Smarrimenti
Dramma in sei quadri di
Lucas Rigonat
Personaggi
Gregorio
Elsa
Orazio
Anna
Rina
Scrittura e sceneggiatura di Lucas Alejandro Vidal Rigonat, Firenze 2025.
SCENA I
(La luce è scarsa, la sala è vuota)
(Suona una sveglia da orologio da polso. Si accende la luce. Gregorio, che indossa una divisa, entra nella sala e spegne il suo orologio. Dall'altra parte della sala appare Elsa: si muove in modo grottesco, fa movimenti strani col corpo, trascina i piedi.)
GREGORIO – Buongiorno!
ELSA – Buongiorno caro. Sei venuto a piedi?
GREGORIO – (risponde gentilmente, mentre lascia lo zaino su una delle sedie e la giacca sull’appendiabiti) Ho preso il tram… Com’è? Permesso. Fa un freddo fuori, mamma mia.
ELSA – (si avvicina a Gregorio e gli tocca la mano) Eeeooo, sei congelato! Sì, sì, si sente che è arrivato l’inverno! Oh Dio… oggi lui fa una storia che non ti dico.
GREGORIO – È ancora a letto? (mentre si toglie la sciarpa e poi asciuga il vapore dagli occhiali con un fazzoletto) Ma qui si sta molto bene col riscaldamento, anzi, fa caldo direi. Allora… lei ha dormito bene?
ELSA – Io sì, ma lui si è svegliato troppo presto, alle cinque. Io faccio finta di dormire e lo lascio fare, perché è fissato che c’è qualcuno in giardino. Va di là, di qua (indica con la mano), dalla cucina al bagno, e aggiusta la finestra… ha paura dei ladri.
GREGORIO – Ho capito, ho capito. (guarda il suo orologio) Allora manca mezz’oretta per andare alla visita… Eccolo!
(Entra Orazio. Si illumina. Ha la faccia arrabbiata, un giubbotto indossato male con una manica annodata, una scarpa sul piede destro e una pantofola sul sinistro. Ha una sigaretta in mano, alza un pugno e dice)
ORAZIO – Ma che cazzo c’è?! Oouu mamma! Chi è questo!?
ELSA – Passerotto, buongiorno.
ORAZIO – Ma chiamo i carabinieri! Ma come sei entrato?
Che caz… Io oggi non vado a ne-ssu-na par-te!
GREGORIO – Buongiorno Orazio, come stai?
ORAZIO – Vaffanculo te e tutti. Io sto male, capito? Sto male. Allora niente, io non ci vado. (batte i palmi e incrocia le braccia, ha un atteggiamento tosto)
GREGORIO – Ma stai tranquillo, tra due giorni arrivano le ferie e puoi restare a casa rilassato, a farti i fatti tuoi.
ORAZIO – Ah ah ah, allora è Natale? Oggi?
GREGORIO – No no, tra quattro giorni. Ma senti, ti devi mettere per bene i vestiti. Lasciami che ti do una mano. (si avvicina per aiutarlo)… Ecco, e poi il giubbotto.
ELSA – Eh sì, Orazito, ti devi coprire. Siamo in inverno, fai il bravo, vai.
ORAZIO – Mamma, non mi rompere le palle! (cambia subito espressione, da allegra a rabbiosa, e guarda fissamente Elsa)
GREGORIO – Senti Orazio, guarda me: io ho messo il cappellino di lana, vedi? Perché fuori fa un freddo della madonna. Quindi, se mi permetti… guarda. (dall’appendiabiti Gregorio prende una sciarpa viola e un cappello con lo scudetto della Fiorentina e lo mostra a Orazio)
ORAZIO – Eh Fiore Fiore, eh! (inclina la testa così Gregorio gli mette il cappellino)
GREGORIO – Tieni, la sciarpa la fai da te. Immagino che lo sai fare.
ORAZIO – Assolutamente.
GREGORIO – Allora guarda, sono le otto e un quarto. Abbiamo dieci minuti per sistemarci e prendere un caffè latte. Ti ho comprato anche le tue sigarette…
ORAZIO – Ah sì sì, allora si va. Andiamo! (urla) Sì, mamma!
ELSA – Sono qui. Allora metto la caffettiera?
ORAZIO – Non lo voglio il caffè! Noi andiamo! Quindi dammi dei soldi. (pone la mano per ricevere)
ELSA – Ma che pensi, che sono io la Banca d’Italia? (cerca nella tasca) Ti do dieci euro e mi devi pure portare il resto.
ORAZIO – No mamma, il resto è per me. Hahahaha. (felice, mostra le banconote e le mette in tasca)
GREGORIO – Allora siamo a posto. Ma prima guardami. Sei sicuro che non vuoi il caffè?
ELSA – Comunque lui ha già fatto colazione oggi… prestissimo! E poi è andato a letto un’altra volta…
GREGORIO – Ah… allora meglio non bere troppo caffè. Senti Orazio, guardami: hai preso tutto? (fa gesti con la mano) Le chiavi di casa, ce le hai? L’accendino?
ORAZIO – No no, non lo so. (sembra stordito, cerca nelle tasche dei pantaloni e del giubbotto)
GREGORIO – No no, cerca nella tasca… l’altra tasca. Ti ho visto metterlo lì.
ORAZIO – Ecco! (mostra l’accendino)
GREGORIO – Bravo. Ma dobbiamo aspettare qualche minuto che arrivi il pulmino che ti porta alla visita. Quando sei lì, puoi fare tutto quello che vuoi… Ma nel frattempo tieni, qui ti ho portato le sigarette, quelle blu che ti piacciono.
(Orazio sembra non capire nulla, fa movimenti strani con la faccia, non riesce ad aprire la scatoletta delle sigarette)
GREGORIO – Dammi, l’apro io. Ecco, tieni.
ORAZIO – Ahhhh grazie mille. (accende, fuma, tossisce, sputa)
GREGORIO – Si deve smettere con le sigarette, caro Orazio. Mi sembra che stai fumando troppo.
ORAZIO – Ne vuoi una?
GREGORIO – No no, ti ringrazio. Io ho già smesso.
(si spostano davanti alla sala e rimangono come se stessero guardando da una finestra. Una luce sopra loro due, il resto della sala è oscura. Elsa esce di scena.)
ORAZIO – E allora dov’è questo pullman? È quello? Sì, è quello.
GREGORIO – No, non è ancora quello. Il nostro è bianco. Quello che sta arrivando sono i ragazzi del cantiere. Vuoi andare con loro a fare il muratore? Io ti lascio andare, ma… non sono sicuro che ti piacerebbe.
ORAZIO – Ma dai, che scherzi! Ecco, sono quelli ancora dietro allora. (alza la mano facendo segno)
GREGORIO – Giusto, sì, effettivamente sono loro. Guarda, ti hanno già visto. Aspettiamo un po’.
ORAZIO – Ecco!
(Dal lato destro della stanza appare una sedia a rotelle, trainata da una corda invisibile, che si muove verso Orazio e Gregorio.)
GREGORIO – Allora, è già il momento di partire, caro mio. Ti prego, ti siedi? (fa il gesto con la mano)
ORAZIO – Bene, grazie. Hahaha. Allora si va.
GREGORIO - mettiamo la cintura a questo bravissimo copilota! (attacca la cintura della carrozzina)
ORAZIO - ASPETTA!! Diohane!
GREGORIO – Ma che succede?!
ORAZIO – voglio la musica! il rock voglio, il rock!
GREGORIO - Ahh, sisi, mi dimenticavo! (cerca nel suo zaino un walkman con le cuffie e lo passa a Orazio)
ORAZIO - Grazie!
(si mette le cuffie e accende il walkman, balbetta qualcosa cantando, nel frattempo Gregorio tira fuori dalla tasca un piccolo taccuino e prende appunti con la penna. Suona nuovamente la sveglia dell'orologio, Gregorio la spegne e comincia a risuonare quello che ascolta Orazio. Spinge la carrozzina per uscire della sala nello stesso momento che si spegne la luce)
SCENA II
(Elsa ha in mano un ferro da stiro. Non c’è un asse da stiro, ma lei stira nello spazio, con movimenti meccanici, però dolci e abili. Vicino a lei, i vestiti sono per terra. La luce nella stanza è scarsa, ma Elsa è illuminata.
La performance che esegue con il ferro dura alcuni minuti.
