IL PIANTO DI CIRCE
Dramma di ispirazione classica di
Giuliano Angeletti
Atto unico
NOTA DELL’AUTORE
Ho scritto questa storia perché sentivo che Circe non aveva ancora parlato. Non davvero. Non con la sua voce. Non con la sua ferita. Non con la sua umanità. Nelle versioni che ci sono arrivate, Circe è sempre stata un enigma: la maga, la seduttrice, la trasformatrice, la donna che devia il viaggio dell’eroe.
Ma nessuno si è mai chiesto cosa resti di lei quando Ulisse riparte. Nessuno ha mai guardato la sua solitudine dopo che la nave scompare all’orizzonte. Nessuno ha mai ascoltato il silenzio che rimane nella sua casa quando l’eroe non c’è più. Io ho voluto ascoltarlo. Ho voluto dare voce a quella parte di Circe che non è divina, non è potente, non è immortale. La parte che trema. La parte che desidera. La parte che teme.
La parte che ama. Perché Circe, prima di essere una dea, è una donna che non ha mai avuto il permesso di essere fragile. Una donna che ha vissuto secoli senza essere scelta. Una donna che ha conosciuto molti corpi ma nessuna presenza. Una donna che ha sfiorato molti amori ma non ne ha mai abitato uno. E poi arriva Ulisse. Non come un eroe. Non come un conquistatore. Ma come un uomo stanco, ferito, disarmato.
Un uomo che non la teme. Un uomo che non la venera. Un uomo che la guarda come si guarda un orizzonte che non si conosce. In quell’incontro, Circe si apre. Non per sedurre. Non per ingannare. Per vivere.
Per la prima volta, Circe vive. E proprio per questo, gli dèi intervengono. Perché gli dèi non sopportano ciò che è vero. Non sopportano ciò che nasce fuori dal loro disegno. Non sopportano ciò che non controllano.
Gli dèi interrompono. Interrompono l’amore. Interrompono la notte. Interrompono la possibilità.
Interrompono la felicità. E Circe resta sola. Ma non come prima. Prima era sola perché nulla l’aveva toccata.
Ora è sola perché qualcosa l’ha toccata e poi le è stato strappato. Questa è la sua tragedia. Non la perdita di Ulisse. La perdita di sé. Ho scritto questa storia per restituire a Circe la sua voce. Una voce che non è epica, non è eroica, non è divina. È una voce umana. Una voce che trema. Una voce che piange. Una voce che non chiede perdono per la propria fragilità. Ho scritto questa storia perché credo che i miti non siano monumenti, ma ferite. Ferite che continuano a sanguinare nei secoli. Ferite che parlano ancora. Ferite che ci somigliano. Circe è una di queste ferite. E Ulisse è il dito che la riapre. Non ho voluto riscrivere il mito.
Ho voluto ascoltarlo da dentro. Ho voluto restituire a Circe ciò che le è sempre stato negato: la possibilità di essere una donna che ama e che soffre, una donna che desidera e che perde, una donna che non è solo simbolo, ma carne. Questa è la mia Circe. Una Circe che non trasforma gli uomini: si lascia trasformare da un incontro. Una Circe che non trattiene Ulisse: lo lascia andare perché sa che ciò che si trattiene muore.
Una Circe che non maledice gli dèi: accetta la loro crudeltà come parte del mondo. Una Circe che non è più dea: è finalmente viva. E se alla fine piange, piange come piangono gli immortali quando scoprono di avere un cuore: senza misura, senza dignità, senza fine. Questa nota è per lei. Per la sua voce. Per la sua solitudine. Per la sua verità. E per tutti gli amori che non finiscono: vengono interrotti.
Giuliano Angeletti
SINOSSI DELL’OPERA PER SCENE
I. L’APPRODO E LA SOGLIA DEL BOSCO
L’opera si apre con l’arrivo di Ulisse e dei suoi compagni sull’isola di Eea, un luogo che non è geografico ma rituale, una soglia vivente che osserva chi la attraversa.
Il bosco non è natura: è un orecchio, un respiro, un’intelligenza antica.
Ulisse lo percepisce immediatamente.
I compagni no. Il bosco riconosce Ulisse prima ancora che lui lo riconosca.
E da qualche parte, nascosta tra gli alberi, Circe trattiene il fiato: sente arrivare un uomo che non teme il silenzio.
II. LA CASA DI CIRCE E LA METAMORFOSI
La casa di Circe non è costruita: è cresciuta. È un corpo, un organismo, un ventre.
Ulisse entra come si entra in un destino. Circe appare non come una dea, ma come un enigma.
Trasforma i compagni in animali non per crudeltà, ma per rivelazione: gli uomini diventano ciò che temono. Ulisse non si trasforma. Non perché sia più forte, ma perché non ha paura. E Circe lo vede.
III. IL BANCHETTO DEGLI ANIMALI
Gli animali‑compagni mangiano, dormono, respirano come se fossero tornati a una forma antica.
Ulisse li osserva senza giudizio. Circe lo osserva mentre osserva. Tra i due nasce un riconoscimento:
non un amore, non ancora, ma una verità condivisa. Entrambi vedono la ferita dell’altro.
IV. IL DUELLO DELLE PAROLE
Ulisse e Circe non combattono con armi. Combattono con linguaggi.
Si smontano a vicenda, si leggono, si attraversano. È un duello che non ferisce:
è un duello che svela. Circe vede in Ulisse un uomo che non appartiene a nessun luogo.
Ulisse vede in Circe una donna che non è mai stata guardata davvero. Qui nasce l’amore.
Nel disarmo.
V. LA NOTTE LUNGA
La scena d’amore non è erotica: è metafisica. Due esseri che si spogliano del ruolo imposto dagli dèi.
Due solitudini che si riconoscono. Due destini che si sfiorano. Circe sa che il tempo con Ulisse è breve.
Ulisse non lo sa ancora. La notte è un mantello sacro. Un respiro che non vuole finire.
VI. LA PARTENZA DEI COMPAGNI
Un ’alba, gli animali‑compagni ritornati umani si svegliano come chiamati da una forza invisibile: il mare.
Vogliono partire. Non ascoltano Circe. Non ascoltano Ulisse. La nostalgia li divora. La tempesta li inghiotte. Ulisse resta solo. Circe comprende che il destino ha iniziato a strappargli tutto.
VII. IL PATTO E LA SOGLIA DELL’ADE
Circe rivela a Ulisse ciò che gli dèi vogliono: deve scendere nell’Ade. La soglia non è un portale: è una ferita nel mondo. Circe può accompagnarlo solo fino al confine. Oltre, non può seguirlo. Il loro addio non è un addio: è un patto. Ulisse entra nella terra nera. Circe resta immobile. Il mondo trattiene il fiato.
VIII. IL MONOLOGO DI CIRCE
Quando Ulisse scompare, Circe parla. Non a lui. Non agli dèi. A sé stessa. È un monologo lucido, amoroso, senza rancore. Circe accetta che l’amore è stato vero, ma non poteva durare. Accetta che gli dèi non sbagliano: interrompono. Accetta che la solitudine è la sua forma. È la prima crepa nella sua eternità.
IX. LE DUE SOLITUDINI
Ulisse cammina nell’Ade. Circe cammina nella sua casa. Sono soli, ma non perduti.
Sono separati, ma non spezzati. La loro distanza è sacra. La loro verità è intatta.
X. IL RITORNO E L’ADDIO
Ulisse ritorna dall’Ade. Circe è lì. Non si è mossa. Ulisse confessa la verità: una parte di lui vorrebbe restare, ma il destino lo chiama a Itaca. Circe non lo trattiene. Non lo implora. Non lo maledice. Circe lascia andare.
Perché ciò che trattiene muore. Ciò che lascia andare vive. È un addio senza colpa. Senza odio. Senza rimprovero.
XI. IL PIANTO DI CIRCE
Quando Ulisse parte, Circe crolla. Non come una dea. Come una donna. Per la prima volta in secoli, piange.
Un pianto devastato, umano, disperato. Un pianto che non ha spettatori. Un pianto che non ha dignità.
Un pianto che non ha fine. Circe confessa tutti gli amori solo sfiorati, tutti gli uomini che non l’hanno mai vista, tutte le porte che gli dèi le hanno chiuso davanti. Ulisse è stato l’unico amore vero. E proprio per questo, gli dèi lo hanno interrotto. Circe resta sola. Ma non come prima. Ora è sola perché qualcosa l’ha toccata. E poi le è stato strappato. È la solitudine più umana che abbia mai conosciuto.
XII. FINALE
La casa si chiude. Il mare tace. Il bosco tace. Il mondo tace. Circe resta. Ulisse parte. L’amore non finisce:
viene interrotto. E vive nella distanza.
CARATTERE DEI PERSONAGGI
CIRCE
La donna che crolla solo quando nessuno la vede.
È una dea che non vuole più essere dea.
Una maga che conosce ogni metamorfosi tranne la propria.
