua arroganza
è già una condanna.
Il re non vede
che la sua vittoria
è già una tomba.
MINOSSE (come un uomo che si ubriaca della propria voce)
Io ti ho battuto, Zeus.
Io ti ho deriso.
Io ti ho umiliato.
(Pausa. Si avvicina al bordo della terrazza.)
E ora guardami.
Guardami mentre regno.
Guardami mentre comando.
Guardami mentre vivo
senza temere la tua collera.
(Poi, più piano, quasi sussurrando.)
Perché tu non hai collera.
Tu hai solo silenzio.
CORO
E il silenzio degli dèi
è più pesante della loro ira.
E il silenzio degli dèi
è più profondo del mare.
E il silenzio degli dèi
è più tagliente del fulmine.
MINOSSE (come se volesse convincere il cielo)
Io non temo nulla.
Io non temo te.
Io non temo il tuo toro.
Io non temo la follia della regina.
(Pausa. Un’ombra gli attraversa il volto.)
È solo…
è solo una fase.
Una debolezza.
Una…
una malattia dello spirito.
(Poi, di nuovo arrogante.)
E io la curerò.
Io la rinchiuderò.
Io la controllerò.
Perché io sono Minosse.
E tu, Zeus…
tu sei stato ingannato.
CORO E in quel momento,
mentre il re ride,
mentre il re si vanta,
mentre il re si crede invincibile…
il destino
si mette in moto.
Non con un fulmine.
Non con un tuono.
Non con una tempesta.
Con un respiro.
Un respiro che non appartiene
né a uomo
né a bestia
né a dio.
Il respiro
di ciò che sta per nascere.
IL RITROVARSI — L’AMORE E LA FOLLIA
Spazio: due luoghi sovrapposti.
Da un lato, un giardino notturno, morbido, lunare, dove Pasifae e il giovane si incontrano.
Dall’altro, una stanza della reggia, dura, angolare, dove Minosse cammina come un animale ferito.
Le due scene si alternano, si sovrappongono, si rispondono.
CORO Ci sono notti
in cui l’amore è un tempio
e notti
in cui l’amore è una colpa.
Ci sono notti
in cui due corpi si cercano
come se fossero nati
per riconoscersi.
E notti
in cui un uomo cammina
da solo
nella propria ombra.
Questa è una di quelle notti.
IL GIARDINO DI PASIFAE
Luce: morbida, lunare, tremolante.
Suono: un respiro doppio, come due cuori che si avvicinano.
PASIFAE (entrando, come se seguisse un filo invisibile)
Sapevo che saresti venuto.
Sapevo che mi avresti trovata.
Sapevo che non avresti potuto
restare lontano.
APPARE IL GIOVANE Non entra: emerge.
Come se fosse sempre stato lì.
Come se il giardino fosse il suo corpo.
GIOVANE (la voce è un sussurro che avvolge)
Io non vengo.
Io accado.
Io sono dove tu mi pensi.
Io sono dove tu mi desideri.
Io sono dove tu mi chiami.
PASIFAE (avvicinandosi, senza toccarlo)
Ogni volta che ti vedo
il mondo si ferma.
Ogni volta che ti guardo
la mia pelle ricorda
ciò che non ha mai vissuto.
Ogni volta che respiro
sento il tuo respiro
dentro il mio.
GIOVANE (le sfiora il volto senza toccarla)
Tu sei la mia porta.
Tu sei il mio nome.
Tu sei la mia forma.
Io non esisto
senza il tuo sguardo.
PASIFAE E io non vivo
senza la tua presenza.
(Pausa. Lo guarda come si guarda un miracolo.)
Dimmi…
dimmi che non sono folle.
GIOVANE Tu non sei folle. Tu sei scelta.
Tu sei chiamata.
Tu sei destinata.
(Poi, più dolce.)
E io…
io sono venuto per te.
PASIFAE (come un sospiro che diventa preghiera)
Allora resta.
Resta con me.
Resta dentro di me.
Resta nella mia ombra.
Resta nel mio sangue.
GIOVANE Io resto
dove tu mi vuoi.
(Si avvicina. Le loro fronti quasi si toccano.)
E tu mi vuoi
qui.
CORO E l’amore
diventa un respiro.
E il respiro
diventa un giuramento.
E il giuramento
diventa carne.
SCENA B — MINOSSE NELLA REGGIA
Luce: tagli duri, come lame.
Suono: passi nervosi, ripetuti, ossessivi.
MINOSSE (cammina avanti e indietro, parlando da solo)
Non è possibile.
Non è possibile.
Non è possibile.
(Pausa. Si ferma.)
Una donna…
una regina…
che parla con un animale.
Che lo accarezza.
Che lo cerca.
Che lo ama.
(Poi ride, ma la risata è spezzata.)
È follia.
È pura follia.
CORO Il re non sa
che ciò che chiama follia
è amore.
E ciò che chiama amore
è destino.
MINOSSE (come se volesse convincere sé stesso)
Non è gelosia.
Non è gelosia.
Non è gelosia.
È…
è una malattia.
Una febbre dello spirito.
Una…
una possessione.