Viene interrotta dall’ingresso di Gregorio e la luce torna alla normalità. Suona la sveglia dell’orologio, che viene subito spenta.
Elsa lascia il ferro da stiro sul tavolo e si siede su una sedia, sembra paralizzata.
Gregorio non si accorge di Elsa finché non appoggia lo zaino sul tavolo e nota i vestiti sul pavimento.
Uno schermo lontano si illumina.)
GREGORIO – Ciao Elsa, buongiorno. Scusami, sono entrato in fretta. C’è qualcosa per terra… (comincia a raccogliere i vestiti e li lascia sopra una sedia) Com’è andata con Orazio? …Elsa, tutto bene?
ELSA – Ma per Giove! Oh Dio! Ah, meno male, meno male che sei arrivato. Stavo stirando i panni… e mi sento troppo triste, non ce la faccio più… questa malattia sua…
GREGORIO – Lo so, lo so… ma per fortuna lui è autosufficiente e ancora capisce tutto. Ogni visita che fa al centro gli fa bene, è parte della sua terapia.
ELSA – Per fortuna, speriamo… perché la vita è come la tombola, non sai mai come ti sorprende.
GREGORIO – Magari scoprono una nuova terapia…
ELSA – Sai che ho letto? Perché io leggo, eh! Ho letto sulla rivista Focus che in Danimarca stanno facendo degli studi su bambini dai sette anni in su, per sapere se avranno malattie come l’Alzheimer o la demenza. (prende il ferro da stiro e fa un movimento brusco) Mica lo posso ammazzare!
GREGORIO – Allora meglio che questo lo mettiamo da parte. Facciamo colazione, Elsa?
(Gregorio prende il ferro dalla mano di Elsa e lo mette all’altra estremità del tavolo. Elsa si alza e si dirige goffamente verso lo schermo della TV, posizionandosi per guardare.
Gregorio guarda l’orologio e comincia a preparare il vassoio del tè. Tira fuori dalla tasca un barattolo di pillole, ne mette una nella tazza di Elsa e, mentre la osserva, prende appunti sul suo taccuino.)
ELSA – (davanti allo schermo) Sciopero! Sciopero! È l’unica cosa che sanno dire. Mi ricordo tante volte che arrivavo in ritardo al lavoro, quando facevo da Monza a Milano… e c’era lo sciopero. Un casino boia.
GREGORIO – Ma se non si fa sciopero, i padroni non capiscono. E non solo i padroni, anche il governo.
ELSA – (si gira e si avvicina al tavolo) Anche tu sei del DP allora?
GREGORIO – No Elsa, io purtroppo non voto. Sono straniero.
ELSA – Ah, vero. Ma al paese tuo… sei comunista?
GREGORIO – Non precisamente comunista. Ma come lei sa, io sono un educatore sociale, quindi mi sento bene lavorando per chi ha bisogno. Dunque mi sento più… socialista, direi.
ELSA – Vabbè… comunque ora facciamo il caffè. Oppure una camomilla. Ecco, meglio la camomilla…
GREGORIO – Prego. Ho anche messo le sue “vitamine” per la memoria. (indica con il dito) E mentre facciamo colazione possiamo andare avanti con i compiti.
(Elsa si mette al tavolo, stanca. Lo schermo si spegne.)
ELSA – Lo so, lo so professore, ma lei si dimentica che io sono la svelta! Hahaha! Perché io ho sempre fatto cruciverba, rebus e tutto quanto. Sono una donna indipendente e molto attiva… Com’era anche mia mamma, e lei ha campato fino a 101 anni. A me fa piacere fare… perché ho una certa età, e quello che faccio, se lo faccio con voglia, mi fa proprio piacere, capisci? (beve)
GREGORIO – Perfettamente, signora Elsa… (beve)
ELSA – E se io avessi dieci anni meno! Uscirei tutti i giorni per andare a piedi a Fiesole. Ma questi ginocchi, Madonna santa… ci darei una martellata, guarda.
GREGORIO – Ma fino a Fiesole… mi sembra abbastanza lontano, eh…
ELSA – Ma chi se ne frega! Inoltre sai che a metà strada c’è un panificio napoletano dove fanno dolci buonissimi. Anche il signore era molto carino, meridionale, ma simpatico sai… ma ora che ci penso… credo che è da anni che non c’è più quella pasticceria… non mi ricordo più…
GREGORIO – Vuoi mangiare un biscotto? (dallo zaino prende un pacco di biscotti) Sono quelli che piacciono a te, al cioccolato fondente. (li offre)
ELSA – Ah sì! (ne prende uno con la mano) Sono buonissimi questi. (mangia in modo strano il biscotto, resta paralizzata in pausa) A me piace tutto… eccetto il coniglio.
GREGORIO – Il coniglio?
ELSA – Perché quando ero bambina, mio fratello m’ha ammazzato il mio Robertino. Era il mio coniglio. Cicciooone era, beeeello (accarezza con le mani), così morbido… (silenzio)… e addirittura quei maledetti poi mi avevano fatto un cuscinetto con il suo pelo! Quasi svengo, piangevo… Buuutta viiiaa!!! Ho detto. E poi mio babbo l’ha fatto sparire.
GREGORIO – A me è successo qualcosa del genere con una pecora, quando ero bambino… Vabbè, lasciamo stare la crudeltà. Cosa ne pensi se continuiamo a fare i nostri compiti?
ELSA – Sì, ma vorrei fare l’acquerello.
GREGORIO – C’è un problema: sabato era chiusa la cartoleria, quindi non sono riuscito a fare altre stampe.
ELSA – Ahh… allora facciamo un cruciverba? (Gregorio cerca nei suoi fogli e ne prende uno.)
GREGORIO – Questa attività è un quiz. Ti ricordi che l’abbiamo cominciato settimana scorsa? Sono tutte domande che ci fanno ricordare diverse emozioni attraverso la nostra storia personale… cosa ne pensi?
ELSA – Ah sì, certamente. Vai. Ma non voglio scrivere, perché mi si informicola il dito con questa artite del diavolo.
GREGORIO – Tranquilla, lo facciamo a modo di chiacchiera… Aaaalllloooora… pensaci un po’. Le emozioni che ancora non abbiamo fatto sono: paura, rabbia, disgusto e innamoramento. Sei pronta?
ELSA – Vai pure.
GREGORIO – Cosa mi puoi dire della paura?
ELSA – Quello che mi viene subito in mente sono i bombardamenti.
GREGORIO – Ah… accidenti… ma dov’eri?
ELSA – A Milano. Eravamo lì, da bambina, quando io andavo a scuola, all’Istituto Carducci… e suonava l’allarme, e subito andavamo in cantina, tutti lì. Insomma… quando sei giovane non hai mica tanta paura… Ora che ci penso però… io non ho mai avuto paura… veramente! Infatti mi ricordo una mattina presto, io ero affascinata dalle bombe, perché quando le lanciavano il sole scintillava nel metallo di quelle bombe, ed era quasi meraviglioso… e poi ci mettevamo giù in cantina… da bambini tutto era uno spettacolo… insomma, l’Italia era più bella prima della guerra.
GREGORIO – Sei sicura?
ELSA – E te sei sicuro di dove sei ora?
GREGORIO – Ma cosa intendi?
ELSA – Niente… Che ore sono, professore?
GREGORIO – (guardando il suo orologio) Sono le 9:30.
ELSA – Ormai… le pillole verdi. “Le vitamine.”
GREGORIO – Possiamo continuare allora? (prende nota nel taccuino)
ELSA – (ironicamente) Avanti!
GREGORIO – Quando è stata la volta che hai sentito più rabbia?
ELSA – La rabbia… la rabbia l’ho sentita diverse volte… diciamo la verità.
GREGORIO – Per esempio?
ELSA – Quella volta che andavo a scuola. Avevo studiato tantissimo un tema sulla Repubblica, ma quel professore mi ha dato un tre. Era uno cattivo. Amaro. Col puzzo sotto il naso.
GREGORIO – E quando eri più adulta, diciamo? Quando ti sei sentita arrabbiata?
ELSA – Quando mio marito mi ha menato… ma è più rabbia verso di me, per non aver avuto la forza sufficiente per sbattergli qualcosa in testa.
GREGORIO – Vuoi raccontarmi su questo?
ELSA – No. Sono tanti anni che non sento più rabbia. Lasciamo stare.
GREGORIO – Sembra che hai superato un ostacolo così lontano… (silenzio) …Prossima domanda?