Una donna che ha amato sempre troppo tardi, troppo piano, troppo in silenzio.
La sua forza è una maschera: sotto c’è un cuore che non ha mai avuto il permesso di battere davvero.
Ha vissuto secoli senza essere toccata, secoli senza essere scelta, secoli senza essere guardata come una presenza e non come un enigma.
Ulisse è la prima crepa nella sua eternità.
La sua voce è calma, ma dentro vibra un dolore antico.
La sua solitudine non è un castigo: è la sua forma.
E quando piange, piange come piangono gli immortali: senza fine.
ULISSE
L’uomo che porta il mare nelle ossa.
È un eroe stanco, un re senza trono, un padre senza figlio, un marito senza casa.
La guerra gli ha tolto la pelle, il mare gli ha tolto il sonno, gli dèi gli hanno tolto la pace.
Non teme Circe perché non teme più nulla.
La guarda come si guarda un oracolo: con rispetto, con timore, con desiderio di verità.
È un uomo che non sa restare, ma che per la prima volta vorrebbe farlo.
La sua voce è bassa, come se ogni parola fosse un peso.
La sua tenerezza è un lampo che non sa trattenere.
Il suo destino è più forte del suo cuore.
E lui lo sa.
I COMPAGNI DI ULISSE
Gli uomini che diventano ciò che temono.
Sono stanchi, affamati, diffidenti.
La metamorfosi non li punisce: li rivela.
Diventano animali perché la paura li ha già trasformati dentro. Tornati umani
sono fedeli a Ulisse, ma più fedeli alla nostalgia di casa.
La loro morte tra i flutti non è tragedia: è destino.
Sono il passato che si spezza per permettere a Ulisse di andare avanti.
Sono la parte di lui che muore per farlo diventare ciò che deve essere.
IL MARE
Non un luogo. Un personaggio.
È un dio senza volto. È il vero antagonista. È ciò che prende, ciò che restituisce, ciò che decide.
Ama Ulisse e lo odia. Lo chiama e lo respinge. È la sua casa e la sua condanna.
È il testimone muto dell’amore tra Ulisse e Circe. È ciò che li separa. È ciò che li unisce.
È ciò che li distrugge.
LA SOGLIA DELL’ADE
Il confine che respira.
Non è un portale.
Non è un abisso.
È una domanda.
È la linea che divide ciò che Ulisse è stato da ciò che deve diventare.
È il luogo dove Circe non può entrare.
È il luogo dove Ulisse deve entrare.
È la ferita del mondo.
È la ferita dell’opera.
LA CASA DI CIRCE
Il corpo della maga.
Non è un’abitazione.
È un organismo.
Respira, ascolta, osserva.
Si apre quando Ulisse arriva.
Si chiude quando Ulisse parte.
È il ventre in cui nasce l’amore e in cui muore.
È la culla e la tomba della loro storia.
LA SOLITUDINE
Il personaggio invisibile che governa tutto.
È la vera protagonista.
Circe la indossa come una pelle.
Ulisse la porta come una cicatrice.
Gli dèi la impongono come un destino.
La solitudine è ciò che li unisce e ciò che li separa.
È ciò che resta quando tutto finisce.
È ciò che parla quando nessuno parla più.
LA SOGLIA DEL BOSCO
Una radura. L’aria è ferma come prima di un presagio. Il mare è lontano, ma il suo respiro arriva come un animale che dorme. Il bosco di Eea non è un luogo: è un orecchio che ascolta. Una soglia che osserva chi la attraversa. Una donna, invisibile, trattiene il fiato da qualche parte tra gli alberi.
Ulisse entra. I compagni lo seguono, stanchi, affamati, diffidenti. Ma lui no. Lui sente qualcosa. Una presenza. Un odore. Un richiamo che non è minaccia e non è promessa. È un riconoscimento.
ULISSE
avanza lentamente, come se il terreno fosse vivo
C’è un silenzio che non conosco.
Non è ostile.
Non è amico.
È come se qualcuno stesse aspettando il mio passo.
Come se il bosco sapesse il mio nome prima che io lo pronunci.
PRIMO COMPAGNO
guardandosi intorno, inquieto
Questo posto non mi piace, Ulisse.
Gli alberi sembrano guardare.
ULISSE
Gli alberi guardano sempre.
Siamo noi che non ce ne accorgiamo.
SECONDO COMPAGNO
E allora perché qui li sento addosso come occhi?
Perché qui il vento non soffia?
Perché qui il mare tace?
ULISSE
Perché siamo sulla soglia.
E le soglie non parlano: ascoltano.
Un fruscio. Non un animale. Non un passo umano. Qualcosa di più sottile, come un pensiero che si muove tra le foglie.
TERZO COMPAGNO
Hai sentito?
ULISSE
Sì.
PRIMO COMPAGNO
Che cos’era?
ULISSE
Qualcuno che respira.
SECONDO COMPAGNO
Un animale?
ULISSE
No.
Pausa. Il bosco trattiene il fiato. Ulisse chiude gli occhi un istante, come se ascoltasse una voce che gli parla senza suono.
ULISSE
C’è una donna qui.
Non la vedo.
Ma c’è.
PRIMO COMPAGNO
Una donna? In un bosco come questo?
ULISSE
Non una donna qualunque.
Una che conosce il nome delle cose prima che le cose accadano.
SECONDO COMPAGNO
Una maga?
ULISSE
Forse.
O forse qualcosa di più antico.
Dall’ombra, invisibile, Circe osserva. Non appare. Non parla. Ma sente. Sente Ulisse come si sente un odore familiare dopo anni di solitudine. Sente la sua inquietudine, la sua fame, la sua stanchezza. Sente soprattutto la sua lucidità: quell’uomo non teme il bosco. Non teme l’ignoto. Non teme lei.
E questo la sorprende.
CIRCE
voce interiore, non udita dai personaggi
È arrivato.
L’uomo che non abbassa lo sguardo.
L’uomo che porta il mare negli occhi e la guerra nelle mani.
L’uomo che non teme il mio silenzio.
Da quanto tempo non ne vedevo uno così?
Da quanto tempo non sentivo il mio nome vibrare prima ancora di essere pronunciato?
Pausa. Il bosco si muove come un animale che cambia posizione nel sonno.
ULISSE
avanza ancora
Non siamo soli.
E non siamo in pericolo.
Non ancora.
PRIMO COMPAGNO
Come fai a saperlo?
ULISSE
Perché chi ci osserva non vuole ucciderci.
Vuole capire chi siamo.
SECONDO COMPAGNO
E se non le piacciamo?
ULISSE
Allora moriremo.
Ma non oggi.
Un raggio di luce filtra tra gli alberi. Non è luce naturale: è come un gesto. Come una mano che indica una direzione. Ulisse la segue con lo sguardo. I compagni esitano.
ULISSE
Là.
C’è una casa.
PRIMO COMPAGNO
Io non vedo nulla.
ULISSE
Perché non è una casa fatta per essere vista.
È una casa fatta per essere trovata.
SECONDO COMPAGNO
E tu l’hai trovata?
ULISSE
No.
È lei che ha trovato me.
Circe, nell’ombra, sorride appena. Non un sorriso umano: un sorriso antico, come di chi riconosce un segno che aspettava da tempo.
CIRCE
voce interiore
Sì, vieni.
Vieni a me, straniero.
Vieni con la tua fame, con la tua stanchezza, con la tua gloria che pesa come una catena.
Vieni con la tua solitudine che non vuoi confessare.
Io la vedo.
Io la conosco.
Io la riconosco.
ULISSE
ai compagni
Restate indietro.
Vado avanti da solo.
PRIMO COMPAGNO
Da solo?
In un posto così?
ULISSE
Sì.
Perché chi ci osserva vuole me.
Non voi.
SECONDO COMPAGNO
E noi cosa facciamo?
ULISSE
Aspettate.
E non fate rumore.
Il bosco non ama chi parla troppo.
Ulisse avanza. Ogni passo è un dialogo con la terra. Ogni respiro è un patto con l’aria. Ogni sguardo è un’offerta al silenzio. Circe lo segue con lo sguardo invisibile, come una lama che accarezza senza ferire.
CIRCE
voce interiore
Non sei come gli altri uomini.
Gli altri tremano.
Gli altri cercano di capire.
Tu no.
Tu ascolti.
Tu senti.
Tu riconosci.
E per questo sei pericoloso.
E per questo sei necessario.
ULISSE
si ferma, come se avesse udito qualcosa
Chi sei?
Silenzio. Ma un silenzio che risponde.
ULISSE
Non vuoi mostrarti.
Non ancora.
Va bene.
Io non ho fretta.
Il bosco si apre. Una soglia. Una linea di luce. Una promessa. Una minaccia. Ulisse la attraversa senza esitare.
CIRCE
voce interiore, un soffio
Sì.
Entra.
È qui che comincia tutto.
È qui che finirà tutto.