(Pausa. Sussurra.)
Zeus…
Zeus mi sta punendo.
CORO Il re sente la colpa
come un coltello.
Ma la chiama follia
per non chiamarla destino.
MINOSSE (guardando il vuoto)
E lei…
lei non mi guarda più.
Lei non mi sente più.
Lei non mi appartiene più.
(Poi, con un brivido.)
Lei appartiene a…
a cosa?
PASIFAE (al giovane, come a un amante eterno)
Parlami.
Parlami ancora.
Dimmi parole che nessun uomo
ha mai detto.
GIOVANE (le prende le mani senza toccarle davvero)
Tu sei la mia luce.
Tu sei la mia notte.
Tu sei il mio inizio.
Tu sei la mia fine.
(Pausa.)
E io sono ciò che tu hai evocato
dal fondo del mondo.
PASIFAE (come se stesse per piangere)
Non lasciarmi.
GIOVANE Io non posso lasciarti.
Io sono nato
dal tuo desiderio.
CORO E il desiderio
diventa destino.
E il destino
diventa creatura.
E la creatura
si prepara a nascere.
MINOSSE (come un uomo che ha paura della propria ombra)
Se lei continua così…
se lei continua a parlare con quel torello…
se lei continua a guardarlo così…
(Pausa. Sussurra.)
Il regno riderà di me.
Gli dèi rideranno di me.
Il mondo riderà di me.
(Poi, con un lampo di rabbia.)
No!
No!
Io non sarò lo zimbello degli dèi!
CORO E così la gelosia
diventa furore.
E il furore
diventa decisione.
E la decisione
diventa rovina.
IL GIARDINO
PASIFAE
(come un voto)
Io ti proteggerò.
Io ti nasconderò.
Io ti porterò
dove nessuno potrà trovarti.
GIOVANE
E io ti darò
ciò che nessun dio
ha mai dato a una donna.
CORO E così l’amore si compì.
Dolce. Avvolgente. Inevitabile. Mentre altrove
un re impazziva.
LA RIVELAZIONE — L’AMORE E LA MINACCIA
Spazio: tre luoghi sovrapposti. Un giardino lunare dove Pasifae e il giovane si incontrano. Una sala oscura dove Minosse ascolta, spia, interpreta male. Un luogo simbolico, quasi un altare, dove il destino parla.
CORO Ci sono parole
che non dovrebbero essere pronunciate.
Ci sono verità
che non dovrebbero essere rivelate.
Ci sono amori
che non possono essere contenuti
in una sola forma.
E questa notte
tutte e tre
si intrecciano.
IL GIARDINO
Luce: morbida, lunare, come un respiro.
Suono: un battito doppio, lento, inevitabile.
PASIFAE (guardando il giovane come si guarda un miracolo che fa male)
Perché tremi?
Perché i tuoi occhi
sono pieni di un’ombra
che non riconosco?
GIOVANE (la voce è dolce, ma attraversata da un presagio)
Perché il tempo
che abbiamo
non è infinito.
PASIFAE (come trafitta)
Che cosa vuoi dire?
GIOVANE Io…
non posso restare così.
Non posso restare uomo.
Non posso restare questa forma
che tu ami. (Pausa.)
Presto…
presto tornerò toro.
PASIFAE (indietreggia, come se le avessero strappato il respiro)
No.
No, non dirmelo.
Non ora.
Non così.
GIOVANE È la mia natura.
È il mio destino.
È il prezzo
della vendetta degli dèi.
(Poi, più dolce.)
Ma non è la fine.
PASIFAE (con un filo di voce)
Per me sì.
Per me è la fine.
Io ti amo così.
Io ti amo ora.
Io ti amo in questa carne
che posso guardare
senza tremare.
GIOVANE (le sfiora il volto senza toccarla davvero)
Tu non ami la mia carne.
Tu ami la mia presenza.
Tu ami ciò che sono
quando ti guardo.
Tu ami ciò che diventi
quando mi tocchi.
(Pausa.)
E questo
non cambierà.
PASIFAE Ma io…
io non voglio perderti.
GIOVANE Non mi perderai.
Io tornerò.
Sempre.
In qualunque forma.
In qualunque ombra.
In qualunque respiro.
(Poi, come un giuramento.)
Io ti amerò
anche quando sarò toro.
Io ti amerò
anche quando sarò vento.
Io ti amerò
anche quando sarò
solo un ricordo
che cammina nella tua pelle.
PASIFAE (le lacrime le scendono senza rumore)
E io…
io ti amerò
anche quando non potrò più
abbracciarti.
CORO E così l’amore
diventa promessa.
E la promessa
diventa ferita.
E la ferita
diventa destino.
MINOSSE SPIA
Luce: tagli duri, come coltelli.
Suono: un respiro affannoso, come un uomo che ascolta ciò che non dovrebbe.
(Minosse è nascosto.
Non vede il giovane.
Non vede la metamorfosi.
Non vede la verità.
Vede solo la moglie
che parla da sola.)
MINOSSE (tra sé e sé, con un brivido)
Eccola.
Eccola di nuovo.