ELSA – Vai.
GREGORIO – La seguente sarebbe… cosa è successo che ti ha fatto sentire disgusto?
ELSA – Eeehhh, difficile… ma se ci penso… è successo quando avevo sedici anni. Ero a casa con la mia amica di scuola, Carolina. Stavamo pranzando con mia mamma e mio fratello.
A un certo punto suonano alla porta, ed entra il fratello della mia amica, Eugenio, tutto vestito di bianco. Lui avrà pensato che fosse elegante, però per me sembrava un macellaio.
E questo tizio dice: “Vengo a chiedere la mano di vostra figlia!”
E io non ci credevo proprio. Che cavolo stava succedendo?
E mia mamma dice subito: “Alleluia, abbiamo matrimonio!”
GREGORIO – E cosa hai fatto?
ELSA – Sono scappata. Fuga!
GREGORIO – Davvero? Dove?!
(In questo momento Elsa si alza in piedi e, mentre racconta la storia, esegue una performance che denota un’agilità opposta alla sua attuale condizione fisica. Per un attimo torna giovane, mentre viaggia in bicicletta.)
ELSA – Ho preso la bicicletta e una borsa… e qualche lira, e sono andata fino a Genova! Da Milano a Genova in bici. Ciao, arrivederci!
Mio fratello mi aveva seguito con la sua bici e mi urlava: “Fermati Elsa, fermati!”
Ma io: “Nooo! Io con quel disgraziato non mi sposerò!”
E pedalavo, e pedalavo. Fino al mare. L’immenso mare…
Ho pedalato tanto… Poi, ritornare è stata dura.
GREGORIO – Quanto ci hai messo? (prende nota nel suo taccuino)
ELSA – Per arrivare al mare, quasi un giorno. Per tornare, però, un giorno e mezzo.
GREGORIO – Bellissima storia, Elsa. Allora quel disgusto ti ha spinto a fare un’impresa affascinante, direi. Non ho mai sentito di una donna che scappa in bicicletta e attraversa il nord d’Italia per non sposarsi.
ELSA (ora torna alla sua posizione gobba in sedia) – Era rossa la mia bicicletta. E argento. (beve la tisana)
GREGORIO – Allora la prossima domanda viene a punto. Dimmi: quando ti sei sentita innamorata?
ELSA – Proprio all’osso! Ormai ti dirò la verità: prima di mio marito, io ero innamorata di un altro. Un compagno di scuola. Lui aveva un anno più di me.
Si chiamava Sauro. E tutti lo chiamavano “il dinosauro” perché era lungo… ma bello, guarda. Gli piaceva molto ballare. E anche a me.
Ballare era una benedizione.
È stato un periodo in cui non facevamo altro che ballare, io e Sauro.
E aspettavo che mi sposasse… ma invece…
GREGORIO – Cosa?
ELSA – Mi disse in segreto che gli piaceva un ragazzo che faceva teatro, che aveva conosciuto al Teatro alla Scala. E fuggirono insieme in Francia.
Poi ho cominciato a capire che stavo meglio da sola… (silenzio)
Finché, quando lavoravo nella fabbrica di caramelle — avevo diciotto anni — lì ci siamo conosciuti con mio marito.
Ma non sono riuscita a sentire un’altra volta quella sensazione… nella pancia, capito?
GREGORIO – Assolutamente… sono emozioni molto forti, quando ci accadono. (prende nota e poi chiude il taccuino)
Ti ringrazio di aver fatto questa attività con me. Ti è piaciuta?
ELSA – Sì. Fa bene ricordare. In un certo modo mi distende…
GREGORIO – Allora abbiamo finito per oggi. Quindi ti lascerò riposare tranquilla.
ELSA – Va bene. A domani, professore. Ma prima vorrei chiederti un piacere.
GREGORIO – Certamente. Mi dica. (già in piedi, sistemando lo zaino per partire)
(Qui avviene una rottura: Gregorio viene illuminato da una luce rossa diretta. I ruoli si invertono.
Ora è Elsa a fare l’intervista, dall’oscurità. Quando parla, si accende una luce bianca troppo intensa sopra di lei, che si spegne subito dopo che ha finito di parlare.)
ELSA – E lei, professore… si è mai sentito impaurito? …arrabbiato? …innamorato?
(Luce rossa sopra Gregorio, che denota qualcosa di diverso nel suo corpo.)
GREGORIO – Uh… uhm… è difficile dirlo in questo modo.
A volte mi sento così arrabbiato, come se un vulcano mi divorasse dentro.
Come se volesse gridare e denunciare tante ingiustizie!
E sono solo un piccolo ingranaggio in una macchina senz’anima… (silenzio)
Ma… hahaha… ciò che mi spaventa? Veramente… lo vedo ogni giorno.
Ciò che mi terrorizza è l’indifferenza. L’insensibilità. (silenzio)
E poi l’amore, signora…Ho lasciato l’amore così lontano… in un posto dove le persone si guardano negli occhi, si abbracciano calorosamente.
Cioè, l’amore è una questione di comunità. Ormai, la solitudine infinita è fidanzata con l’incertezza…
(Suona la sveglia dell’orologio. La luce torna alla normalità.
Gregorio si alza, in uno stato di confusione. Elsa lo fissa e resta in silenzio.)
ELSA – Si sente bene, professore?
GREGORIO – Eh… sì sì… è già l’ora di andare. Arrivederci.
(Gregorio esce dalla sala. Si spegne la luce.)
SCENA III
(La stanza è buia. Elsa è seduta al tavolo: si vede solo la sua sagoma.
Gregorio è in piedi nella parte anteriore della stanza, dove nella prima scena c’era la finestra. Dorme in piedi.
L’orologio suona e una luce si accende sopra di lui. Si sveglia, spegne l’orologio, poi si stiracchia, sbadiglia e inizia un breve ma vigoroso stretching mattutino.
Quando allunga le mani fino alla punta dei piedi, Anna appare sotto la stessa luce. Porta una borsa e indossa un grembiule bianco.)
ANNA – Buongiorno, giovanotto!
GREGORIO – (spaventato e sorpreso, si rimette a posto) Ohh! Buongiorno, signora… ma come mai è entrata?
ANNA – Buongiorno, caro. Perché mi dici questo? Stai bene? Ti vedo un po’ pallido…
Ehm… posso passare un attimino? Vorrei parlare con Elsa.
GREGORIO – Sì sì, avanti, prego… (dalla tasca del pantalone prende un fazzoletto e si asciuga la faccia)
ANNA – Ecco! (In quel momento tira fuori dalla borsa quello che sembra un’iniezione e gliela inietta all’improvviso sulla spalla.)
GREGORIO – Ahia!!! Ma che è successo?! …mmm (si tocca la spalla) Mi hai pizzicato con qualcosa? (Anna prende il braccio di Gregorio e lo fissa in tensione.)
ANNA – Mi senta, giovanotto. L’ho visto allenarsi prima, emm… e allora mi è venuto in mente un bisogno. Di carattere urgente, direi.
GREGORIO – (in dubbio) …ehm… mi dica.
ANNA – Allora, il prima possibile, avrei bisogno che un giovane come te venisse a casa mia…Ho bisogno di aiuto per pulire, e poi lucidare, le mie finestre di legno. Ho un po’ di mal di schiena, e avere un assistente come te sarebbe molto gradevole.
GREGORIO – Capisco, capisco… ma purtroppo io sono un professore, non sono sicuro di saper fare…
ANNA – Lo so, lo so che sei uno istruito. Ma forse mi puoi aiutare.
Devo anche spostare il divano e un materasso… ehm, di due piazze. E magari ti posso retribuire.
GREGORIO – Allora, per tutto quello che mi ha chiesto mi ci vuole mezza giornata…
Quante finestre ci sono? Devo portare una scala… Non ho assicurazione per quel mestiere… mmm… non credo che ce la faccio.
ANNA – Ma come mai?? Sei un uomo, giovane… (gli tocca le braccia e il petto)
Io ti posso pagare… anche ti posso invitare da bere. Tu fumi? Ti compro le sigarette… o dimmi, quanto vuoi? Ti vanno bene 20 euro?
GREGORIO – 20 euro? Io pensavo almeno 120…
ANNA – (spaventata) Ohhh no no no, impossibile…Questi occhi tuoi sono belli, ma mi stai chiedendo troppo, giovanotto… per chi mi prendi?
