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La sua ultima missione prima di andare in pensione: vendicare lo sgarro subito dal  padre ucciso. Questa è la vita di Campofelice Saro, napoletano dal mestiere insolito. I migliori boss utilizzano gli “sgarristi”, coloro che vendicano uccisioni e sgarri subiti. Ma l’unica missione che non gli è stata commissionata pregiudicherà l’esito della vita ultraterrena di questo divertente e commovente sgarrista.  Una stanza di albergo, un comodino, un letto, un borsone nero, un tavolo, una sedia, il telefono, il mitra: questo l’allestimento scenico degno dei migliori film di gangster. C’è anche la finestra, immaginaria porta sulla realtà rumorosa di un paese-quartiere napoletano in cui si svolge la festa del patrono e l’elezione del nuovo assessore-boss del luogo. Forse il termine patrono qui è inteso nel duplice significato ironico di “protettore”. Il pacco presente in ogni film degno di un sicario come protagonista, c’è anche qui. La portinaia, la stanza, il segnale. Tutti gli elementi sono collocati e presenti in uno spettacolo che si apre con particolari giochi luministici che evidenziano scene, incastri visivi, flash back cinematografici. Saro desidera la sospirata vacanza, la pensione, la moglie aspetta il grande lavoro finale. Dal 23 al 28 novembre Giancarlo Sorrentino è il Campofelice Saro della Galleria Toledo di Napoli, e dedica lo spettacolo al padre. Anche in scena Saro conduce un dialogo spirituale con il padre, onnipresente in tutte le sue riflessioni. Non un semplice monologo ma un dialogo-analisi sulla propria vita. L’attore ripropone la mimica e la terminologia tipicamente napoletana e, pur con qualche incertezza iniziale, riesce a tenere l’attenzione del pubblico fino alla fine. Emergono tra le righe la tradizione teatrale, letteraria e filmica partenopea, anche se spesso si cade in  “luoghi comuni” fin troppo conosciuti come: “a Napoli si va avanti a raccomandazioni”, “il Purgatorio assomiglia a Napoli”, “ anche dopo la morte possiamo chiedere qualche raccomandazione per non finire all’Inferno”. Il pubblico napoletano apprezza fortemente e si ritrova, forse chi è “straniero” coglie troppo queste sottolineature. Saro muore alla sua ultima missione: spara e uccide, contemporaneamente viene ucciso da uno sparo. Il fatidico giudizio di  S.Pietro arriva ma l’incontro tra Saro, il padre, il mandante e l’oggetto dell’uccisione, tutti morti, si colora di caratterizzazioni partenopee pur mostrando una profondità inaspettata. Il protagonista è convinto di rimanere in Purgatorio: la madre salita in Paradiso potrebbe intercedere con una raccomandazione. La moderna Beatrice del girone napoletano però non ha nessun potere sulla decisione divina.  L’unico omicidio che Saro ha commesso per amore e non per lavoro lo consegna alle mani di Lucifero. La cacciata verso gli Inferi spinge l’attore sul fondo della scena, dove vengono proiettate le immagini di numerose morti camorristiche, fino al famoso rumeno ucciso per sbaglio all’entrata della Cumana. Le terribili parole divine tremano come tuoni e boati. Il giudizio diventa immagine. Saro accetta il suo destino all’Inferno. Stavolta il buon napoletano non è riuscito a fregare il “Direttore”.

VISTO IL 23 NOVEMBRE 2010
GALLERIA TOLEDO NAPOLI

di Pierpaolo Palladino
regia Giancarlo Cosentino
con Giancarlo Cosentino
musiche Fabrizio Romano