Che sussurra.
Che piange.
Che parla al vuoto.
(Pausa. Si avvicina, senza farsi vedere.)
“Ti amerò anche quando non potrò più abbracciarti” …
A chi lo dice?
A chi lo promette?
(Poi, con un ghigno amaro.)
A quel torello.
A quella bestia.
A quella creatura maledetta.
CORO Il re non vede
ciò che è davanti ai suoi occhi.
Il re vede
solo ciò che teme.
MINOSSE (come un uomo che si convince della propria versione)
È follia.
È pura follia.
È una malattia.
È una febbre.
È una possessione.
(Pausa. Sussurra.)
Zeus…
Zeus mi sta punendo.
CORO E così la gelosia
diventa diagnosi.
E la paura
diventa certezza.
E la certezza
diventa condanna.
PASIFAE (al giovane, come a un amante eterno)
Promettimi
che tornerai da me.
GIOVANE Te lo prometto.
In qualunque forma.
In qualunque notte.
In qualunque destino.
(Pausa.)
E quando sarò toro…
tu mi riconoscerai.
PASIFAE Sì.
Sì, ti riconoscerò.
Anche se il mondo
mi chiamerà folle.
Anche se il re
mi chiamerà malata.
Anche se gli dèi
mi chiameranno sacrilega.
GIOVANE E io verrò da te.
Sempre.
Perché tu sei
la mia porta.
La mia luce.
La mia forma.
CORO E così l’amore si compì.
Dolce. Avvolgente.
Inevitabile.
MINOSSE (come un uomo che ha deciso)
Basta.
Basta.
Basta.
Se lei continua così…
se lei continua a parlare con quel torello…
se lei continua a promettere amore
a un animale…
(Pausa. Sussurra.)
Io la salverò.
Io la curerò.
Io la rinchiuderò.
(Poi, con un lampo di follia.)
Io la proteggerò
da sé stessa.
CORO E così il re
divenne carnefice
credendo di essere salvatore.
E così l’amore
divenne colpa
agli occhi del mondo.
E così il destino
si chiuse
come una porta.
PASIFAE SOLA — L’ATTESA E IL SILENZIO DI MINOSSE
Spazio: una stanza appartata della reggia, quasi un santuario privato.
Suono: un respiro lento, come un mare addormentato.
Luce: tenue, lunare, come se la stanza fosse immersa in un sogno.
CORO Ci sono notti
in cui l’amore è presenza
e notti
in cui l’amore è assenza.
Ci sono notti
in cui due corpi si cercano
e notti
in cui un solo corpo
ricorda.
E questa notte
Pasifae ricorda.
Ricorda il giovane.
Ricorda la sua voce.
Ricorda la sua promessa.
Ricorda la sua forma
che presto svanirà.
PASIFAE (seduta a terra, come una donna che ha perso qualcosa che non sa nominare)
È passato solo un giorno.
Solo un giorno.
Eppure sembra un anno.
Sembra un secolo.
Sembra un tempo
che non appartiene più al mondo.
(Pausa. Si abbraccia da sola.)
La sua voce…
la sua voce è ancora qui.
La sento nella mia pelle.
La sento nel mio respiro.
La sento nel mio sangue.
(Poi, più piano.)
“Presto tornerò toro” …
lo ha detto con dolcezza.
Con una dolcezza
che faceva male.
CORO La regina soffre.
La regina attende.
La regina ama.
E l’amore,
quando non ha corpo,
diventa ferita.
PASIFAE (come se parlasse a un’assenza)
Dove sei ora?
Dove ti nascondi?
In quale forma respiri?
(Pausa. Si alza lentamente.)
Vorrei poterti toccare.
Vorrei poterti guardare.
Vorrei poterti stringere
prima che tu svanisca
di nuovo.
(Poi, con un filo di voce.)
Torna da me.
Torna in qualunque forma.
Torna anche se sarai toro.
Io ti riconoscerò.
CORO E la promessa
diventa preghiera.
E la preghiera
diventa attesa.
E l’attesa
diventa dolore.
MINOSSE OSSERVA
Luce: un taglio duro, come un occhio che spia.
Suono: un respiro trattenuto.
(Minosse è nascosto nell’ombra.
Non entra.
Non parla.
Non interviene.
Osserva.)
MINOSSE (tra sé e sé, senza farsi sentire)
Eccola.
Eccola di nuovo.
Che parla da sola.
Che piange da sola.
Che soffre per…
per chi?
(Pausa. Si avvicina di un passo.)
Per quel torello.
Per quella bestia.
Per quella creatura maledetta.
(Poi, con un brivido.)
È follia.
È pura follia.
CORO Il re vede la tristezza
e la chiama follia.
Il re vede l’amore
e lo chiama malattia.
Il re vede il dolore
e lo chiama vergogna.
Perché non può accettare
che la regina
ami ciò che lui
non può controllare.
MINOSSE (come un uomo che si convince della propria versione)
Non è amore.
Non può essere amore.
È…
è una febbre.
È una possessione.
È un inganno degli dèi.
(Pausa. Guarda Pasifae con un misto di paura e rabbia.)