Buio lento. Il bosco trattiene il respiro. La soglia si richiude dietro Ulisse come una palpebra che protegge un sogno.
LA CASA DI CIRCE
La soglia del bosco si richiude dietro Ulisse come un respiro trattenuto. Davanti a lui, tra gli alberi, appare una casa che non sembra costruita: sembra cresciuta. Le pareti sono intrecci di rami, ossa di animali, pietre levigate dal mare. Una casa che respira. Una casa che ascolta. Una casa che ricorda.
Ulisse si ferma. Non per paura. Per rispetto.
ULISSE
osserva la casa come si osserva un volto
Non è un rifugio.
Non è un tempio.
È un corpo.
Un corpo che aspetta.
Un corpo che sa.
Un’ombra si muove all’interno. Non una figura intera: un gesto, un profilo, un lampo di luce sul metallo di un bracciale. Ulisse non avanza. Attende.
CIRCE
voce interiore, non udita
È entrato.
Non ha esitato.
Non ha chiesto permesso.
Non ha chiesto protezione.
È venuto come vengono gli uomini che hanno già visto troppo per temere ancora.
Circe appare sulla soglia. Non come una dea. Non come una maga. Come una donna che ha dimenticato da quanto tempo non vede un volto nuovo.
CIRCE
senza muoversi
Straniero.
ULISSE
inclina appena il capo
Padrona di questa casa.
CIRCE
Non sono padrona.
Sono guardiana.
E ciò che guardo non sempre mi appartiene.
ULISSE
Allora sono un ospite?
CIRCE
Se lo vuoi.
O un intruso.
Dipende da come entri.
Ulisse avanza di un passo. La casa sembra reagire: un tremito leggero, come un animale che riconosce un odore.
ULISSE
Entro come entra chi non ha più nulla da perdere.
CIRCE
E cosa hai perso, straniero?
ULISSE
La strada.
La pace.
Il sonno.
E forse anche la mia casa.
CIRCE
Allora sei nel posto giusto.
Qui tutto ciò che è perduto trova una forma nuova.
Circe lo osserva. Non guarda il suo volto: guarda le sue mani, le sue spalle, il modo in cui respira. Come se leggesse una storia scritta nella carne.
CIRCE
Hai mani che hanno ucciso.
Spalle che hanno portato pesi che nessun uomo dovrebbe portare.
E occhi che non chiedono pietà.
ULISSE
Non ne ho mai avuta.
CIRCE
Lo so.
Silenzio. Un silenzio pieno, come un bicchiere colmo fino all’orlo.
ULISSE
I miei compagni sono affamati.
Stanchi.
Sospettosi.
CIRCE
Gli uomini affamati sono prevedibili.
Gli uomini sospettosi sono pericolosi.
Gli uomini stanchi sono sinceri.
ULISSE
E io?
CIRCE
Tu non sei nessuna di queste cose.
Tu sei… altro.
Circe si volta e rientra nella casa. Non invita Ulisse. Non lo guarda. Ma lascia la porta aperta. Ulisse la segue.
L’interno è un miscuglio di ordine e caos: erbe appese, vasi di argilla, strumenti di bronzo, pelli di animali, libri senza scrittura, ciotole colme di liquidi che cambiano colore alla luce. Un luogo di trasformazione. Un luogo di potere.
CIRCE
prepara una bevanda, senza guardarlo
I tuoi compagni verranno qui.
Li attirerà l’odore del cibo.
E la loro fame sarà più forte della loro prudenza.
ULISSE
E tu cosa farai?
CIRCE
Quello che faccio sempre.
Mostrerò loro ciò che sono.
ULISSE
E cosa sono?
CIRCE
Animali.
Come tutti gli uomini quando hanno paura.
Ulisse non reagisce. Non si scandalizza. Non si indigna. Circe lo nota.
CIRCE
Tu non protesti.
Non mi accusi.
Non mi temi.
Perché?
ULISSE
Perché so che gli uomini diventano ciò che temono.
E i miei compagni temono la fame, la morte, il ritorno.
È naturale che tu li trasformi.
CIRCE
Naturale?
Molti mi chiamano mostro per questo.
ULISSE
I mostri sono quelli che non sanno guardarsi allo specchio.
Tu invece li costringi a farlo.
Circe si ferma. Per la prima volta lo guarda davvero. Non come un nemico. Non come un ospite. Come un enigma.
CIRCE
Chi sei, straniero?
ULISSE
Sono Ulisse.
Il nome cade nella stanza come una pietra nell’acqua. Circe lo riconosce. Non per fama. Per risonanza.
CIRCE
Ulisse.
L’uomo che inganna gli dèi.
L’uomo che sopravvive a tutto.
L’uomo che non appartiene a nessun luogo.
ULISSE
E tu?
CIRCE
Io appartengo a troppi luoghi.
E a nessuno.
Un rumore fuori. I compagni. Circe non si volta. Sorride appena.
CIRCE
Sono arrivati.
Affamati.
Sperduti.
Pronti a diventare ciò che sono.
ULISSE
Li fermerai?
CIRCE
No.
Non posso fermare ciò che è già scritto nei loro corpi.
ULISSE
E io?
CIRCE
Tu non sei scritto.
Tu sei una domanda.
E io non ho ancora deciso la risposta.
I compagni entrano. Ridono, gridano, si avventano sul cibo. Circe li osserva con un gesto lento, quasi affettuoso. Poi solleva la mano. Un soffio. Un lampo. Un tremito. E gli uomini diventano animali: porci, lupi, capre, cani. Non urlano. Non soffrono. Cambiano. Come se tornassero a una forma antica.
ULISSE
immobile
Perché non hai trasformato me?
CIRCE
Perché tu non hai paura.
E io non posso trasformare ciò che non teme.
Ulisse e Circe si guardano. Non come nemici. Non come alleati. Come due esseri che si riconoscono prima ancora di capirsi.
CIRCE
Ora siedi.
Mangia.
Bevi.
Parla.
O resta in silenzio.
Qualunque cosa tu faccia, io ti ascolterò.
ULISSE
E se non volessi restare?
CIRCE
Allora te ne andrai.
Ma non ora.
Non ancora.
La casa respira. Il bosco ascolta. Il destino si avvicina come un animale che non ha fretta.
IL BANCHETTO DEGLI ANIMALI
La casa di Circe è ora piena di rumori nuovi: grugniti, belati, ringhi sommessi. I compagni di Ulisse, trasformati in animali, si muovono tra le ciotole come se fossero nati per farlo. Non c’è violenza nella loro metamorfosi. Non c’è dolore. Solo un ritorno. Un ritorno a una forma che conoscevano senza saperlo.
Ulisse osserva. Non interviene. Non giudica. Circe lo guarda di sbieco, come si guarda un uomo che non reagisce come dovrebbe.
CIRCE
con calma, quasi con tenerezza
Guarda come mangiano.
Come si abbandonano.
Come dimenticano.
ULISSE
Non hanno dimenticato.
Hanno smesso di ricordare.
È diverso.
CIRCE
Forse.
Ma la pace che vedi nei loro occhi…
quella non l’avevano da anni.
Un porco si avvicina a Ulisse. Lo annusa. Lo riconosce. Gli occhi sono gli stessi del compagno che un tempo gli aveva salvato la vita in battaglia. Ora brillano di un’innocenza che l’uomo non aveva mai avuto.
ULISSE
accarezza l’animale sulla fronte
Tu eri un guerriero.
Ora sei… altro.
E forse sei più libero così.
CIRCE
La libertà non è una forma.
È un peso che si toglie.
O che si accetta.
Un lupo — un altro dei compagni — ringhia piano, non per minaccia, ma per richiamo. Ulisse lo guarda. Il lupo abbassa il capo. Un gesto di rispetto. Un gesto antico.
ULISSE
Mi riconoscono.
CIRCE
Sì.
Perché la metamorfosi non cancella ciò che è vero.
Lo rivela.
ULISSE
E cosa rivela di loro?
CIRCE
Che erano stanchi di essere uomini.
Ulisse si volta verso di lei. Non con rabbia. Con una domanda che non ha ancora forma.
ULISSE
E tu?
Di cosa sei stanca?
CIRCE
Di essere sola.
Di essere temuta.
Di essere fraintesa.
Di essere necessaria.
Silenzio. Gli animali mangiano. La casa respira. Il bosco ascolta.
ULISSE
Perché li hai trasformati?
CIRCE
Perché avevano paura.
E la paura è una porta.
Io l’ho solo aperta.
ULISSE
Potevi non farlo.
CIRCE
Potevo.
Ma non sarebbe cambiato nulla.
Gli uomini che arrivano qui portano sempre la loro forma più vera.
Io la rendo visibile.
Ulisse cammina tra gli animali. Non li evita. Non li teme. Li osserva come si osservano i sogni: con rispetto e con un filo di malinconia.
ULISSE
Non li hai puniti.
Li hai liberati.
CIRCE
Lo pensi davvero?