GREGORIO – Mi dispiace, Anna. Non capisco bene di cosa lei ha bisogno, quindi non posso aiutarla…
Vuole parlare con Elsa, allora?
ANNA – Sì, permesso allora. (lo spinge e passa per la sala diretta verso Elsa. La luce si accende, anche lo schermo cambia colore.)
GREGORIO – Prego.
(Anna arriva fino al tavolo, porta in mano la sua borsa. Elsa guarda fissa lo schermo, fa finta di non accorgersi. Anna si avvicina, si schiarisce la voce.)
ANNA – Buongiorno Elsa. Mi senti?
(Elsa sembra ignorare. Anna le prende il polso per ascoltare il battito per un breve momento, poi riprova più a lungo.)
ANNA – Elsa, buongiorno!!!
ELSA – Allora!!!
ANNA – Mi senti?
ELSA – Eh, certamente. Ti sento, ti vedo, tutto. Non è che sei al telefono.
ANNA – Che simpatica… hahaha… Ti volevo dire: hai aperto il cancello all’imbianchino?
ELSA – A chi?
ANNA – L’IM-BIAN-CHI-NO!
(Elsa fa un segno con le mani, spaventata.)
GREGORIO – No no, Anna, non siamo stati noi…
ANNA – Ah no? E cosa state facendo qui, che manco sentite il cancello, che si trova proprio a fianco della porta di questa casa???
GREGORIO – Stiamo facendo dei compiti, Anna. E io ascolto tutto.
Oggi non hanno suonato il nostro campanello…
Forse un altro operatore gli ha aperto… Infatti credo che l’amministratore abbia dato una chiave a quelli della ditta di manutenzione.
ANNA – Ma non è vero! Non può essere così!
Questo è tremendo. Adesso qualsiasi di questi extracomunitari può entrare e uscire dal palazzo come se fosse casa sua? Questo è inaccettabile.
ELSA – Allora Anna, dimmi: di cosa hai bisogno?
ANNA – D’informazione! Dobbiamo fare una riunione con l’amministratore. Noi siamo i primi proprietari di questo palazzo e nessuno ci ascolta. Hai visto come sono brutti questi muratori che ci hanno mandato?
ELSA – Non sono uscita. Anzi, preferisco non aprire la porta né le finestre, così non entra la polvere in sala.
ANNA – Allora non sei aggiornata su nulla, Elsa. Mi dispiace, ma io ti devo dire tutto.
Non solo questi vengono a lavorare e stanno tutta la mattina chiacchierando in chissà quale lingua, fanno poco-poco, e sono antipatici.
E il vero problema… è il colore! Il beige! Tipico da ospedale…
ELSA – Ma chi se ne frega, Anna, chi se ne frega! Lascia gli uomini lavorare e basta… Inoltre, hai visto Marcella?
ANNA – Non parlarmi di quella, guarda…
Quando aveva il marito non si conosceva la sua voce, sembrava muta.
Ora, da due anni che lui è mancato, si vede che si è ripresa subito: tutti i giorni rimorchiando quello delle pulizie, il postino, l’infermiere… E addirittura l’ho vista uscire a mezzanotte!
ELSA – Forse ha l’amante. Beata lei…
ANNA – Vergogna! Non è così che deve essere una vedova. Io, da quando Alberto non c’è più (si fa il segno della croce), vado solo a messa la domenica, e ogni tanto al teatro. E basta. Non posso mancare di rispetto sembrando una disperata.
ELSA – Ma sei sicura di quello che dici? Ti ascolti?
Allora dimmi: a quale teatro sei andata?
ANNA – Ehm… al Teatro di Prato. Bellissimo. Una commedia così divertente non l’avevo mai vista. E poi tutto pieno. Quel teatro è enorme, il più grande d’Italia. Lo sapevi?
ELSA – Menomale che ti sei divertita, congratulazioni.
Ma ti devo correggere: il teatro più grande d’Italia si chiama Teatro La Scala, a Milano.
ANNA – Tu dici questo perché sei milanese. Però il più grande è quello di Prato.
ELSA – Nnnno!
GREGORIO – Scusatemi, devo intervenire per chiarire questo. (Gregorio punta il dito allo schermo, che cambia colore. In seguito, suona una voce “in off”)
VOCE IN OFF – Qui la risposta alla vostra consultazione: il teatro più grande d’Italia è il Teatro Massimo di Palermo.
ELSA – Hai sentito!?
ANNA – Paleeeeerrrmo? Non ci credo. L’internet sarà sbagliato.
GREGORIO – Vabbè…
ELSA – Allora, cara Anna, vuoi sederti? Stai troppo in piedi! Vuoi un caffè?
GREGORIO – Giusto! Vi faccio un caffè.
ANNA – No no no, non bevo più caffè da anni…
Ormai devo andare, perché voglio trovare il capo di questi muratori.
E se lo trovo gli dirò come hanno sporcato tutta la scala, come fumano dentro il palazzo e che il colore fa schifo! Chi è stato a decidere il colore?
ELSA – Giusto Anna, vai allora. Devi essere la voce dei proprietari.
ANNA – Così pensavo ieri notte, quando non riuscivo a dormire.
ELSA – Non è il mio caso. Io leggo un po’ e mi addormento profondamente.
Possono far esplodere il palazzo che non sento nulla. Possono passare i carri armati, che io dormo e dormo.
(Gregorio si siede al tavolo con Elsa. Anna è ancora in piedi, tutto il tempo con la borsa in mano, la muove come se ci fosse qualcosa di strano dentro.)
GREGORIO – Allora, cosa ne pensate se continuiamo con i nostri compiti, Elsa?
ELSA – Sì, ottimo. Dica, professore.
ANNA – Ma che fate?
ELSA – Un po’ di compitini. Il professore mi porta i disegni che a me piace colorare con gli acquerelli. Sai perché? Perché mi sento in pace.
GREGORIO – Che non è poca cosa, eh…
ANNA – Ma tu hai trovato un ragazzo in gamba, Elsa. Complimenti! Ma ti devo anche dire che a me piace più scrivere che colorare…
GREGORIO – Una bella attività, anche quella. Complimenti.
ANNA – Io scrivo tutto. Per esempio, ieri (comincia a cercare dentro la borsa, prende due o tre fogli piegati e scritti) Guarda, qui scrivo tutto delle pillole che devo prendere. Perché ne prendo tante, eh! Guarda, guarda la mia calligrafia. Io… io ho imparato a scrivere in corsivo, proprio preciso e pulito. Perché ora è tutto stampatello, ma prima sapere scrivere in corsivo era molto impegnativo. Tieni, leggi per favore. (gli passa i fogli. Gregorio li prende e legge a voce alta un elenco)
GREGORIO – Mattina: ore sei, soluzione oftalmica lubrificante, tre gocce in ogni occhio.
Ore sei e trenta, pillola gastrica, pantoprazolo… diazepam
Ore sette, pillola per la pressione…
Ore undici: antidolorifico…
Ore tredici e trenta, memantina.
ANNA – Vedi!? Vedi che bella la mia calligrafia?
GREGORIO – Sì sì, molto bene. Complimenti…
Ma praticamente lei ha copiato i bugiardini di ogni medicina.
ANNA – Nooo! Solo le cose importanti: a cosa serve e tutte le indicazioni del dottore…
ELSA – Ma scusami, eh… quante medicine prendi però? Sei folle!
Mi dispiace dirti così, ma… tante pillole!
ANNA – Se vuoi posso portare i bugiardini di tutte le medicine e vedrete che sono fatte per guarire delle malattie. Inoltre, è il mio dottore che mi ha dato tutto questo. Non è che le prendo così, dal nulla…
GREGORIO – No no, ma non ti preoccupare. Non è necessario cercare nessun bugiardino.
Qui è tutto molto chiaro. E l’importante è che lei si trovi bene e ancora dedichi tempo a scrivere in corsivo.
ANNA – E non in stampatello.
GREGORIO – Giusto.
ELSA – Ecco… allora, sto aspettando ancora il compito, professore…
GREGORIO – Ah sì! Facciamo un cruciverba sillabico?
ANNA – Allora io me ne vado. (rimette i fogli nella borsa, cerca in modo strano, tira fuori un piccolo blocco di post-it gialli e una penna, scrive velocemente qualcosa e lo attacca sul tavolo davanti a Elsa. Si gira e cammina attraverso la sala per uscire.)