Lei non è più lei.
Lei non è più mia.
Lei non è più…
umana.
CORO E il re tace
Tace perché non sa parlare.
Tace perché non sa capire.
Tace perché non sa amare.
E nel suo silenzio
cresce il labirinto.
PASIFAE (si inginocchia, come davanti a un altare invisibile)
Sei stato uomo
per me.
Solo per me.
Per un istante
hai lasciato la tua forma
per darmi un volto
che potessi amare
senza paura.
(Pausa. Le lacrime le scendono.)
E ora tornerai toro.
E io…
io ti amerò lo stesso.
Anche se il mondo riderà.
Anche se il re mi rinchiuderà.
Anche se gli dèi mi puniranno.
(Poi, con un sussurro.)
Io ti amerò
in qualunque forma.
CORO E l’amore
diventa voto.
E il voto
diventa destino.
E il destino
diventa creatura.
MINOSSE (come un uomo che ha deciso)
Basta.
Basta.
Basta.
Se lei continua così…
se lei continua a parlare con il vuoto…
se lei continua a soffrire
per un animale…
(Pausa. Sussurra.)
Io la salverò.
Io la curerò.
Io la rinchiuderò.
(Poi, con un lampo di follia.)
Io la proteggerò
da sé stessa.
CORO E così il re
divenne carnefice
credendo di essere salvatore.
E così la regina
divenne vittima
credendo di essere amata.
E così il destino
si chiuse
come una porta.
PASIFAE, DEDALO E LA SAGOMA DELLA VACCA
Spazio: un laboratorio segreto della reggia, pieno di legni, corde, pelli, strumenti.
Suono: un martello lontano, come un cuore che batte.
Luce: fioca, tremolante, come se la stanza respirasse.
CORO Quando l’amore diventa impossibile,
l’uomo inventa.
Quando il desiderio diventa destino,
l’uomo costruisce.
Quando la forma non basta,
l’uomo crea un’altra forma.
E Pasifae,
che ama ciò che non può avere,
chiama l’unico uomo
che può dare corpo all’impossibile.
Dedalo.
PASIFAE ENTRA NEL LABORATORIO
PASIFAE
(entrando, con passo deciso ma occhi pieni di dolore)
Dedalo…
Dedalo, ho bisogno di te.
DEDALO (alza lo sguardo, come se sapesse già)
Una regina non ha bisogno.
Una regina ordina.
PASIFAE No.
Questa volta…
questa volta ti chiedo.
(Pausa. Si avvicina.)
Ti chiedo di aiutarmi.
DEDALO (la osserva, serio, senza giudicare)
Dimmi.
PASIFAE Ho bisogno di una forma.
Una forma che non esiste.
Una forma che inganni gli occhi.
Una forma che inganni il mondo.
Una forma che inganni…
il destino.
DEDALO (immobile, come un sacerdote davanti a un oracolo)
Che forma?
PASIFAE
Una vacca.
Una sagoma di vacca.
Grande.
Solida.
Perfetta.
(Pausa. Sussurra.)
Rivestita di pelli vere.
DEDALO (chiude gli occhi un istante, come se avesse previsto tutto)
Perché?
PASIFAE (la voce le trema, ma non si spezza)
Perché lui…
tornerà toro.
Presto.
Molto presto.
E io…
io devo essere pronta.
Io devo poterlo incontrare.
Io devo poterlo riconoscere.
Io devo poterlo…
raggiungere.
CORO La regina parla
come una donna innamorata.
La regina parla
come una donna condannata.
La regina parla
come una donna che ha scelto.
E Dedalo ascolta.
DEDALO (serio, ma non ostile)
Pasifae…
quello che mi chiedi
non è un’opera.
È un rito.
PASIFAE Sì.
È un rito.
È un ponte.
È un passaggio.
(Pausa. Si avvicina ancora.)
E tu sei l’unico
che può costruirlo.
DEDALO (la guarda negli occhi, senza giudizio)
E se ti dicessi di no?
PASIFAE (ferma, assoluta)
Lo costruirei da sola.
Male.
Tardi.
Sbagliato.
E morirei
nel tentativo.
(Poi, più dolce.)
Ma tu…
tu puoi salvarmi.
CORO Dedalo non è un uomo qualunque.
Dedalo è colui che dà forma al destino.
Dedalo è colui che costruisce
ciò che non dovrebbe esistere.
E davanti alla regina
non può rifiutare.
DEDALO (come un sacerdote che accetta un sacrificio)
Va bene.
Lo farò.
PASIFAE (con un sospiro che è quasi un pianto)
Grazie.
DEDALO Ma sappi una cosa.
Quando un uomo costruisce
ciò che non dovrebbe essere costruito,
il mondo cambia forma.
E ciò che nascerà
non potrà essere nascosto.
PASIFAE Lo so.
E lo accetto.
LA COSTRUZIONE
Suono: martellate rapide, precise, come un cuore che accelera.
Luce: vibra, come se la stanza fosse viva.
(pausa musicale)
(Dedalo lavora.
Non lentamente.
Non con fatica.
Non con esitazione.