ULISSE
Sì.
Perché vedo nei loro occhi una pace che non avevano da anni.
E la pace non è mai una punizione.
Circe si avvicina. Non troppo. Quanto basta perché la sua presenza diventi un calore nell’aria.
CIRCE
Tu parli come un uomo che ha visto troppo.
E che non crede più alle apparenze.
ULISSE
Le apparenze sono utili in guerra.
Ma qui non sono in guerra.
CIRCE
No.
Qui sei in un luogo dove la guerra non entra.
E dove l’uomo deve guardarsi senza armi.
Un capro — un altro compagno — si avvicina a Circe. Lei gli accarezza la testa. Il capro chiude gli occhi, come un bambino che si addormenta.
ULISSE
Li tratterai bene?
CIRCE
Meglio di quanto si trattassero da soli.
Meglio di quanto il mondo li tratterà mai.
ULISSE
E quando vorranno tornare uomini?
CIRCE
Gli uomini vogliono tornare uomini solo quando ricordano il dolore.
Finché sono felici, non chiedono nulla.
Ulisse si siede. Non come un ospite. Come un uomo che accetta di essere visto.
ULISSE
E io?
Che forma vedi in me?
CIRCE
Una forma che non posso cambiare.
Perché non appartiene a me.
Appartiene al mare.
Appartiene al viaggio.
Appartiene agli dèi.
ULISSE
E a te?
CIRCE
un soffio
Forse.
Ma non ancora.
Gli animali si dispongono intorno a loro, come un cerchio inconsapevole. Non c’è minaccia. Non c’è caos. C’è un ordine naturale, come se la casa stessa li avesse chiamati a raccolta.
ULISSE
Cosa vuoi da me, Circe?
CIRCE
Voglio sapere se sei venuto qui per caso…
o per destino.
ULISSE
Non credo al caso.
CIRCE
Nemmeno io.
E allora?
ULISSE
Allora sono venuto perché dovevo venire.
Perché qualcosa mi ha portato qui.
Forse tu.
Forse il mare.
Forse la mia stanchezza.
CIRCE
O forse il tuo cuore.
Ulisse non risponde. Non perché non abbia una risposta. Ma perché quella risposta lo spaventa più di qualsiasi metamorfosi.
CIRCE
Resterai?
ULISSE
Per ora. Sempre se i miei compagni ritornano uomini
CIRCE
i tuoi compagni?
ULISSE
Sono vivi.
E sono in pace.
ma devono ritornare uomini
CIRCE
Allora siedi.
Mangia.
Bevi.
E lascia che la notte faccia il suo lavoro. Domani saranno di nuovo umani
Ulisse si siede accanto agli animali. Circe gli porge una coppa. Non c’è inganno. Non c’è veleno. Solo un invito.
La casa si fa più scura. Il bosco più silenzioso. Il destino più vicino.
IL DUELLO DELLE PAROLE
La casa di Circe è immersa in una quiete irreale. Gli animali‑compagni dormono sparsi sul pavimento, come un cerchio di respiri. La notte è scesa senza rumore. Il bosco è immobile. La luce delle lampade d’olio disegna ombre che sembrano muoversi da sole.
Ulisse è seduto. Circe è in piedi, di fronte a lui. Non c’è ostilità. Non c’è fiducia. C’è un campo di forze invisibili che li tiene uniti e li respinge allo stesso tempo.
CIRCE
osservandolo come si osserva un enigma
Tu non dormi.
Gli altri sì.
Gli uomini si addormentano quando sono sazi.
Tu no.
ULISSE
Il sonno è un lusso che non posso permettermi.
Non ancora.
CIRCE
Perché?
Cosa temi?
ULISSE
La quiete.
La quiete mi spaventa più della tempesta.
Circe sorride appena. Non un sorriso umano: un sorriso che conosce la verità prima che venga detta.
CIRCE
La quiete è uno specchio.
E tu non vuoi guardarti.
ULISSE
Mi sono guardato fin troppo.
E non sempre mi è piaciuto ciò che ho visto.
CIRCE
Allora lasciami guardare io.
Ulisse solleva lo sguardo. Circe si avvicina. Non lo tocca. Non lo sfiora. Ma la sua presenza è un calore che cambia l’aria.
ULISSE
Cosa vedi?
CIRCE
Vedo un uomo che porta il mare nelle ossa.
Vedo un uomo che ha perso più di quanto abbia mai vinto.
Vedo un uomo che non sa più se vuole tornare a casa…
o se teme di farlo.
ULISSE
un respiro lento
Tu leggi troppo.
CIRCE
Io leggo ciò che gli altri nascondono.
E tu non nascondi nulla.
Non con me.
Ulisse si alza. Cammina lentamente nella stanza. Ogni passo è un pensiero. Ogni gesto è una domanda.
ULISSE
E tu?
Cosa nascondi?
CIRCE
Io non nascondo.
Io trasformo.
ULISSE
È la stessa cosa.
CIRCE
No.
Nascondere è paura.
Trasformare è potere.
Ulisse si ferma davanti a lei. La guarda negli occhi. Non come un uomo guarda una donna. Come un viaggiatore guarda un oracolo.
ULISSE
E cosa vuoi trasformare in me?
CIRCE
Nulla.
Tu sei già trasformato.
Dal viaggio.
Dalla guerra.
Dalla perdita.
Dalla tua stessa mente.
ULISSE
E allora perché mi osservi così?
CIRCE
Perché sei l’unico uomo che non posso leggere fino in fondo.
E questo mi inquieta.
E mi attrae.
Silenzio. Un silenzio che non pesa: vibra.
ULISSE
Tu giochi con le parole.
CIRCE
Le parole sono armi.
E io non uso spade.
ULISSE
Nemmeno io.
Non qui.
CIRCE
Allora combattiamo con ciò che abbiamo.
Si avvicinano. Non per sfidarsi. Per riconoscersi.
CIRCE
Dimmi, Ulisse:
perché sei venuto davvero?
ULISSE
Perché il mare mi ha portato qui.
CIRCE
Il mare porta ovunque.
Ma tu sei rimasto.
Perché?
ULISSE
Perché qui…
qui il silenzio non mi pesa.
CIRCE
E perché non ti pesa?
ULISSE
Perché non sono solo.
Circe inspira piano. È un gesto impercettibile, ma la casa sembra reagire.
CIRCE
Tu non sai cosa significa essere soli.
Non come lo so io.
ULISSE
Mostramelo.
CIRCE
Non posso.
La solitudine non si mostra.
Si vive.
ULISSE
Allora vivila con me.
Circe si volta. Non per fuggire. Per proteggersi.
CIRCE
Non tentarmi, Ulisse.
Non ora.
Non così.
ULISSE
Perché?
CIRCE
Perché se ti permetto di entrare…
non saprò più come lasciarti andare.
Ulisse si avvicina. Non la tocca. Ma la sua voce è un contatto.
ULISSE
E se non volessi andarmene?
CIRCE
Tu devi andartene.
Gli dèi ti hanno scritto un cammino.
Io non posso spezzarlo.
ULISSE
Gli dèi non decidono tutto.
CIRCE
Gli dèi decidono ciò che conta.
Ulisse la guarda. Circe lo guarda. È un duello. Non di forza. Non di volontà. Di verità.
ULISSE
Dimmi la tua verità.
CIRCE
La mia verità è semplice:
sei arrivato come arrivano le tempeste.
Hai portato disordine.
Hai portato luce.
Hai portato una domanda che non volevo più farmi.
ULISSE
Quale domanda?
CIRCE
Se posso ancora amare.
Ulisse resta immobile. Non arretra. Non avanza. Respira.
ULISSE
E puoi?
CIRCE
Non lo so.
Ma tu…
tu mi costringi a scoprirlo.
Gli animali si muovono nel sonno. Il bosco trattiene il fiato. La casa sembra inclinarsi verso di loro.
ULISSE
E tu costringi me a guardarmi.
A vedere ciò che non volevo vedere.
A sentire ciò che non volevo sentire.
CIRCE
Allora siamo pari.
ULISSE
No.
Siamo legati.
Circe chiude gli occhi un istante. Quando li riapre, c’è una luce diversa. Non magica. Umana.
CIRCE
Resta.
Solo per questa notte.
Solo per questa verità.
Domani…
domani parleremo del resto.
ULISSE
Resterò.
La casa si oscura. Il bosco si avvicina. La notte li avvolge come un patto non detto.
Buio lento.
LA NOTTE LUNGA
La casa di Circe è immersa in una penombra calda. Le lampade d’olio tremano come se respirassero. Gli animali‑compagni dormono profondamente, raccolti in un cerchio inconsapevole. Fuori, il bosco è immobile: nessun vento, nessun fruscio, nessun richiamo. È come se la notte avesse deciso di fermarsi per loro due.