ELSA – Ma cos’è questo? (allunga la mano per prendere la nota) …Vai tranquilla. Se nel pomeriggio hai voglia, vieni a chiacchierare un po’.
ANNA – Non posso. Devo andare dalla parrucchiera…
GREGORIO – (si alza in piedi) Prego Anna, l’accompagno alla porta.
ANNA – (si avvicina a Gregorio, lo prende per il braccio) No no, grazie.
Sembra che si dimentica, professore, che io sto qui da prima di lei…
GREGORIO – Ahh… emmm… sì… comunque… buona giornata.
(Anna esce dalla scena.)
ELSA – È andata?
GREGORIO – Sì. Cosa ti ha scritto?
ELSA – Niente! Me lo tengo per me… Comunque, meno male che se n’è andata.
Non la sopporto così tanto, eh, perché lei ha sempre qualcosa da dire.
Lei sa tutto della vita privata degli altri! Ma chi se ne frega!
GREGORIO – Hahahah… nella mia lingua si dice “Chusma”.
ELSA – ¿Come?
GREGORIO – Chusma. Così si dice delle persone che parlano sempre degli altri.
ELSA – Chussssma. (ripete pronunciando la “S” con enfasi) Hahaha!
GREGORIO – Ma non prendertela con lei, Elsa. Le persone che parlano degli altri sono ovunque. È una cosa che trascende i paesi… Comunque, non è che parli così male…
ELSA – Ma dimmi… io ho sentito che parlavate prima. Cosa ti ha detto?
GREGORIO – Ah, emmm… che aveva bisogno di qualche lavoretto a casa sua.
ELSA – Ma lascia stare, vai! Ma che lavoretto, macché! Lei è tirrrrchia, tirchia! Non ti pagherà nemmeno un caffè!
GREGORIO – Comunque sono occupato di pomeriggio. Non posso venire…
ELSA – Meglio così, allora.
GREGORIO – Allora… mi sa che è già l’ora di andare. (fa vedere il suo orologio. In seguito suona la sveglia, la spegne, prende il suo taccuino e scrive qualcosa)
ELSA – Sono già le undici? Madonna, com’è passata la mattina! Questo mese passa proprio al volo…
GREGORIO – Sì. Ma comunque ti lascio questo compito, e la prossima settimana lo vediamo. Quindi, se non hai voglia di farlo… puoi anche farlo di pomeriggio, vedi tu…
ELSA – No, signore. Il pomeriggio io leggo il mio romanzo, poi faccio la pedalata.
Così, quando vado a dormire, non mi dà noia il ginocchio.
GREGORIO – Brava. Bravísima.
ELSA – Allora buona giornata. Devi visitare altri pazienti? (stende la mano per salutare Gregorio, che risponde con un piccolo inchino)
GREGORIO – Sì. E devo prendere la tramvia! Arrivederci, signora Elsa.
(Gregorio esce dalla sala. Si spegne la luce.)
SCENA IV
(La sala è oscura. Davanti, a un estremo, sotto una luce diretta, si trova Orazio in piedi, di profilo.
Nella mano tiene una pinza metallica, come quelle degli attrezzi meccanici.
La mette in bocca e fa forza sui molari.
Nel momento in cui suona la sveglia dell’orologio, Orazio urla e si toglie un dente da solo.
Contemporaneamente, Gregorio appare nella sala, spegne l’allarme e si accende la luce.)
GREGORIO – Buongiorno Orazio… ti sei già alzato? Così presto?
(Orazio non risponde. Sta fermo, con una mano chiusa.)
GREGORIO – Orazio, buongiorno! Sono io.
(Gregorio si avvicina, ma Orazio non si gira.
Guarda nella sua mano il dente, e con l’altra tiene ancora la pinza.
Abbassa la testa e sputa.)
GREGORIO – Orazio… ma che…
Stai bene? È successo qualcosa? Che fai lì? (tende la mano come per toccarlo, ma Orazio si gira bruscamente. Si fissano. Pausa.) Che c’è?!
ORAZIO – Tieni.
(Gregorio non comprende. Apre la mano per ricevere ciò che Orazio gli dà.
Poi guarda da vicino, si rende conto, si spaventa, gli fa schifo.)
GREGORIO – Ma come?! Ma che hai fatto, Orazio?!
Oh Madonna… mio Dio… che hai fatto?!
Ma come sei riuscito a toglierti un dente?! E con la pinza??!!
Dobbiamo andare dal dentista, subito, Orazio. Ma non ti fa male?
ORAZIO – Prima dolore. Ora basta dolore. Non c’è più.
(Attraversa la sala, lascia la pinza sopra il tavolo, cerca nelle tasche la scatola delle sigarette e se ne accende una.)
GREGORIO – Ma no, no… aspetta… non devi fumare, Orazio…
(Gregorio non sa cosa fare con quel dente. Gli fa schifo, nausea.)
ELSA – (entra nella sala) Buongiorno, giovanotto.
GREGORIO – Elsa… è successa una cosa brutta.
ELSA – Cioè?
GREGORIO – Orazio si è tolto un dente da solo. Con la pinza.
(Elsa sembra paralizzata un momento. Guarda Orazio.)
ELSA – Che hai fatto?! Come mai così, cucciolo mio?!
ORAZIO – Non è successo niente, mamma. Non cominciare. Smettila.
(Elsa prende un piattino da caffè e parla a Gregorio.)
ELSA – Metti il dente qui, per favore.
(Gregorio lo mette nel piattino.
Subito cerca nel suo zaino dell’alcool gel per disinfettarsi le mani, esageratamente, schifato.
Prende anche il suo taccuino e scrive in fretta.
Orazio, nel frattempo, attraversa la sala, prende un mucchio di vestiti dalla sedia e comincia ad aprirli e ispezionarli.)
GREGORIO – Ma Elsa… questo non va bene. Dobbiamo…
ELSA – Eh sì, lo so. È brutta questa malattia.
GREGORIO – Ma dobbiamo chiamare l’odontoiatra. Dobbiamo avvisare il centro…
ELSA – Sì, me ne occupo io. Tu vai a sistemare Orazio, per favore.
(Orazio si trova all’altro estremo della sala.
Cerca di mettersi la giacca come pantaloni.
Non riesce a vestirsi da solo. Balbetta.)
GREGORIO – Scusami Orazio… permesso. (si avvicina, Orazio non se ne accorge)
Orazio, permesso. Dimmi, come ti senti?
Lascia che ti do una mano. (lo aiuta a vestirsi)
Quella sarebbe la felpa… non sono i pantaloni.
ORAZIO – Ahh… ma che scherzi!
GREGORIO – Ecco, ora va bene.
Allora, i pantaloni sono questi. (li prende da terra, Orazio li indossa)
ORAZIO – A postooo.
GREGORIO – No, mancano ancora le scarpe.
Quelle che hai messo sono le ciabatte.
Non possiamo uscire così, fa freddo.
Metti le scarpe, tieni. (gliene passa una. Orazio si siede sulla sedia sopra i vestiti e si mette le scarpe.)
ORAZIO – Ma io non vado da nessuna parte.
GREGORIO – Eh sì, per forza dobbiamo uscire, Orazio.
Hai mal di denti, e dobbiamo andare dal dentista.
ORAZIO – Io non ci vado.
GREGORIO – Andiamo insieme, non ti preoccupare.
Vieni… guardami la faccia. (entrambi sono di profilo)
Guardami. Apri un po’ la bocca, per favore.
(Orazio apre la bocca. Gregorio fa un’espressione di orrore.)
ORAZIO – Ma non fa niente… te sei scemo.
(Comincia a cercare una sigaretta nelle tasche.
Nel frattempo, Elsa prende il taccuino di Gregorio e scrive qualcosa.
Orazio sputa sopra i vestiti a terra, mette la sigaretta in bocca e cerca l’accendino.)
GREGORIO – Scusami Elsa… hai trovato il numero dell’odontoiatra?
Allora faccio io la chiamata…
ELSA – Ecco, tieni. (gli passa il taccuino) Allora? Com’è il mio passerotto? (guardando Orazio)
(Gregorio lo prende, lo fissa dubbioso, cerca il numero, fa la chiamata col telefono che si trova sul tavolo.
Nel frattempo, Elsa si avvicina a Orazio con un asciugamano per pulirgli la bocca.)
GREGORIO – Buongiorno, salve.