Lavora come se le sue mani
sapessero già cosa fare.
Lavora come se la forma
fosse già nata
prima ancora di essere costruita)
CORO E in un attimo
la sagoma prende vita.
Legno.
Corde.
Pelli.
Curve.
Vuoti.
Pesi.
Una vacca.
Perfetta.
Immobile.
Silenziosa.
Un guscio.
Un altare.
Un inganno. Un destino.
DEDALO (fermandosi, sudato ma lucido)
È finita.
PASIFAE (si avvicina, la tocca come si tocca un corpo sacro)
È…
è perfetta.
DEDALO Non è perfetta.
ma necessaria allo scopo.
PASIFAE (chiude gli occhi, come in preghiera)
Grazie, Dedalo.
Tu non sai
che cosa hai fatto per me.
DEDALO (la guarda con una tristezza che non mostra)
Lo so.
E temo
che un giorno
lo saprà anche il mondo.
MINOSSE OSSERVA E TACE
Luce: un taglio duro, come un occhio che spia.
Suono: un respiro trattenuto.
(Minosse è nascosto.
Ha visto tutto.
Ha sentito tutto.
Ha capito nulla.)
MINOSSE (tra sé e sé, gelido)
Una vacca.
Una sagoma di vacca.
Rivestita di pelli.
(Pausa. Un brivido.)
Perché?
Perché una regina
dovrebbe chiedere questo?
(Poi, con un lampo di follia.)
È follia.
È pura follia.
E Dedalo…
Dedalo è complice.
CORO Il re tace.
Tace perché non capisce. Tace perché non vuole capire.
Tace perché la verità lo ucciderebbe.
E nel suo silenzio cresce il labirinto.
LA SAGOMA — IL RITORNO DEL TORO — IL COMPIMENTO DEL DESTINO
Spazio: il laboratorio di Dedalo, ora trasformato in un luogo sacro.
Suono: un battito profondo, come un cuore che non appartiene a nessun corpo umano.
Luce: lunare, tremolante, come se la stanza fosse sospesa tra due mondi.
CORO Ci sono atti
che non appartengono più agli uomini.
Ci sono gesti
che non possono essere giudicati.
Ci sono notti
in cui la carne diventa destino
e il destino diventa forma.
Questa è una di quelle notti.
PASIFAE E LA SAGOMA
PASIFAE (entrando, con passo lento, come una sacerdotessa che si avvicina all’altare)
È pronta.
È qui.
È come l’avevo immaginata.
Come l’avevo sognata.
Come lui l’avrebbe voluta.
(Pausa. Accarezza la sagoma.)
Legno…
pelle…
vuoto…
ombra…
Eppure…
eppure sembra viva.
DEDALO (da un angolo, come un uomo che ha già visto troppo)
Non è viva.
È solo forma.
È solo inganno.
È solo ciò che mi hai chiesto.
PASIFAE No.
È molto di più.
È un ponte.
È un passaggio.
È un varco.
(Poi, più piano.)
È l’unico modo
per raggiungerlo.
CORO La regina parla
come una donna innamorata.
La regina parla
come una donna condannata.
La regina parla
come una donna che ha scelto.
E Dedalo ascolta.
PASIFAE (apre la sagoma, entra lentamente)
Aiutami a chiuderla.
Aiutami a diventare
ciò che devo essere.
DEDALO (la guarda un istante, poi obbedisce)
Pasifae…
una volta dentro…
non potrai tornare indietro.
PASIFAE Non voglio tornare indietro.
Voglio andare avanti.
Verso di lui.
Verso ciò che siamo destinati a essere.
DEDALO (chiude la sagoma, lentamente, come un sacerdote che sigilla un rito)
È fatto.
CORO E così la regina
divenne forma.
E la forma
divenne inganno.
E l’inganno
divenne destino.
IL RITORNO DEL TORO
Suono: un muggito lontano, profondo, come un tuono che nasce dalla terra.
Luce: vibra, si spezza, si ricompone.
CORO Il giovane aveva promesso.
Il giovane aveva giurato.
Il giovane aveva detto
che sarebbe tornato.
E ora torna.
Non come uomo.
Non come sogno.
Non come amante.
Come toro.
APPARIZIONE DEL TORO (Il toro entra
Non come un animale.
Come un dio.
Come un destino.
Come una forma che non può essere fermata.
Il pubblico lo vede.
Dedalo lo vede.
Pasifae lo sente.)
DEDALO (indietreggia, terrorizzato)
È lui…
è lui…
il toro sacro…
(Pausa. Sussurra.)
Zeus…
perdonami…
CORO Il toro non guarda Dedalo.
Il toro non guarda il mondo.
Il toro guarda solo
la sagoma.
La riconosce.
La desidera.
La accetta.
Perché dentro quella forma
c’è la regina.
C’è la donna.
C’è l’amore.
C’è il destino.
MINOSSE OSSERVA E TACE
Luce: un taglio duro, come un occhio che spia.
Suono: un respiro trattenuto.
(Minosse è nascosto.
Ha seguito Pasifae.
Ha seguito Dedalo.