Ulisse è seduto vicino al focolare. Circe è in piedi, di spalle, intenta a mescolare una bevanda in una coppa di bronzo. Non parla. Non guarda. Ma sente ogni respiro di Ulisse come se fosse un filo che la tira verso di lui.
ULISSE
con voce bassa, come per non svegliare il destino
Non dormono mai così profondamente.
Nemmeno dopo una battaglia.
Nemmeno dopo il mare.
CIRCE
senza voltarsi
Dormono perché qui non devono fingere.
Non devono essere uomini.
Non devono essere eroi.
Possono essere ciò che sono.
ULISSE
E io?
Cosa sono qui?
CIRCE
si ferma, la coppa sospesa a mezz’aria
Tu sei l’unico che non riesco a definire.
E questo mi inquieta.
E mi attrae.
Circe si volta lentamente. La luce del fuoco le disegna il volto come una maschera antica. Non c’è seduzione nei suoi gesti. C’è verità. Una verità che pesa.
CIRCE
Vieni.
Ulisse si alza. Non con impazienza. Con gravità. Come se sapesse che quel passo cambierà tutto.
ULISSE
Cosa c’è in quella coppa?
CIRCE
La notte.
La mia notte.
La tua.
Quella che non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare.
ULISSE
E cosa succede se la bevo?
CIRCE
Succede che smetti di mentire a te stesso.
Ulisse prende la coppa. La guarda. Non teme. Non esita. Beve. La bevanda è amara e dolce insieme, come un ricordo che non si vuole confessare.
ULISSE
un respiro profondo
Ora?
CIRCE
Ora siedi.
E ascolta ciò che non hai mai voluto sentire.
Ulisse si siede. Circe si avvicina. Non lo tocca. Ma la sua presenza è un cerchio che lo avvolge.
CIRCE
Tu porti il mare nelle ossa.
Lo sento.
Ogni volta che respiri, una parte di te vuole tornare a lui.
Non alla tua casa.
Non alla tua regina.
Non a tuo figlio.
Al mare.
ULISSE
Il mare è l’unica cosa che non mi ha mai mentito.
CIRCE
Eppure sei stanco.
Stanco come un uomo che ha camminato troppo.
Che ha perso troppo.
Che ha vinto troppo poco.
ULISSE
abbassa lo sguardo
Sì.
Circe si inginocchia davanti a lui. Non come una supplica. Come un rito.
CIRCE
Guarda me.
Ulisse la guarda. È uno sguardo che non ha difese.
CIRCE
Tu non vuoi tornare a casa.
Non davvero.
Vuoi solo smettere di essere ciò che gli altri pretendono che tu sia.
ULISSE
E tu?
Cosa pretendi da me?
CIRCE
Nulla.
Io non pretendo.
Io vedo.
E ciò che vedo…
è un uomo che ha bisogno di fermarsi.
Almeno per una notte.
Ulisse inspira piano. La casa sembra trattenere il fiato.
ULISSE
E tu?
Di cosa hai bisogno?
CIRCE
Di qualcuno che non mi tema.
Di qualcuno che non mi veneri.
Di qualcuno che mi guardi come un essere vivo, non come un enigma.
Di qualcuno che mi dica la verità senza tremare.
ULISSE
E io sono quel qualcuno?
CIRCE
Forse.
O forse sei solo un uomo che passerà.
Ma stanotte…
stanotte sei qui.
E questo basta.
Circe posa una mano sul pavimento, vicino al ginocchio di Ulisse. Non lo tocca. Ma la distanza è minima. Un soffio. Un confine che vibra.
ULISSE
Circe…
perché mi hai chiamato?
CIRCE
Non ti ho chiamato.
Ti ho riconosciuto.
E questo è molto più pericoloso.
ULISSE
Per chi?
CIRCE
Per me.
E per te.
E per ciò che verrà.
Gli animali si agitano nel sonno. Un porco emette un suono simile a un lamento umano. Circe lo guarda con dolcezza.
CIRCE
Loro non capiscono.
Non possono.
Ma tu sì.
Tu senti ciò che sta arrivando.
ULISSE
Sento che questa notte non è come le altre.
CIRCE
No.
Questa è la notte in cui smettiamo di essere ciò che eravamo.
E diventiamo ciò che temiamo.
Ulisse si avvicina. Circe non arretra. Le loro fronti quasi si sfiorano.
ULISSE
E cosa temiamo?
CIRCE
La verità.
Che io possa amarti.
Che tu possa amarmi.
E che gli dèi non lo permetteranno.
Silenzio. Un silenzio che brucia.
ULISSE
Allora amiamoci contro gli dèi.
CIRCE
No.
Amiamoci nonostante gli dèi.
È diverso.
È più vero.
Circe posa la fronte contro quella di Ulisse. È un gesto semplice. Un gesto umano. Un gesto che vale più di mille abbracci.
CIRCE
Resta con me.
Solo per questa notte.
Solo per questa verità.
Domani…
domani il mondo tornerà a chiederti ciò che sei.
Ma stanotte…
stanotte sei solo un uomo.
E io sono solo una donna.
ULISSE
Resterò.
La casa si oscura. Il bosco si avvicina. La notte li avvolge come un mantello sacro.
Non c’è erotismo.
Non c’è possesso.
C’è solo un contatto di anime che si riconoscono nella stanchezza e nella luce.
Buio lento. Lunghissimo. Come un respiro che non vuole finire.
LA PARTENZA DEI COMPAGNI
L’alba non è ancora arrivata. La notte è una pelle sottile che si sta ritirando, ma non vuole cedere. La casa di Circe è silenziosa. Gli animali‑compagni dormono ancora, raccolti in un cerchio di respiri lenti. Ulisse è sveglio. Circe è sveglia. Nessuno dei due parla. La notte lunga ha lasciato una traccia nell’aria, come un profumo che non vuole svanire.
Un rumore. Un movimento. Gli animali si agitano. Uno dopo l’altro, si alzano. Non come bestie. Come uomini che ricordano di essere stati uomini.
ULISSE
si alza, allarmato
Qualcosa li chiama.
Qualcosa li sveglia.
CIRCE
immobile, come se sapesse già
Non è qualcosa.
È qualcuno.
È il mare.
Gli animali ritornati uomini si muovono verso l’uscita. Non corrono. Non esitano. È come se una forza invisibile li tirasse verso la riva. Ulisse li segue. Circe resta un istante, poi li raggiunge.
Fuori, il bosco è ancora scuro. Ma il mare brilla di una luce innaturale, come se stesse aspettando. Le onde sono alte, ma non si infrangono: respirano.
ULISSE
ai compagni‑animali
Fermatevi.
Non andate.
Non siete pronti.
Gli animali si voltano verso di lui. Nei loro occhi c’è qualcosa di umano: una nostalgia, una fame, una ferita.
CIRCE
con voce calma, ma grave
Se partono ora…
non torneranno.
ULISSE
Allora fermali.
CIRCE
Non posso.
La metamorfosi li ha liberati dalla paura.
E gli uomini senza paura…
sono più ostinati degli dèi.
Un acheo quello che un tempo era il più fedele dei compagni — si avvicina a Ulisse. Lo annusa. Lo riconosce. Poi emette un addio.
ULISSE
accarezzandolo
Non farlo.
Non ora.
Non così.
Il marinaio si allontana. Si dirige verso la riva. Gli altri lo seguono.
ULISSE
disperato, ma senza gridare
Ascoltatemi!
Il mare non vi vuole!
Il mare oggi è un nemico!
Gli achei si fermano un istante. Guardano Ulisse. Poi guardano Circe. Lei li osserva con una tristezza antica.
CIRCE
ai compagni
Se partite ora…
morirete tra i flutti.
Il mare vi inghiottirà come inghiotte i sogni degli uomini.
Non c’è ritorno.
Non c’è salvezza.
Gli achei non reagiscono. Non comprendono. O forse comprendono troppo bene. La nostalgia li divora. La nostalgia della casa, della terra, del passato. Una nostalgia che nessuna metamorfosi può cancellare.
ULISSE
con voce rotta
Vi prego.
Restate.
Solo un giorno.
Solo un’ora.
Solo il tempo di capire.
Gli uomini salgono sulla nave lasciata sulla spiaggia. Non sanno governarla. Non sanno remare. Ma il mare li prende. Li trascina. Li porta via.
CIRCE
senza muoversi
È iniziato.
ULISSE
Cosa?
CIRCE
Il destino.
Quello che non posso fermare.
Quello che non puoi fermare.
Quello che gli dèi hanno scritto per te.
Il legno si allontana. Le onde si alzano. Il cielo si oscura. Un lampo. Un tuono. La tempesta arriva come un animale furioso. La barca scompare tra i flutti.
ULISSE
avanza verso l’acqua, ma Circe lo trattiene
Lasciami!
Devo salvarli!
CIRCE
Non puoi.
Non oggi.
Non così.
ULISSE
Sono i miei uomini!
Sono la mia storia!
Sono la mia colpa!
CIRCE
Sono il tuo passato.
