Difficile osservare uno spettacolo del genere, che in realtà spettacolo non è, provando a non sorridere, pentendosi di averlo fatto, pur continuando a sorridere perché così deve essere. Una lotta interiore si innesca nello sguardo degli spettatori: chi ride a squarciagola, chi si commuove, chi riflette,
chi non sa come reagire, pur subendo la reazione. C’era una volta Pinocchio, il burattino di legno che Collodi impresse nelle pagine tramandate a tutte le generazioni. Stavolta l’idea fondamentale si trasforma, poiché se non si riesce a riportarlo in scena o sulle pagine dei libri, si cerca di riportarlo in vita. Questo spettacolo è un dossier di vite, tra vita e morte. Non vogliamo cadere nel patetismo mellifluo: davanti a noi tre attori- non attori che hanno vissuto l’esperienza del coma. Siamo consapevoli, quindi, di non avere davanti degli attori professionisti, ma tre membri della compagnia GLI AMICI DI LUCA, che svolge attività di laboratorio teatrale permanente a Bologna, attraverso il progetto IL TEATRO DEI RISVEGLI. Il tutto si svolge dentro un ospedale. BABILONIA TEATRI, ossia Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, incontrano GLI AMICI DI LUCA. Nasce PINOCCHIO, spettacolo in scena presso la Sala Assoli di Napoli, dal 13 al 16 marzo, con Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli, Luca Scotton. I tre protagonisti, più un “Pinocchio tuttofare”, vengono subito mostrati nella loro vera essenza: cicatrici, arti deformi, andature claudicanti. Dentro tre camerini dalla luce al neon, tre scatole di memoria, tre vite; escono ad uno ad uno scendendo una scala. E uno di loro, inciampa subito, all’inizio, cade, si rialza. Un fuori programma non previsto ma reale. La sensazione è che si voglia mettere violentemente a nudo tutto ciò che è legato al dolore, psichico e fisico, alla carne lacerata, alle cicatrici, tutto ciò che è stato e che non sarà. Forse. La volontà crudele di mostrare al pubblico, sapendo che la gente di certo si emozionerà, si commuoverà: banalità dell’esibizione? Spettacolo a tutti i costi? In parte ritroviamo anche questo, ma la tendenza dell’operazione scenica è quella di sbattere in faccia la realtà. Guardate e ridetene tutti. Anche questa è la vita. I tre protagonisti vengono messi al bando dell’osservazione spietata. Parlano, raccontano, intervengono, mentre la voce fuori campo di Enrico Castellani li interroga, come un grillo parlante. Sonorità vocale fuori campo che crea un binario sul quale indirizzare lo svolgimento dello spettacolo. Battute, fuori programma, il copione che non si segue ma c’è, sempre presente sotto e apparentemente invisibile, perché in certi momenti questi tre fiumi in piena devono continuamente essere arginati, da un Mangiafuoco immaginario dà un ordine all’azione. Facciamo un po’ di ordine, in una performance scenica che teatro non è e ordine non ha, che è documentario e in parte biografia, che è diario e monito per gli spettatori, che fuoriesce dai confini della partitura drammaturgica ed è imprevedibile ad ogni replica. Come la vita stessa. I tre protagonisti hanno età differenti ed “ex vite” differenti, ma le loro età non hanno più valore dopo lo spartiacque “coma”: la durata di questo sonno tra la vita e la morte condiziona la nuova età degli uomini, dopo il risveglio. Il senso di questo nostro Pinocchio, dunque, non è più la semplice storia collodiana, che lo spettacolo forse avrebbe dovuto seguire, secondo i progetti iniziali, ma è invece simbolo. La fata è l’amore che dopo l’incidente e il coma diventa difficile ma indispensabile, la furbizia del gatto e della volpe è insita negli occhi dei nostri tre non-attori, la marionetta di legno è ormai viva nel sangue dei “risvegliati” che, marionetta erano e marionetta, ancora, sono. Se Pinocchio desiderava diventare uomo, anche queste marionette umane risvegliatesi desiderano ritornare ad essere veri uomini. Impossibile per alcuni, fondamentale per altri. La scelta del teatro è evidentemente il modo per riaffermarsi in una società di “svegli” e di “attivi” che non sa che farsene dei “risvegliati”. Durante la scena finale, la cruda immagine della marionetta crocifissa e sospesa, come sospeso è il sonno del coma, infastidisce. Era davvero necessaria? Ancora una volta iil pubblico viene stimolato alla reazione accesa: ecco perché alcuni spettatori ridono esageratamente, mentre altri rimangono in un silenzio attonito. Questa dualità e diversità di reazioni è il vero senso dello spettacolo, ma noi abbiamo profondamente amato i “fuori programma” e le piccole lettere in cui ogni non-attore ha espresso il suo non-essere: un fantasma, una scarpa rotta. E gli occhi azzurri del signor Luigi Ferrarini: semplicemente vivi, come quelli di un “risvegliato”.