Io sono Gregorio, l’educatore domiciliare di Orazio Pipistrelli.
Sì, in realtà volevo farvi sapere che stamattina è successo un inconveniente…
Sì, eh… Orazio si è tolto un dente da solo…
Eh sì… io non sono odontoiatra, ma molto probabilmente ha bisogno di una visita.
Nel centro c’è uno specialista?
Ah… ma non è possibile che qualcuno lo veda?
Ok… ok, va bene… grazie. Sì, siamo già quasi pronti per partire.
ORAZIO – Ma mamma, lascia stare… lascia, porco Dio!
ELSA – Vieni, passerotto. Non devi fumare se ti fa male il dente. (Orazio fuma)
Ma ti sei messo le calze sbagliate, Orazio. Sono di colore diverso, non puoi andare così.
GREGORIO – Va bene Elsa, sono solo calze. Anche io a volte metto qualsiasi colore.
Senti, ho parlato col centro…
ELSA – Che hanno detto?
GREGORIO – Che lo vedrà un infermiere appena arriva. Ma dobbiamo prenotare il vostro dentista di famiglia.
ELSA – Ma nooo… lui ha paura del dentista, da sempre.
Non ci va…
(Elsa accomoda i panni che sono sulla sedia.
Poi si avvicina al tavolo, prende il piattino ed esamina il dente per un momento.)
ELSA – Come quando aveva i denti di latte! Vediamo un po’…
GREGORIO – Ma questo è grave, secondo me.
ORAZIO – Io non CI VA-DO DA NESSUNA PARTE, CAZZO!
ELSA – Sono arrivati presto oggi…
GREGORIO – Ecco, avanti, prego.
(Dal lato destro della stanza appare una sedia a rotelle, trainata da una corda invisibile, che si muove nella direzione di Orazio e Gregorio.)
ORAZIO – Io non ci vado.
GREGORIO – Ma stai tranquillo, Orazio. Oggi ti accompagno io.
Guarda, mettiamo anche la sciarpa viola.
ORAZIO – Ah sì, quella sì.
GREGORIO – Bravo, Orazio. Ecco, ora ci sediamo qui…
ORAZIO – Ma non mi toccare, Dio cane! Lascia stare!
GREGORIO – Hahaha… le bestemmie te le ricordi, eh?
Vai Orazio, fai il bravo. Siediti, che così partiamo. Ci sono gli altri fuori che ci aspettano.
ORAZIO – Ma dove si va?
GREGORIO – Alla visita, come al solito.
ORAZIO – Anche te?
GREGORIO – Sì sì, andiamo.
ORAZIO – Prendiamo il caffè quando si arriva? (si siede e Gregorio gli attacca la cintura)
GREGORIO – Ecco sì, lo prendiamo macchiato! Si parte. Ciaooo Elsa!
Dopo ti faccio sapere cosa mi dice l’infermiere.
ELSA – Ciao ciao! Va bene, va bene.
Buona giornata!
(I due uomini escono dalla scena. La luce si spegne.)
SCENA V
(Gregorio entra nella stanza rilassato. Il suo orologio suona e lui lo spegne.
La luce nella stanza si accende.
Al posto dove si siede sempre Elsa, questa volta è seduta un’altra donna: Rina.
Tiene in mano un palloncino di compleanno appeso a una corda.
Denota antipatia nel modo in cui si esprime.)
GREGORIO – Mi scusi… buongiorno, signora Rina.
RINA – (la sua faccia cattiva diventa esageratamente felice, ma soltanto quando parla)
Buongiorno, professore. Oggi è venuto in tempo.
GREGORIO – Accidenti… sei stata dal parrucchiere?
Allora, facciamo una bella colazione? Le ho portato anche le sue vitamine. (dalla tasca prende un barattolino con le pillole)
RINA – Sono stata giovedì… Accetto la colazione, ma io voglio la camomilla.
GREGORIO – Va bene, dai, piace anche a me. Facciamone due allora. (serve due tazze e si rimette al suo posto a tavola)
RINA – Senza zucchero, eh.
GREGORIO – Fai bene. Né zucchero né sale… Una noia tutto, ormai.
RINA – Ma si sente meglio il sapore vero della tisana… Ma senta, professore, io l’ho già visto.
GREGORIO – Sì, Rina, ci siamo visti la settimana scorsa. Volevo continuare la valutazio…
RINA – Dal suo accento direi che lei è albanese?!
GREGORIO – Albanese?! Accidenti, no no, hahaha… sono argentino.
RINA – Ma dai, davvero? Io sono stata in Argentina… ma tantissimi anni fa.
GREGORIO – Ah… (fa una pausa, apre il suo piccolo taccuino e scrive) Come mai? Quando? Sei andata in vacanza?
RINA – Ma che vacanza, guarda… È stata una brutta storia quella.
È passato ormai. Lontano.
GREGORIO – Abbiamo tutta la mattina. Prego, raccontami. (beve la tisana)
RINA – Allora…Questo è successo quando avevo diciotto, diciannove anni…
Io sono andata a vivere in Argentina col mio primo marito.
GREGORIO – (cerca indietro nel suo taccuino) Emm… Giorgio?
RINA – No, con Giorgio non ci siamo sposati. Lui l’ho conosciuto dopo, ma sempre in Argentina…
GREGORIO – Allora non mi ricordo. Mi vuoi raccontare?
RINA – Sì, va bene. Ormai quel cretino sarà già morto…Lucio si chiamava.
Ci siamo sposati pochi mesi prima della guerra. Eravamo a Pordenone.
Lui mi ha obbligato a sposarci, tutto di nascosto, perché ai miei non piaceva.
Mio padre voleva ammazzarlo. Quindi Lucio mi ha convinto ad andarcene in Argentina.
Io non volevo, ma quando è scoppiata la guerra, col casino che succedeva al nord, abbiamo deciso di partire.
GREGORIO – Diretto in Argentina? (beve)
RINA – Sì, a Buenos Aires.
Abbiamo preso una nave… guarda, era enorme. Sembrava un palazzo come quelli di Milano. Gigante proprio. Non lo so… cento metri di nave, grigia, di ferro.
Una paura avevo io. Inoltre ero incinta da pochi mesi. Non si notava ancora…
GREGORIO – Mamma mia… io non mi sono mai imbarcato.
RINA – Allora abbiamo fatto questo viaggio di ventidue giorni. Siamo partiti da Genova, così, tutto di corsa, senza soldi. Lucio aveva già un amico a Buenos Aires che gli aveva promesso un alloggio.
GREGORIO – Quindi? Raccontami di Buenos Aires. Cosa ti ha colpito di quella bellissima città?
RINA – Non l’ho mai vista.
GREGORIO – Come mai? Non capisco.
RINA – Quando siamo arrivati, io mi sentivo proprio male. Non capivo nulla di spagnolo. Anzi, di là parlano uno spagnolo diverso. Faceva un freddo terribile. E lì è cominciato l’incubo.
GREGORIO – Ovvero?
(In questo momento Rina si esibirà raccontando cosa è successo.
Avrà sempre il filo del palloncino in mano.
Alzandosi in piedi, inizierà a muoversi con agitazione, ma parlerà con chiarezza.)
RINA – Questo cretino di Lucio si era proprio trasformato in altro.
Abbiamo trovato una stanzetta (crea un quadrato tracciando un contorno con entrambe le mani)…Che non aveva nemmeno il gabinetto. Senza finestra né nulla.
E io ero malata (tocca il dolore nel corpo: il petto, la fronte; il palloncino si muove).
Avevo tanta febbre, mi ricordo. Pensavo di crepare lì, lontana dai miei.
E questo figlio di puttana mi aveva rinchiuso (cade in ginocchio).
Non mi lasciava uscire da quella stanza del diavolo.
(Gregorio prende nota nel suo piccolo taccuino.)
RINA – (si alza in piedi, gioca con il palloncino e se lo mette sulla pancia) Ho perso mio figlio per quella febbre… Ero così malata…E questo cretino mi menava tutte le notti.
(Si muove come se fosse colpita sulla schiena, sul viso. Si copre con le braccia. Ha paura.)
Ero proprio in prigione. (si sposta) E così sono stata per quasi due anni. (con nostalgia)
Volevo morire. Mangiavo pane, patate, polenta…
Finché ho detto: BASTA!
Si alza con forza di volontà. Per un breve istante viene illuminata da una luce bianchissima. Alza il pugno. Pausa. Inizia a muoversi con forza e decisione. Continua.)