E il passato…
oggi muore.
La barca riemerge un istante. Un urlo. Un verso. Un lampo. Poi nulla.
Il mare si richiude.
Il mare inghiotte.
Il mare tace.
ULISSE
in ginocchio sulla riva
Perché?
Perché non li hai fermati?
CIRCE
Perché non posso fermare ciò che gli uomini scelgono di ignorare.
Li ho avvisati.
Non hanno ascoltato.
E tu lo sai:
gli uomini preferiscono morire…
piuttosto che ascoltare una verità che li spaventa.
Ulisse resta in ginocchio. Il mare gli bagna le mani. Circe si avvicina. Non lo tocca. Ma la sua presenza è un riparo.
CIRCE
Ora sei solo.
Come gli dèi ti vogliono.
Come il tuo viaggio ti vuole.
ULISSE
E tu?
Tu cosa vuoi?
CIRCE
Io?
Io non voglio nulla.
Io vedo.
E ciò che vedo…
è che la tua solitudine è appena cominciata.
Ulisse si alza lentamente. Il mare è tornato calmo. Troppo calmo. Come se avesse finito il suo lavoro.
ULISSE
E tu resterai con me?
CIRCE
Per ora.
Finché gli dèi lo permetteranno.
Finché il destino non verrà a reclamarti.
Ulisse guarda il mare. Circe guarda Ulisse.
Il bosco tace.
La casa attende.
Il destino avanza.
IL PATTO E LA SOGLIA
La casa di Circe è immersa in una luce che non appartiene al giorno né alla notte. È una luce di confine, come se il tempo avesse deciso di fermarsi per un istante prima di spezzarsi. Ulisse è seduto, il volto segnato dalla perdita dei compagni. Circe lo osserva da lontano. Non parla. Non consola. Non giudica. Sa che il dolore degli uomini è un animale che va lasciato respirare.
Il bosco è immobile. Il mare tace. L’aria è sospesa come una domanda.
ULISSE
senza alzare lo sguardo
Non li sento più.
Non li sogno più.
È come se il mare avesse cancellato i loro nomi.
CIRCE
Il mare non cancella.
Il mare custodisce.
Ma ciò che custodisce…
non sempre restituisce.
ULISSE
Erano la mia storia.
Erano la mia voce.
Erano la mia colpa.
CIRCE
Erano il tuo passato.
E il passato, Ulisse…
oggi ti ha lasciato andare.
Ulisse si alza lentamente. Ogni gesto pesa come un ricordo. Circe lo segue con lo sguardo: non come una dea osserva un mortale, ma come una donna osserva un uomo che sta per essere strappato a se stesso.
ULISSE
E ora?
Cosa resta?
CIRCE
Resta ciò che gli dèi hanno scritto per te.
Resta ciò che non puoi evitare.
Resta ciò che non posso proteggerti dal compiere.
ULISSE
Parla chiaro.
CIRCE
Devi scendere nell’Ade.
Ulisse chiude gli occhi. Non per paura. Per riconoscimento. Come se quella parola fosse un destino che aveva sempre saputo, ma che nessuno aveva osato pronunciare.
ULISSE
L’Ade.
Il regno dei morti.
Il luogo dove nessun uomo torna.
CIRCE
Eppure tu tornerai.
Perché non sei un uomo qualunque.
E perché gli dèi non hanno finito con te.
ULISSE
Perché devo andarci?
CIRCE
Perché solo laggiù troverai la risposta che cerchi.
La via per tornare.
La via per continuare.
La via per sopravvivere a te stesso.
Circe si avvicina. Non lo tocca. Ma la sua presenza è un cerchio che lo avvolge.
CIRCE
Ascolta.
Io posso mostrarti la soglia.
Posso indicarti il varco.
Posso proteggerti fin dove il mio potere arriva.
Ma oltre quella linea…
oltre quella terra nera…
io non posso seguirti.
ULISSE
Perché?
CIRCE
Perché gli dèi non lo permettono.
Perché l’Ade appartiene agli uomini.
E perché se ti seguissi…
non tornerei più.
Ulisse la guarda. È uno sguardo che non chiede, non pretende, non implora. È uno sguardo che riconosce la verità.
ULISSE
Mostrami la soglia.
CIRCE
Prima devi ascoltare il patto.
Il patto che nessun uomo può infrangere.
ULISSE
Parla.
Circe solleva una mano. La casa si oscura. Il bosco si apre. Il mare si ritira. Una linea di terra nera appare davanti a loro, come una ferita nel mondo. Non è un portale. Non è un abisso. È un confine. Un confine che respira.
CIRCE
Questa è la soglia.
Non è un luogo.
È un passaggio.
Una domanda.
Una ferita.
Una porta che si apre solo per chi ha perso abbastanza da poter entrare.
ULISSE
E io ho perso abbastanza?
CIRCE
Sì.
Gli dèi ti hanno spogliato.
Ti hanno reso solo.
Ti hanno preparato.
Ulisse si avvicina alla linea nera. Il terreno vibra sotto i suoi piedi. Non è paura. È riconoscimento.
ULISSE
E tu?
Cosa farai mentre io sarò laggiù?
CIRCE
Aspetterò.
Non perché devo.
Perché voglio.
Perché ciò che è accaduto tra noi…
non è un inganno.
Non è un sortilegio.
Non è un errore.
ULISSE
E allora perché devo lasciarti?
CIRCE
Perché gli dèi non permettono che ciò che è vero resti.
Permettono solo che accada.
E poi lo spezzano.
Ulisse si volta verso di lei. La guarda come si guarda un orizzonte che si sta chiudendo.
ULISSE
Circe…
se tornassi…
se tornassi davvero…
tu saresti qui?
CIRCE
Sì.
Ma non per te.
Perché questo è il mio destino.
E tu sei solo un passaggio.
Un passaggio che non dimenticherò.
Ulisse inspira. La soglia vibra. Il mondo trattiene il fiato.
CIRCE
Ascolta l’ultimo patto.
Quando entrerai…
non voltarti.
Non chiamarmi.
Non pensarmi.
Perché se lo farai…
la soglia si chiuderà.
E tu resterai tra i morti.
ULISSE
E se non tornassi?
CIRCE
Allora saprò che gli dèi hanno deciso così.
E non avrò rancore.
Non avrò dolore.
Solo verità.
Ulisse fa un passo verso la soglia. La terra nera si apre come un respiro profondo. Circe lo guarda. Non piange. Non trema. Non supplica. È una dea. È una donna. È un destino.
CIRCE
Vai.
E torna.
Se puoi.
ULISSE
Resterai?
CIRCE
Sì.
Resterò sola.
Come gli dèi vogliono.
Come io sono nata per essere.
Ulisse entra nella soglia.
La terra nera lo inghiotte.
La luce cambia.
Il mondo si spezza.
Circe resta immobile.
Il suo volto non si muove.
Ma dentro di lei qualcosa cede.
Buio lento.
IL MONOLOGO DI CIRCE
La soglia dell’Ade si è richiusa. Non con un rumore. Con un respiro.
Ulisse è scomparso nella terra nera, inghiottito da un silenzio che non appartiene al mondo dei vivi.
Circe resta immobile. Non avanza. Non arretra.
È come se il tempo avesse smesso di scorrere attorno a lei, lasciandola sospesa in un istante che non vuole finire.
La casa tace. Il bosco tace. Il mare tace.
Solo Circe respira.
CIRCE
da sola, al centro della scena
È finita.
Non perché io lo voglia.
Non perché lui lo voglia.
Ma perché gli dèi hanno deciso così.
E gli dèi…
gli dèi non chiedono mai il permesso.
Pausa. Un respiro lento.
Sono sola.
Di nuovo.
Come sempre.
Come è scritto nella mia carne, nella mia voce, nel mio destino.
La solitudine è la mia forma.
La mia casa.
La mia condanna.
La mia verità.
Si avvicina alla soglia chiusa, senza toccarla.
Ulisse…
sei entrato senza voltarti.
Hai obbedito.
Hai fatto ciò che dovevi.
E io…
io non ti ho fermato.
Non potevo.
Non dovevo.
Non volevo.
Un sorriso amaro, appena accennato.
Che strano.
Una dea che non può trattenere un uomo.
Una donna che non può trattenere un amore.
Una maga che non può trasformare il destino.
Si passa una mano sui capelli, come se cercasse un ricordo.
Ti ho visto entrare.
Ho visto la tua schiena allontanarsi.
Ho visto il tuo passo farsi ombra.
E ho capito.
Ho capito che ciò che è stato tra noi…
non era un inganno.
Non era un sortilegio.
Non era un errore.
Era vero.
E proprio per questo…
non poteva restare.
Pausa lunga. Il silenzio pesa.
Gli uomini parlano dell’amore come di un fuoco.
Io no.
Io lo conosco come una ferita.
Una ferita che non sanguina.
Una ferita che illumina.
Una ferita che non guarisce.
E tu…
tu sei quella ferita.