Ha seguito il destino
senza saperlo.)
MINOSSE (tra sé e sé, gelido)
Che cosa…
che cosa sta facendo?
(Pausa. Vede la sagoma.)
Una vacca.
Una sagoma di vacca.
Rivestita di pelli.
(Poi, vede il toro.)
E lui…
il toro…
il toro sacro…
(Poi, un brivido.)
No.
No, non può essere.
Non può essere questo.
CORO
Il re vede
ma non comprende.
Il re comprende
ma non accetta.
Il re accetta
ma troppo tardi.
IL COMPIMENTO
PASIFAE (dentro la sagoma, come un sussurro che attraversa il legno)
Sono qui.
Sono pronta.
Vieni da me.
TORO (non parla, ma il suo respiro è un linguaggio)
[Un muggito profondo, dolce, inevitabile.]
CORO E così il rito
si compì.
Non come peccato.
Non come follia.
Non come vergogna.
Come destino.
Come mito.
Come inizio.
MINOSSE (conclusione)
MINOSSE
(come un uomo che ha visto troppo)
È finita.
È finita.
È finita.
(Pausa. Sussurra.)
E io…
io non posso più fermare nulla.
CORO E così nacque
ciò che non doveva nascere.
E così si compì
ciò che non doveva compiersi.
E così iniziò
ciò che non poteva essere fermato.
Il destino.
La creatura.
Il labirinto.
PASIFAE DOPO IL RITO — MINOSSE OSSERVA E TACE
Spazio: una stanza appartata della reggia, quasi un grembo di pietra.
Suono: un battito lento, profondo, come un cuore che non appartiene a nessun corpo umano.
Luce: fioca, lunare, come se la stanza fosse sospesa tra due mondi.
CORO Ci sono notti
in cui il corpo ricorda
ciò che la mente vorrebbe dimenticare.
Ci sono notti
in cui l’amore diventa eco,
in cui il desiderio diventa ombra,
in cui il destino diventa peso.
E Pasifae,
sola,
respira nel silenzio
ciò che il mondo non deve sapere.
PASIFAE SOLA
PASIFAE (seduta, avvolta in un mantello, come una donna che porta un segreto troppo grande)
È finita.
È accaduto.
È stato come un sogno
che non osa diventare ricordo.
(Pausa. Si tocca il ventre, come se ascoltasse un suono interno.)
E ora…
ora dentro di me
qualcosa respira.
Non è uomo.
Non è toro.
Non è dio.
È…
è ciò che siamo diventati
quando ci siamo scelti.
(Poi, con un filo di voce.)
Amore mio…
tornerai?
Tornerai ancora?
O questa è stata l’ultima volta
in cui ti ho visto con occhi umani?
CORO La regina soffre.
La regina attende.
La regina teme.
Perché l’amore,
quando diventa destino,
non consola più.
Ferisce.
PASIFAE (chiude gli occhi, come se vedesse il giovane)
La tua voce…
la tua voce è ancora qui.
Mi parla.
Mi avvolge.
Mi chiama.
(Pausa.)
“Ti amerò in qualunque forma” …
lo hai detto.
E io…
io ti credo.
Ma ora…
ora ho paura.
(Poi, più piano.)
Paura di ciò che nascerà.
Paura di ciò che diventerò.
Paura di ciò che il mondo vedrà
quando guarderà me.
CORO La regina parla
come una donna innamorata.
La regina parla
come una donna condannata.
La regina parla
come una donna che porta
il peso del mito.
SCENA B — MINOSSE OSSERVA E TACE
Luce: un taglio duro, come un occhio che spia.
Suono: un respiro trattenuto.
(Minosse è nascosto.
Non entra.
Non parla.
Non interviene. Osserva.)
MINOSSE (tra sé e sé, gelido, immobile)
Eccola.
Eccola di nuovo.
Che parla da sola.
Che piange da sola.
Che soffre per…
per chi?
(Pausa. Si avvicina di un passo.)
Per quel torello.
Per quella bestia.
Per quella creatura maledetta.
(Poi, un brivido.)
È follia.
È pura follia.
CORO Il re vede la tristezza
e la chiama malattia.
Il re vede l’amore
e lo chiama vergogna.
Il re vede il destino
e lo chiama follia.
Perché non può accettare
che la regina
ami ciò che lui
non può controllare.
MINOSSE (come un uomo che si convince della propria versione)
Non è amore.
Non può essere amore.
È…
è una febbre.
È una possessione.
È un inganno degli dèi.
(Pausa. Guarda Pasifae con un misto di paura e rabbia.)
Lei non è più lei.
Lei non è più mia.
Lei non è più…
umana.
CORO E il re
tace, perché non sa parlare.
Tace perché non sa capire.
Tace perché non sa amare.
E nel suo silenzio
cresce il labirinto.
PASIFAE (si alza, cammina lentamente, come una donna che porta un peso invisibile)
Dedalo ha costruito la forma.
Io ho compiuto il rito.
Lui è tornato.
E ora…
ora qualcosa cresce.
(Pausa. Si tocca il ventre.)
Non è un figlio.
Non è un mostro.
