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I nostri passi sul palcoscenico. Rumore sordo che attraversa l’aria scenica, diversa da quella della platea, più rarefatta. Immobilità assoluta, cristallizzazione dell’immagine. Gli attori e gli oggetti di scena emergono dal profondo buio del palco, spogliato, come consuetudine ormai, di ogni orpello. Una sorta di imbuto oscuro da cui fuoriescono gli elementi indispensabili per raccontare questa storia: un letto in ferro, lenzuola bianche, un tavolo, due sedie, una bottiglia, un bicchiere. Scena asettica così come arida è la conversazione spezzettata e ritmicamente modulata, “colorata” dai salti di espressione della protagonista, Deborah. Pinter ci fa salire sul palcoscenico del Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo di Napoli. Nel verso senso della parola. Poche sedie ai lati del palcoscenico. Ci sediamo anche noi. Guardiamo nella stessa direzione dei protagonisti. Costituiamo, dunque, il mondo esterno o siamo spie interne? Non c’è risposta.  La regia di Valerio Binasco porta in scena, dal 10 al 19 gennaio, UNA SPECIE DI ALASKA, testo pinteriano datato 1982, messo in scena lo stesso anno a Londra, con la straordinaria Judy Dench nei panni proprio di Deborah. Protagonisti  contemporanei, invece, Sara Bertelà, Orietta Notari, Nicola Pannelli. Pinter rimane folgorato dal libro “Risvegli” di Oliver Sacks del 1973, in cui si parla dell’Encephalitis Lethargica, meglio conosciuta come malattia del sonno, che nel 1916 miete vittime, fino alla scoperta del rimedio farmacologico, L-Dopa. Anche la protagonista del nostro spettacolo,  si risveglia dopo 29 anni di torpore. L’ambientazione serrata del mondo pinteriano è soffocante, polverosa, la voce non rimbomba, come se mancasse ossigeno, come se l’aria non riuscisse a trasportare il suono. Il testo è disseminato di didascalie che indicano (pausa), tra le frasi. Un contenitore che cerca di svuotarsi, questa è Deborah. I personaggi di contorno, il medico che le pratica l’iniezione per risvegliarla e la sorella, ormai moglie-vedova dello stesso, sono coloro che riempiono i vuoti di riflessione della protagonista, quelli in cui il suo cervello, sopito per quasi trent’anni, si ferma, durante le pause appunto, per riorganizzare le idee. Il ritmo di recitazione, che ritroviamo anche nella lettura del testo originale, porta l’attrice a picchi di velocità inaudita e rallentamenti che portano la parola a sprofondare nel vuoto. L’interesse di Pinter per la ripetitività angosciante e decostruttiva della parola vacua del quotidiano, l’immobilità che essa genera, la chiusura dal mondo esterno ( ne “Il Calapranzi” il cestino, si ricorda, è l’unico contatto con l’esterno) entro quattro mura serrate, sono tutti elementi che Martin Esslin sottolinea continuamente nel suo saggio su “Il Teatro dell’assurdo”, in cui inserisce anche la sua analisi su Pinter. Ma sono anche elementi che ritornano, incessantemente, in tutto lo spettacolo. La protagonista ripete continuamente il concetto di chiusura, il suo sentirsi soffocata ( “ Non chiudetemi i muri addosso!!”), il suo scivolare lentamente sotto il piumone che la inghiotte, mentre le si svela la verità lunga ben trent’anni. La ripetitività della parola e la lunghezza del tempo, che qui non sembra avere un percorso diacronico ( ci venga permesso un termine rubato agli studi linguistici), ma presenta un’evoluzione circolare, sono elementi che danno come risultato la fissità in un circolo chiuso che si ritorce su se stesso. Dunque l’immobilità che abbiamo ritrovato sulla scena rispecchia assolutamente ciò che Pinter scrive. L’atemporalità ricercata e dovuta a questa ossimorica circolarità fissa, viene però scossa da un riferimento storico, la guerra del Vietnam, non previsto dal testo. Forse è quello l’unico elemento reale, esterno, e appartenente ad una storia che è esistita ed è stata documentata, che si intrufola nelle frasi della protagonista. Dalla sala d’aspetto del mondo, di cui facciamo parte anche noi spettatori, bloccati nella fissità del tempo senza percorso lineare ed evolutivo,  seduti sulle sedie posizionate sul palco, si stacca la sorella Pauline. Era stata sempre seduta tra noi. Una meta teatralità accennata e rovesciata, non prevista dal Pinter, ma costante ormai negli spettacoli contemporanei. Il palco trascina il pubblico dentro un mondo che prima non era accessibile dalla realtà. Lo spettatore ha bisogno dell’irrealtà che parla di realtà per comprenderla a fondo. Intensa e complessa l’interpretazione della Bertelà, coadiuvata dall’inevitabile presenza della Notari e del Pannelli, personaggi indispensabili nella costruzione della “parola” più che dell’azione.  La Bertelà incarna, infatti, un personaggio in cui il concetto di tempo è davvero relativo:  una ragazza bloccata ai suoi quindici anni, in un corpo che invece si è evoluto, provocando nel pubblico sorrisi, commozione, attenzione, curiosità, tenerezza. Sentimenti discordanti che sono quelli dell’umanità intera. La metaforica ”Alaska” mentale in cui si ritrova la ragazza è il ricordo di corridoi bianchi e finestroni- specchi che messi gli uni davanti agli altri riflettono e si riflettono all’infinito. Ecco, ancora, la ripetitività che porta alla fissità. Lo stesso Pinter, nel suo discorso in occasione del premio Nobel, il 7 dicembre 2005, parlava di “specchi”: “ […[ Quando ci guardiamo allo specchio pensiamo che la nostra immagine sia quella vera. Ma se ci spostiamo anche di un solo millimetro l’immagine cambia. In realtà siamo di fronte ad una serie infinita di riflessi. Uno scrittore a volte deve rompere quello specchio, perché è da dietro lo specchio che la verità ci guarda”.

UNA SPECIE DI ALASKA
Teatro Stabile di Innovazione Galleria Toledo Napoli
10-19 gennaio 2014
Una specie di Alaska
di Harold Pinter
regia Valerio Binasco
con Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Orietta Notari
allestimento scenico Nicolas Bovay
costumi Catia Castellani