Si inginocchia lentamente, come se il peso del mondo le cadesse sulle spalle.
Non ti ho chiesto di restare.
Non ti ho chiesto di scegliere me.
Non ti ho chiesto nulla.
Perché ciò che è vero non si chiede.
Accade.
E poi si perde.
Alza lo sguardo verso il cielo, come se cercasse un volto invisibile.
Dèi dell’Olimpo…
avete preso tutto.
Avete preso i suoi compagni.
Avete preso la sua pace.
Avete preso la sua strada.
E ora avete preso anche lui.
Eppure…
non vi odio.
Non vi temo.
Non vi maledico.
Perché so che non è colpa vostra.
Non è colpa sua.
Non è colpa mia.
È solo il mondo che si muove.
È solo il destino che respira.
È solo la vita che continua…
anche quando non vogliamo.
Si rialza. La voce è più ferma.
Ulisse…
se tornerai…
io sarò qui.
Non per te.
Non per me.
Perché questo è il mio posto.
Il mio cerchio.
La mia isola.
La mia solitudine.
E se non tornerai…
se la soglia ti terrà…
se gli dèi decideranno che il tuo nome deve spegnersi tra i morti…
io non piangerò.
Non griderò.
Non implorerò.
Accetterò.
Perché ciò che è stato tra noi…
non ha bisogno di essere salvato.
Ha bisogno di essere ricordato.
Si avvicina alla soglia, posa la mano a pochi centimetri dalla terra nera.
Tu non mi hai tradita.
Io non ti ho perduto.
Siamo stati ciò che potevamo essere.
Per il tempo che ci è stato concesso.
E questo basta.
Questo deve bastare.
Un respiro profondo.
Gli uomini parlano dell’amore come di un possesso.
Io no.
Io lo conosco come un passaggio.
Un passaggio che lascia una luce.
Una luce che non si spegne.
Nemmeno quando tutto il resto cade.
Si volta verso la casa. La sua voce si fa più bassa, più intima.
Ulisse…
torna.
Se puoi.
Se vuoi.
Se gli dèi lo permetteranno.
Io sarò qui.
Sola.
Come sempre.
Ma non vuota.
Perché tu…
tu hai lasciato una traccia.
Una traccia che nessuna soglia può cancellare.
La scena si chiude su Circe immobile, una figura di luce e solitudine.
LE DUE SOLITUDINI
La soglia dell’Ade è chiusa.
Il mondo è tornato intero, ma qualcosa si è spezzato per sempre.
La casa di Circe è immobile. Il bosco è immobile. Il mare è immobile.
È come se tutto trattenesse il fiato, in attesa di un ritorno che potrebbe non avvenire.
Circe è sola.
Ulisse è solo.
Ma non nello stesso luogo.
Non nello stesso tempo.
Non nello stesso destino.
Circe cammina lentamente nella casa. Ogni oggetto sembra più pesante, più antico, più vero. Le erbe appese non profumano più. Le lampade d’olio non tremano più. Gli animali‑compagni non ci sono più: dissolti, svaniti, tornati alla loro forma di vento e memoria.
CIRCE
da sola, parlando al vuoto
La casa è vuota.
Non perché tu te ne sia andato.
Non perché io sia rimasta.
Ma perché ciò che è accaduto…
ha lasciato un’ombra che nessuna luce può colmare.
Si ferma. Guarda la soglia chiusa.
Tu sei laggiù.
Tra i morti.
Tra le voci che non respirano.
Tra i nomi che non hanno più corpo.
E io sono qui.
Tra i vivi.
Tra le cose che non cambiano.
Tra i silenzi che non finiscono.
Un respiro lento.
Non c’è rancore.
Non c’è colpa.
Non c’è errore.
C’è solo il volere degli dèi.
E io…
io non combatto gli dèi.
Li ascolto.
Li temo.
Li accetto.
ULISSE
Una luce diversa.
Ulisse cammina in un luogo che non è luogo.
L’Ade non è un regno: è un’eco.
Un’eco di passi, di voci, di ricordi.
Ulisse è solo.
Non vede nessuno.
Non sente nessuno.
Ma percepisce la presenza dei morti come un vento che non tocca la pelle.
ULISSE
camminando nel buio
Circe…
non posso chiamarti.
Non posso pensarti.
Non posso voltarmi.
Il patto lo proibisce.
Eppure…
sei qui.
Nella mia mente.
Nel mio respiro.
Nel mio passo.
Si ferma. Guarda il vuoto.
Non ho paura.
Non più.
La paura è rimasta con te.
La paura è un lusso dei vivi.
Qui…
qui c’è solo verità.
E la verità è che sono solo.
Come gli dèi vogliono.
Come il mio viaggio vuole.
Come io sono nato per essere.
CIRCE
Circe esce dalla casa.
Il bosco la accoglie come una figlia che torna a casa.
Il mare la guarda come una sorella che ha perso qualcosa che non può nominare.
CIRCE
al mare
Non te lo chiedo.
Non te lo pretendo.
Non ti imploro.
So che non me lo restituirai.
Non ora.
Non così.
Non per me.
Si inginocchia sulla riva.
Ma ascoltami.
Solo questo.
Ascoltami come ascolti le tempeste.
Come ascolti i naufragi.
Come ascolti i nomi che si perdono.
Ulisse…
non è un uomo qualunque.
È un uomo che porta il mondo sulle spalle.
È un uomo che non appartiene a nessuno.
Nemmeno a me.
Nemmeno a te.
Nemmeno agli dèi.
Un’onda le sfiora le dita.
Se tornerà…
sarà perché deve.
Non perché vuole.
Non perché io lo chiamo.
Non perché tu lo restituisci.
Ma perché il destino lo conduce.
E se non tornerà…
io resterò.
Sola.
Intera.
Vera.
ULISSE
Ulisse continua a camminare.
Il buio dell’Ade non è minaccia: è memoria.
Ogni passo è un ricordo.
Ogni respiro è un nome.
Ogni ombra è un compagno perduto.
ULISSE
con voce calma
Compagni miei…
non vi sento.
Non vi vedo.
Non vi chiamo.
Ma vi porto.
Vi porto come si porta una cicatrice.
Come si porta una promessa.
Come si porta un dolore che non chiede perdono.
Si ferma. Chiude gli occhi.
Circe…
non posso pensarti.
Ma sei qui.
Nel modo in cui cammino.
Nel modo in cui respiro.
Nel modo in cui non ho paura.
CIRCE
Circe torna nella casa.
La soglia dell’Ade è ancora chiusa.
Ma ora non la guarda più come una ferita.
La guarda come un confine.
Un confine che accetta.
CIRCE
sedendosi
Ulisse…
tu sei solo.
Io sono sola.
Ma non siamo perduti.
Non siamo spezzati.
Non siamo nemici.
Siamo due solitudini che si sono riconosciute.
E poi separate.
Non per colpa.
Non per scelta.
Ma per ordine del mondo.
Un sorriso lieve, quasi invisibile.
E questo…
questo è più grande dell’amore.
Più grande del dolore.
Più grande degli dèi.
La scena si divide in due luci:
una su Circe, seduta nella sua casa;
una su Ulisse, che cammina nel buio dell’Ade.
Due solitudini.
Due destini.
Due verità.
CIRCE
in un soffio
Torna, se puoi.
ULISSE
nel buio
Resterai, lo so.
Le luci si spengono lentamente.
Il mondo resta sospeso.
L’amore non è finito.
È stato interrotto.
E vive nella distanza.
Buio totale.
IL RITORNO E L’ADDIO
La soglia dell’Ade si apre come un occhio che si risveglia.
Ulisse riemerge dalla terra nera.
Non è ferito.
Non è spezzato.
Ma porta addosso un silenzio nuovo, un silenzio che non appartiene ai vivi.
Circe è lì.
Non si è mossa da quando lui è scomparso.
È rimasta immobile come una statua che attende il ritorno di un dio o la conferma della sua solitudine.
CIRCE
senza avvicinarsi
Sei tornato.
ULISSE
Sì.
CIRCE
Respiri.
Cammini.
Hai ancora un’ombra.
Allora non sei morto.
ULISSE
No.
Ma ho visto la morte.
E la morte mi ha parlato.
Circe inspira piano. Non per paura. Per rispetto.
CIRCE
E cosa ti ha detto?
ULISSE
Che il mio cammino non finisce qui.
Che non posso restare.
Che non posso fermarmi.
Che non posso scegliere ciò che desidero.
CIRCE
E cosa desideri?
ULISSE
un respiro lento
Non lo so più.
O forse lo so troppo bene.
Circe fa un passo verso di lui.
Non lo tocca.
Ma la distanza si accorcia come un filo che si tende.
CIRCE
Dimmi la verità.
Non quella degli dèi.
Non quella del mare.
La tua.
ULISSE
La mia verità…
è che una parte di me vorrebbe restare.
Qui.
Con te.
In questa casa che non è casa.