Lui era fuori tutti i giorni a lavorare. Quindi, una mattina, riesco ad aprire quella porta di merda e sono scappata. Così, con i panni sporchi, senza scarpe.
Due anni di prigionia. E non conoscevo nemmeno il quartiere.
Ho camminato allucinata… Eravamo alla Boca, il quartiere degli immigrati genovesi a Buenos Aires. Faceva un sole quel giorno… infatti mi faceva male agli occhi…
GREGORIO – E dove sei andata?
RINA – Em… allora, sono arrivata a un mercato.
E lì… il miracolo! Nel banco del panificio vedo la faccia di un ragazzo che conoscevo:
Un amico di mio fratello Carlo. E anche lui mi riconosce subito…
Incominciammo a piangere tutti e due, perché… Ritrovarci così sembrava impossibile.
GREGORIO – Invece sì. Un angelo guardiano.
RINA – Proprio così. Un angelo.
Si è accorto subito che io stavo male, male.
E mi ha dato le chiavi di casa sua. Era lì vicino. Quindi ci sono andata.
Bruno si chiamava. Mi ha salvato la vita, guarda…
GREGORIO – E Lucio? E come sei tornata in Italia?
RINA – Allora… Con Bruno abbiamo scritto una lettera a mio fratello Carlo, che era a Vicenza. L’ho scritta con le lacrime. (con forza) Sono VIVA, fratello! (pausa)
Poi… il cretino di Lucio mi cercava ovunque…
Ed io ero ancora nascosta, come i fuggitivi. Ero in un paese così bello e libero… ma io ero ingabbiata. Bruno però aveva subito parlato con i suoi amici del quartiere della Boca.
E siamo andati tutti insieme da Lucio. Arrivati a casa sua, lui esce diretto a menarmi…
Ma noi gli abbiamo dato una botta (comincia a colpire il palloncino)
Come alle bestie!! Bruno gli ha rotto una bottiglia in testa!
Me lo ricordo chiaramente. E ioooo!!
Quando l’ho visto lì per terra, non c’ho pensato due volte:
Gli ho dato un calcio nello stomaco. (fa esplodere il palloncino con le unghie)
Per fargli sentire il mio dolore!!!
E poi, quello stesso giorno, ho preso un treno per Misiones!
GREGORIO – Misiones? Lontanissimo…
RINA – Misiones è una regione del nord-est dell’Argentina. Praticamente un altro paese.
Altra gente, altro clima. Non c’entra nulla con Buenos Aires.
È anche lontano si, eh… forse mille chilometri.
A Misiones c’è la foresta. Ci sono le cascate più grandi dell’America del Sud.
Quando le vedi…
GREGORIO – (scrive nel taccuino) Conosco, sì… Ma ancora non capisco come mai sei tornata in Italia.
(Rina ritorna al suo posto sulla sedia accanto al tavolo. Ritorna anche la sua corporeità iniziale.)
RINA – Allora… (beve tisana)
Quando mi sono sistemata a Misiones, di nuovo in un piccolo quartiere dove erano tutti italiani, ho cominciato a lavorare in un orto, perché non avevo nemmeno una lira…
Ed è lì che ho conosciuto Giorgio. Lui era nato in Argentina da una famiglia piemontese emigrata durante la prima guerra. Era più giovane di me, ma ci siamo innamorati subito.
Anche lui lavorava nella raccolta della frutta e cose così.
GREGORIO – Ma non vi siete sposati?
RINA – No… (beve tisana)
Però abbiamo fatto un figlio.
Dovevo… dovevo ricominciare da capo. E veramente mi mancava tantissimo l’Italia. Fu così che, quando mio figlio nacque, gli dissi a Giorgio: “Andiamocene in Italia… ora che stiamo bene.” E lui accettò.
Partimmo dal Brasile nel 1946, appena era finita la guerra qui.
Siamo rientrati. E lui ha trovato subito lavoro alla Fiat.
E purtroppo, quando il nostro Bruno compì tredici anni… Beh, il giorno dopo del suo compleanno… Giorgio morì.
GREGORIO – (pausa, beve anche lui) E tuo figlio si chiama Bruno per…
RINA – Per quell’angelo guardiano del mercato della Boca.
L’ho battezzato con lo stesso nome di colui che mi ha salvato la vita…
Ma che ci possiamo fare, oramai… Siamo ancora vivi. Ma credo che non mi manca così tanto per andare su…
(Suona la sveglia dell’orologio. Gregorio la spegne. Silenzio. Beve l’ultima goccia.)
GREGORIO – Okey, signora Rina. La ringrazio per questa seduta… (controlla se Rina ha finito la colazione) Mi scusi… ha preso le vitamine? Ha finito la tisana?
RINA – Ah, emm… ecco. (fa vedere come la prende in bocca e, in modo strano, beve la tisana e ingoia la pillola)
GREGORIO – Ecco, bravissima.Allora, ci vediamo la prossima settimana. Arrivederci.
RINA – Arrivederci.
(Mentre Gregorio esce dalla sala, Rina sputa la pillola e, con una mano, sbatte contro la piega del braccio “mandando a quel paese” il professore.
Si spegne la luce.)
SCENA VI
(Si accende la luce. Sulla sedia delle signore ora c’è Gregorio.
Sul tavolo c’è il suo zaino.
Lui inizia a sistemare delle cose, sembra scrivere sulla tastiera di un PC.
Balbetta qualcosa di incomprensibile.
Comincia a suonare la sveglia, ma questa volta non ha l’orologio.
La sveglia comunque suona.
La luce scintilla e cambia colore: rosso, blu.
Gregorio cerca l’orologio, diventa nervoso.)
GREGORIO – Ma dove cazz… ho lasciato l’orologio? Questa maledetta sveglia!
(Si accende uno schermo.
La sveglia svanisce.
La luce scarseggia nuovamente.)
GREGORIO – Ma… (con dubbio) Questa sala mi sembra abbastanza familiare…
Ecco! Signoraaa! Buongiornooo! Che strano…
Dove sono andati? Signoraaa? Oraziooo?
Ma che cavolo… Come mai non c’è nessuno qui e non mi hanno detto nulla prima di venire? (cerca nello zaino)
Ma che scemo! Mi sono scordato anche il taccuino… Ma io… io ero sicuro di averlo preso… Ma che ore sono? Oh Dio… come faccio ora…
(Fa avanti e indietro per la sala, confuso.
Prende una cartella dallo zaino, sposta una sedia al centro della sala.
Si siede.
Sopra i suoi ginocchi la cartella: la apre e cerca dei fogli.
Appare Anna da un lato, viene illuminata.
Gregorio non se ne accorge.)
GREGORIO – Mamma mia… Dove sono i documenti?
La scheda? Dov’è? Questo? No.
Quest’altro? No.
Oh Dio… ho sbagliato casa?
Che giorno è oggi? Oggi è mercoledì?
ANNA – Buongiorno, signor Gregorio.
GREGORIO – (spaventato) Oh Madò! Ma come mai sei qui? Siamo a casa sua!?
ANNA – Per carità! Ahahah! Ahi caro mio… (si avvicina)
Lei si dimentica che io ero qui prima di lei, caro signore…
Allora… come ha dormito?
Sembra che il trattamento funzioni bene.
Va di corsa!
GREGORIO – Ma quale corsa?! (nervoso) Io sono qui per lavorare, signora… Non capisco cosa intenda.
ANNA – Ah sì sì… mi ricordo che lei era un professore.
GREGORIO – Assolutamente. E lo sono ancora.
ANNA – (ironicamente) Ahahah… sì, mi scusi.
(si avvicina a Gregorio, gli afferra il polso sinistro, gli ascolta il battito)
GREGORIO – Non capisco che cosa sta facendo, signora.
ANNA – (gli lascia andare la mano) Niente, professore… Ha fatto colazione? (prende appunti su un post-it)
GREGORIO – Ehmm… (confuso) Credo di sì…Mi sa che l’avevo fatta… Ma che ora sono?
ANNA – (finisce di scrivere, attacca il post-it sul petto di Gregorio) Ecco! È per questo che sei così pallido stamattina!
GREGORIO – Ma che fai?! Cosa mi hai messo qui?
(stacca la nota e legge a voce alta)
“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.”
(pausa, respira con difficoltà. Le luci cominciano a cambiare colore. Si agita.)