Non è un errore.
È…
è il nostro incontro
che ha preso corpo.
(Poi, con un sussurro.)
Amore mio…
torna da me.
Torna ancora.
Torna in qualunque forma.
CORO E l’amore
diventa preghiera.
E la preghiera
diventa attesa.
E l’attesa
diventa dolore.
MINOSSE (come un uomo che ha deciso)
Basta.
Basta.
Basta.
Se lei continua così…
se lei continua a parlare con il vuoto…
se lei continua a soffrire
per un animale…
(Pausa. Sussurra.)
Io la salverò.
Io la curerò.
Io la rinchiuderò.
(Poi, con un lampo di follia.)
Io la proteggerò
da sé stessa.
CORO E così il re
divenne carnefice
credendo di essere salvatore.
E così la regina
divenne vittima
credendo di essere amata.
E così il destino
si chiuse
come una porta.
LA CREATURE CRESCE — PASIFAE CAMBIA — MINOSSE OSSERVA E TACE
Spazio: una stanza della reggia, chiusa, soffocante, come un ventre di pietra.
Suono: un battito doppio, irregolare, come due cuori che cercano un ritmo comune.
Luce: fioca, tremolante, come se la stanza fosse sospesa tra due mondi.
CORO Ci sono giorni
in cui il corpo diventa profezia.
Ci sono giorni
in cui la carne parla
prima della voce.
Ci sono giorni
in cui ciò che cresce dentro
non appartiene più
né alla madre
né al mondo.
E Pasifae
entra in quei giorni.
PASIFAE E IL PESO DEL DESTINO
PASIFAE
(seduta, pallida, come una donna che porta un segreto troppo grande)
Respira.
Respira dentro di me.
Respira come se volesse
fendere la mia pelle
per vedere il mondo.
(Pausa. Si tocca il ventre.)
Non è un figlio.
Non è un mostro.
Non è un errore.
È…
è ciò che siamo diventati
quando ci siamo scelti.
(Poi, con un filo di voce.)
Amore mio…
tornerai?
Tornerai ancora?
O questa è stata l’ultima volta
in cui ti ho visto con occhi umani?
CORO La regina soffre.
La regina attende.
La regina teme.
Perché l’amore,
quando diventa destino,
non consola più.
Ferisce.
PASIFAE (chiude gli occhi, come se vedesse il giovane)
La tua voce…
la tua voce è ancora qui.
Mi parla.
Mi avvolge.
Mi chiama.
(Pausa.)
“Ti amerò in qualunque forma” …
lo hai detto.
E io…
io ti credo.
Ma ora…
ora ho paura.
(Poi, più piano.)
Paura di ciò che nascerà.
Paura di ciò che diventerò.
Paura di ciò che il mondo vedrà
quando guarderà me.
CORO La regina parla
come una donna innamorata.
La regina parla
come una donna condannata.
La regina parla
come una donna che porta
il peso del mito.
MINOSSE OSSERVA E TACE
Luce: un taglio duro, come un occhio che spia.
Suono: un respiro trattenuto.
(Minosse è nascosto.
Non entra.
Non parla.
Non interviene.
Osserva.)
MINOSSE
(tra sé e sé, gelido, immobile)
Eccola.
Eccola di nuovo.
Che parla da sola.
Che piange da sola.
Che soffre per…
per chi?
(Pausa. Si avvicina di un passo.)
Per quel torello.
Per quella bestia.
Per quella creatura maledetta.
(Poi, un brivido.)
È follia.
È pura follia.
CORO Il re vede la tristezza
e la chiama malattia.
Il re vede l’amore
e lo chiama vergogna.
Il re vede il destino
e lo chiama follia.
Perché non può accettare
che la regina
ami ciò che lui
non può controllare.
MINOSSE (come un uomo che si convince della propria versione)
Non è amore. Non può essere amore. È… è una febbre.
È una possessione.
È un inganno degli dèi.
(Pausa. Guarda Pasifae con un misto di paura e rabbia.)
Lei non è più lei.
Lei non è più mia.
Lei non è più…
umana.
DEDALO E IL LABIRINTO
Spazio: un cantiere immenso, fatto di pietra, corde, ombre.
Suono: martellate, passi, ordini sussurrati.
Luce: tagli netti, come se il labirinto fosse già vivo.
DEDALO
(tra sé e sé, mentre lavora)
Ogni pietra
è un errore.
Ogni curva
è una colpa.
Ogni svolta
è un destino.
(Pausa. Guarda il cielo.)
Perdonami, Pasifae.
Perdonami, creatura.
Perdonami, mondo.
Io costruisco
ciò che non dovrebbe esistere.
CORO Il labirinto cresce.
Cresce come un animale.
Cresce come un pensiero.
Cresce come una colpa.
E nessuno
può fermarlo.
PASIFAE (si inginocchia, come davanti a un altare invisibile)
Sento…
sento che si muove.
Sento che cresce.
Sento che mi chiama.
(Pausa. Sussurra.)
Amore mio…
torna da me.
Torna ancora.
Torna in qualunque forma.
CORO E l’amore
diventa preghiera.