In questa isola che non è isola.
In questa solitudine che non è solitudine.
CIRCE
E l’altra parte?
ULISSE
Vuole tornare a Itaca.
Circe chiude gli occhi.
Non per dolore.
Per lucidità.
CIRCE
Itaca.
La tua regina.
Tuo figlio. Il tuo trono.
Il tuo nome.
ULISSE
Sì.
CIRCE
E tu credi che io possa trattenerti?
ULISSE
No.
Non lo credo.
E non lo voglio.
Circe apre gli occhi.
Sono limpidi.
Non c’è ombra.
Non c’è rancore.
CIRCE
Ulisse…
io non trattengo.
Io non possiedo.
Io non chiedo.
Io vedo.
E ciò che vedo…
è che il tuo destino non è qui.
ULISSE
E tu?
Cosa sarà di te?
CIRCE
Sarò ciò che sono sempre stata.
Una donna sola.
Una dea sola.
Una voce che il mondo ascolta e dimentica.
Una soglia che nessuno attraversa due volte nello stesso modo.
Ulisse si avvicina.
Questa volta è lui a ridurre la distanza.
ULISSE
Circe…
io non ti dimenticherò.
CIRCE
Non devi ricordarmi.
Non serve.
Non cambia nulla.
Ciò che è stato tra noi…
non vive nella memoria.
Vive nel destino.
E il destino non ha bisogno di essere ricordato.
Ulisse abbassa lo sguardo.
Non per vergogna.
Per rispetto.
ULISSE
Se potessi scegliere…
resterei.
CIRCE
Lo so.
Ed è per questo che devi andare.
Silenzio.
Un silenzio che non pesa.
Un silenzio che accoglie.
CIRCE
Ascolta.
Io non sono Penelope.
Non sono una donna che attende.
Non sono una donna che spera.
Io sono Circe.
E Circe non trattiene.
Circe lascia andare.
Perché sa che ciò che trattiene…
muore.
E ciò che lascia andare…
vive.
ULISSE
E noi?
Noi cosa siamo stati?
CIRCE
Un incontro.
Un lampo.
Una verità.
Una ferita luminosa.
Qualcosa che non si ripete.
Qualcosa che non si spezza.
Qualcosa che non si possiede.
Ulisse si inginocchia davanti a lei.
Non come un supplice.
Come un uomo che riconosce un destino più grande di lui.
ULISSE
Grazie.
CIRCE
Per cosa?
ULISSE
Per avermi visto.
Per avermi detto la verità.
Per non avermi chiesto nulla.
CIRCE
E tu…
grazie per essere tornato.
Pochi uomini tornano dall’Ade.
Ancora meno tornano da sé stessi.
Circe posa una mano sulla sua testa.
Un gesto semplice.
Un gesto umano.
Un gesto che vale più di un addio.
CIRCE
Vai, Ulisse.
Il mare ti aspetta.
La tua casa ti chiama.
Il tuo nome ti reclama.
ULISSE
E tu?
CIRCE
Io resterò.
Sola.
Ma non vuota.
Perché tu hai lasciato una luce.
E la luce non abbandona.
Si trasforma.
Ulisse si alza.
Si volta verso il mare.
Circe resta immobile.
Non lo segue.
Non lo chiama.
Non lo trattiene.
CIRCE
in un soffio
Addio, Ulisse.
Non tornare.
Non devi.
Non serve.
Ciò che dovevamo essere…
lo siamo stati.
Ulisse cammina verso la riva.
Il mare si apre.
Il destino lo attende.
Circe resta nella casa.
Sola.
Intera.
Vera.
Buio lento.
IL PIANTO DI CIRCE
La scena è vuota.
La casa è vuota.
Il mare è immobile come un animale ferito.
Il bosco non respira.
La soglia dell’Ade è chiusa.
Ulisse è partito.
La sua barca è un punto lontano, poi un niente, poi un ricordo che fa male.
Circe è sola.
Non come una dea.
Non come una maga.
Come una donna che ha perso qualcosa che non sapeva di poter perdere.
CIRCE
al centro della scena, immobile, come se il corpo fosse diventato troppo pesante per essere abitato
Non so dove mettere le mani.
Non so dove mettere il respiro.
Non so dove mettere il dolore.
Un passo.
Un altro.
Come se il pavimento fosse un abisso che si apre sotto i piedi.
Ho vissuto secoli.
Ho visto uomini arrivare come tempeste e andarsene come polvere.
Ho visto amori che non erano amori,
desideri che non erano desideri,
promesse che non erano promesse.
Ho visto tutto.
Ho avuto tutto.
E non ho avuto niente.
Si ferma.
Guarda le sue mani come se non le riconoscesse.
Queste mani…
hanno toccato corpi che non mi appartenevano.
Hanno accarezzato volti che non mi guardavano davvero.
Hanno sfiorato vite che non volevano restare.
E ogni volta…
ogni volta…
gli dèi hanno chiuso la porta un attimo prima che potessi entrare.
Circe si avvicina alla riva.
Il mare è fermo, come se ascoltasse.
CIRCE
Ho amato uomini che non potevo avere.
Ho amato guerrieri che mi temevano.
Ho amato re che mi desideravano solo per una notte.
Ho amato stranieri che mi vedevano come un enigma,
non come una donna.
Ho amato la possibilità dell’amore più dell’amore stesso.
Perché l’amore…
l’amore non mi è mai stato concesso.
La voce si spezza.
Un tremito.
Un filo di pianto trattenuto.
E poi sei arrivato tu.
Ulisse.
Con la tua stanchezza.
Con la tua fame.
Con la tua ferita.
Con la tua verità.
E per la prima volta…
per la prima volta in secoli…
ho creduto che gli dèi avessero sbagliato.
Che avessero ceduto.
Che avessero permesso a me…
a me…
di essere viva.
Circe si inginocchia.
Le mani tremano.
Non per debolezza.
Per verità.
CIRCE
Tu non mi hai temuta.
Tu non mi hai venerata.
Tu non mi hai chiesto nulla.
Tu non mi hai promesso nulla.
E proprio per questo…
sei stato l’unico amore che ho sfiorato davvero.
L’unico che non era un’illusione.
L’unico che non era un inganno.
L’unico che non era un capriccio degli dèi.
E ora sei partito.
Non per colpa.
Non per fuga.
Non per tradimento.
Per destino.
Un singhiozzo.
Un altro.
Il pianto comincia a salire come un’onda che non si può fermare.
CIRCE
tra i singhiozzi
Non piango per te.
Non piango per noi.
Non piango per ciò che è stato.
Piango per ciò che non sarà mai.
Per ciò che gli dèi non hanno permesso.
Per ciò che ho sentito…
e che non potrò più sentire.
Piango perché ho creduto.
Io, Circe,
che non crede in nulla,
ho creduto.
Ho creduto che un uomo potesse restare.
Ho creduto che un amore potesse durare.
Ho creduto che il destino potesse piegarsi.
Ho creduto che gli dèi potessero tacere.
E invece…
hanno parlato.
Hanno parlato forte.
Hanno parlato chiaro.
Circe si copre il volto con le mani.
Il pianto diventa un tremito del corpo intero.
CIRCE
Ho amato troppo tardi.
Ho amato troppo piano.
Ho amato troppo in silenzio.
Ho amato come amano gli immortali:
senza sapere che l’amore è un tempo breve,
non un tempo eterno.
E tu…
tu sei stato il mio tempo breve.
Il mio lampo.
La mia ferita luminosa.
La mia unica verità.
Si rialza lentamente.
La voce è rotta, ma più forte.
CIRCE
Gli uomini parlano dell’amore come di un fuoco.
Io no.
Io lo conosco come una ferita.
Una ferita che non sanguina.
Una ferita che illumina.
Una ferita che non guarisce.
E tu…
tu sei quella ferita.
Quella che non si chiude.
Quella che non si dimentica.
Quella che non si perdona.
Circe guarda il mare.
Non lo sfida.
Non lo implora.
Lo accetta.
CIRCE
Ulisse…
vai.
Torna a Itaca.
Torna alla tua regina.
Torna a tuo figlio.
Torna al tuo nome.
Io resterò qui.
Non come una dea.
Non come una maga.
Non come un enigma.
Resterò come una donna che ha amato una sola volta…
e che quella volta le è stata tolta.
Resterò come una donna che ha pianto una sola volta…
e che quel pianto non finirà mai.
Resterò come una donna che ha creduto una sola volta…
e che quella fede le è stata strappata.
Un ultimo tremito.
Un ultimo respiro.
Un ultimo pianto.
CIRCE
Addio, Ulisse.
Non tornare.
Non devi.
Non serve.
Ciò che dovevamo essere…
lo siamo stati.
E ciò che non saremo…
è ciò che mi uccide.
Circe rientra nella casa.
La porta si chiude.
Il mare tace.
Il bosco tace.
Il mondo tace.
Buio totale.
SIPARIO