ANNA – Ahi caro mio, non ricominciare. (infila la mano nella tasca del grembiule, tira fuori una siringa e gli fa un’iniezione nella spalla)
GREGORIO – Ahia! Ma che fai?! Lasciami! Vattene!
ANNA – Tranquillo, professore. Deve respirare. (spiega come inspirare ed espirare in modo esagerato) Ecco, così…
GREGORIO – Ehmm… (respira) Ma perché? Tu chi sei? Cosa è successo con… la signora…?
(La sua agitazione si placa.
Si appoggia sulla sedia.
All’improvviso, dal lato sinistro della stanza, appare Rina.
Cammina in modo grottesco e tiene in mano un palloncino legato con uno spago.)
ANNA – Tranquillo. Ecco, ora viene il dottore. Mi raccomando: NON MUO-VER-TI. A presto!
(Le luci cominciano di nuovo a cambiare colore.
Anna esce dalla stanza ridendo ad alta voce.
Gregorio è sotto l’effetto del sedativo e riesce a muovere soltanto la faccia.
Si rende conto che Anna se n’è andata, ma che c’è qualcun altro lì.)
GREGORIO – Ma non lasciarmi qui!! Per favore!! Ti prego! Ma… chi è?!
(quando Rina si avvicina, lui si dispera perché non riesce a muoversi) Agghh! Vattene! Non toccarmi!
(Rina lo fissa. La luce diventa rossa e bianca sopra loro.
Rina avvicina il viso al suo.
Poi prende lo spago del palloncino e lo annoda attorno al dito di Gregorio.
Gli dà un bacio sulla guancia e si ritira nell’oscurità della stanza, abbandonando la scena.)
(Gregorio sembra svenuto.
È ancora illuminato da una luce rossa intensa che inizia lentamente a spegnersi.
Ha degli spasmi corporei. Lentamente comincia a muoversi.
All’improvviso cerca di disfare il nodo dello spago, ma non riesce a staccarlo.)
(Comincia a suonare la sveglia dell’orologio.
Dalla destra entra subito Orazio, vestito da dottore.
Spegne la sveglia del suo orologio e parla con una voce diversa da quella di prima.)
ORAZIO – Buongiorno, Gregorio!
(Gregorio, ancora assonnato, non risponde.
Orazio prende una sedia, la avvicina a Gregorio e si siede, osservandolo analiticamente.
Dalla tasca tira fuori un piccolo taccuino identico a quello che usava Gregorio.
Prende appunti, guarda l’ora, scrive, si schiarisce la gola e dice.)
ORAZIO – Buongiorno, giovane!
GREGORIO – (si risveglia con un piccolo salto) Eh! Ah! Dottore… ma… te… sei…?
ORAZIO – Sono il tuo dottore da sempre, Gregorio. Stai tranquillo.
Sai che siamo in un posto SI-CU-RO.
Qui sei in cura e sotto terapia. Ti è capitato di rimanere di nuovo senza dormire o mangiare?
Perché sembrerebbe che questa nuova terapia di medicine e tecniche danesi abbia certi effetti collaterali.
GREGORIO – (si raddrizza sulla sedia, si gira verso il dottore) Ma… non hai visto la signora?
ORAZIO – Caro Gregorio… Devo informarti che gli episodi di allucinazioni potrebbero essere correlati ai sintomi del tuo disturbo mentale, piuttosto che agli effetti secondari delle pillole…Ricordati che sei stato ricoverato con un episodio abbastanza grave… Ma non ti devi preoccupare.
GREGORIO – Ma… non mi posso ricordare… perché…
ORAZIO – Oggi si va in gita!
E tu, che sei stato un grande insegnante, sicuramente ti piacerà visitare il museo per goderti le opere di Caravaggio, Michelangelo, eccetera eccetera…
Quindi su! Venga. (si avvicina e gli esamina gli occhi)
Vieni, su! (gli dà un piccolo schiaffo)
Dai, fammi un favore: voglio vederti ben sveglio.
Vai a lavarti la faccia con le tovaglie e sistemati, perché presto verranno a prenderti.
(Gregorio si alza, un po’ disorientato, e mostra la mano dove ha il palloncino legato.)
ORAZIO – Ah! Vedo che ieri pomeriggio sei andato alla festa di compleanno di quella paziente.Com’è stato?
Forza, è ora di togliere quello spago. (prende la mano di Gregorio e scioglie il nodo. Il palloncino cade.)
GREGORIO – Grazie, grazie mille, dottore. Mi ha salvato, perché quella signora… (indica dietro di sé)
ORAZIO – Basta.
Qui siamo solo io e te.
Vedi? Ora mi faccia il piacere di sistemarsi, che le devo somministrare la medicina. (si avvicina al tavolo e versa un bicchiere d’acqua)
(Nel frattempo, Gregorio cerca nello zaino un asciugamano per asciugarsi il viso, indossa una giacca e si pettina un po’.
Orazio tira fuori dalla tasca un barattolo di pillole e ne prende una per Gregorio, che allunga la mano.)
ORAZIO – Ecco l’acqua!
(Gregorio obbedisce e beve.
Orazio scrive nel taccuino.
Dal lato destro della stanza appare una sedia a rotelle, trainata da una corda invisibile, che si muove nella direzione di Orazio e Gregorio.
Orazio fa segno con la mano per invitare a sedersi.
Gregorio sembra stordito.
Gli tocca le spalle piano e Gregorio reagisce impaurito.)
GREGORIO – Ohh!
ORAZIO – Grego, tranquillo. Guardami. Dai, andiamocene.
(Gregorio si siede con sfiducia.)
ORAZIO – Ecco, bravo. Allora ricordati i passi della routine… Attacca la cintu…
(Gregorio attacca la cintura della carrozzina.
Suona la sveglia dell’orologio.
Il dottore la spegne.)
ORAZIO – Ottimo. Siamo giusto in tempo.
GREGORIO – Aspetti, dottò! Mi manca la mia musica!
ORAZIO – Ah, certamente! Dov’era? Nel tuo zaino? (si gira e prende dallo zaino di Gregorio il walkman con le cuffie e glielo passa)
Ecco, tieni.
(Gregorio lo prende, si mette le cuffie e accende il walkman.
Comincia a suonare una musica. Orazio balla mentre spinge la carrozzina.
I due uomini escono dalla sala.
Si spegne la luce.
La musica continua per un po’.)
FINE.
Sinossi
In una sala che cambia identità e funzione, si intrecciano le vite di anziani, educatori e fantasmi del passato. Gregorio, educatore sociale, entra ogni giorno in questo spazio per accompagnare i suoi pazienti — Elsa, Orazio, Anna, Rina — in attività terapeutiche e conversazioni che rivelano traumi, memorie e desideri. Ma la realtà si incrina: i ruoli si confondono, le luci cambiano, le parole diventano visioni.
La sveglia suona, il palloncino si muove, e Gregorio scopre che forse non è lui a condurre la terapia.
Un viaggio teatrale tra lucidità e delirio, tra cura e prigionia, tra il corpo e la memoria.
Note di regia
• Spazio scenico: Un’unica sala che cambia funzione e atmosfera. Può essere una casa, un centro diurno, una stanza di terapia o un luogo mentale.
• Luci: Fondamentali per i cambi di stato. Luci bianche, rosse, blu, intermittenti. Ogni scena ha un codice visivo.
• Oggetti simbolici:
◦ La sveglia: scandisce il tempo, ma anche la confusione.
◦ Il palloncino: simbolo di memoria, trauma, festa e violenza.
◦ Il taccuino: strumento di controllo, ma anche di perdita.
• Corpo e gesto: I personaggi si trasformano fisicamente. Le azioni quotidiane si fanno rituali.
• Lingua originale: Italiana, con dialoghi realistici, con inflessioni regionali e variazioni di tono. Alternanza tra ironia, dramma e delirio.
Nota dell’autore
Questa opera nasce dall’osservazione di ambienti di cura, dalle storie che si intrecciano tra pazienti e operatori, e dalla fragilità dei confini tra realtà e percezione. “Smarrimenti” è un viaggio teatrale che mescola memoria, delirio, ironia e poesia. Ogni personaggio porta con sé un frammento di verità, e ogni scena è una soglia tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Dedico questo testo a chi lavora con la cura, con la parola, con il corpo. E a chi ha il coraggio di raccontare.
Lucas Alejandro Vidal Rigonat. Firenze, Italia. 2025.