E la preghiera
diventa attesa.
E l’attesa
diventa dolore.
E il dolore
diventa creatura.
LA NASCITA — IL LABIRINTO — IL SILENZIO DEL RE
(circa 1300 parole)
Spazio: la stanza di Pasifae, che ora sembra un altare.
Suono: un battito doppio, poi triplo, poi unico.
Luce: lunare, bianca, crudele.
CORO Ci sono notti
in cui il mondo cambia forma.
Notti
in cui la carne si apre
come una porta.
Notti
in cui ciò che non dovrebbe esistere
chiede di nascere.
E questa
è una di quelle notti.
PASIFAE E IL PARTO
PASIFAE (in piedi, piegata dal dolore, ma lucida)
È tempo.
È tempo.
È tempo.
(Pausa. Respira forte.)
Non è un dolore umano.
Non è un dolore animale.
È un dolore…
che non ha nome.
(Poi, come un sussurro.)
Amore mio…
sei tu che bussi.
Sei tu che chiedi di entrare nel mondo.
Sei tu che vuoi vedere la luce.
(Pausa. Si inginocchia.)
Vieni.
Vieni da me.
Vieni attraverso me.
CORO La regina soffre.
La regina trema.
La regina si apre.
E ciò che esce
non è un figlio.
Non è un mostro.
Non è un dio.
È un destino.
PASIFAE (un grido, ma non di terrore: di rivelazione)
Ah—!
(Pausa. Respira.)
Lo sento.
Lo sento scivolare.
Lo sento prendere forma.
Lo sento…
guardarmi.
(Poi, con un filo di voce.)
Benvenuto.
Benvenuto nel mondo.
SCENA B — LA NASCITA DELLA CREATURA
Suono: un muggito appena nato, debole, impossibile.
Luce: un lampo bianco, come un taglio.
CORO E così nacque
ciò che non doveva nascere.
E così prese forma
ciò che non doveva avere forma.
E così aprì gli occhi
ciò che non doveva vedere il mondo.
La creatura.
Il figlio del toro.
Il figlio della regina.
Il figlio del destino.
PASIFAE (guardandolo, con amore e terrore insieme)
Sei…
sei bellissimo.
(Pausa. Lo accarezza.)
Non sei errore.
Non sei vergogna.
Non sei punizione.
Sei mio.
Sei nostro.
Sei ciò che doveva accadere.
(Poi, con un sussurro.)
Io ti amerò.
Anche se il mondo non potrà.
MINOSSE OSSERVA E TACE
Luce: un taglio duro, come un occhio che spia.
Suono: un respiro trattenuto.
(Minosse è nascosto.
Ha visto tutto.
Ha sentito tutto.
Ha capito troppo.)
MINOSSE (tra sé e sé, come un uomo che ha perso tutto)
È nato.
È nato davvero.
È nato…
quella cosa.
(Pausa. Un brivido.)
Non è umano.
Non è animale.
Non è…
non è nulla che il mondo possa accettare.
(Poi, con voce rotta.)
E lei…
lei lo ama.
CORO Il re tace.
Tace perché non può parlare.
Tace perché non può urlare.
Tace perché non può accettare.
E nel suo silenzio
nasce la crudeltà.
MINOSSE (come un uomo che prende una decisione irreversibile)
Non può restare qui.
Non può vivere tra gli uomini.
Non può…
non può essere visto.
(Pausa. Sussurra.)
Dedalo…
Dedalo saprà cosa fare.
SCENA D — DEDALO E IL LABIRINTO
Spazio: il labirinto completato.
Suono: un vento che non appartiene a nessun luogo.
Luce: tagli netti, come se il labirinto fosse vivo.
DEDALO (guardando la sua opera con terrore)
È finito.
È finito davvero.
(Pausa.)
Ma non è una prigione.
È un mondo.
Un mondo che inghiotte.
Un mondo che respira.
Un mondo che non perdona.
CORO Il labirinto attende.
Attende la creatura.
Attende il destino.
Attende la colpa.
IL DESTINO SI CHIUDE
MINOSSE (a Dedalo, con voce dura)
Portala via.
Porta via quella creatura.
Nascondila.
Rinchiudila.
Seppelliscila nel tuo labirinto.
DEDALO (con un filo di voce)
È un bambino.
MINOSSE È un errore.
PASIFAE (irrompe, disperata)
È mio figlio!
MINOSSE È la tua follia.
PASIFAE È il mio amore.
CORO E così il mondo
si divise in due.
L’amore della regina.
La paura del re.
E in mezzo
la creatura.
L’ULTIMO SGUARDO
(Dedalo prende la creatura.
La avvolge.
La porta via.
Pasifae lo segue con gli occhi,
come una madre che vede strappare
il proprio cuore. Minosse osserva e tace.)
PASIFAE (sussurrando, come un voto eterno)
Io verrò da te.
Sempre.
In qualunque forma.
In qualunque notte.
In qualunque destino.
CORO E così finì
ciò che non poteva finire.
E così iniziò
ciò che non poteva iniziare.
Il labirinto.
La creatura. Il mito.
SIPARIO