La libreria virtuale

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I drammi segnalati

L'archivio completo dei testi teatrali pubblicati e recensiti nella rubrica "Il dramma del mese" dal 2000 al 2025. Centocinquantotto drammaturgie tutte da leggere.

Il libro

Indomabili bisbetiche di Sara Urban

Un libro dal piccolo formato di una piccola casa editrice ma con un contenuto importante. Sara Urban, attrice, studiosa e docente di teatro, ci consegna, con questo saggio, una storia teatrale al femminile. Dalle origini in Grecia e poi nella

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Drammaturgia contemporanea in scena

  • La creatura del desiderio

    Uno spettacolo più che attuale, nonostante racconti una storia del 1912 e che sottolinea - anche in modo drammatico - come sia vicino il confine tra passione ed ossessione, tra bisogno d’amore e dominio. Stiamo parlando dell’atto unico “La creatura del desiderio” di Andrea Camilleri,

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  • Almeno tu nell'universo

    Un canto liberatorio che si snoda tra il candore dei ricordi poetici e l’oscurità di perdite dolorose. L’omaggio a Mia Martini firmato dalla produzione ATIR non è una semplice biografia cantata, ma una delicata armonia di suoni e parole, vivacemente interpretata da

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  • Solo quando lavoro sono felice

    Una commedia degli errori, per così dire, tutta condotta sul filo di continue interruzioni e riprese, ipotesi presentate e poi aggirate, deviazioni, ritorni al tema, riflessioni condotte sul filo del paradosso, capovolgimenti di punti di vista a scopo di svelamento comico,

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  • Trucchi per l’anima

    Il Piccolo Teatro della Città di Catania ha ospitato, dal 30 aprile al 3 maggio, l’atto unico di Rosario Galli “Trucchi per l’anima”, diretto da Gianni Scuto e prodotto dall’Associazione Città Teatro. L’autore della nota commedia degli Anni ’90 “Uomini sull’orlo di una crisi di nervi”,

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  • Pirandello segreto

    Una piacevole, lucida immersione nel mondo più intimo e conclusivo di un Luigi Pirandello sempre più profondo, riflessivo e che spalanca mille porte, coinvolgendoci nella sua e nostra dimensione fatta di apparenza e realtà, di vita e morte, di finzione e verità.

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  • I miei stupidi intenti

    La scrittura, e con essa il linguaggio, è attività esclusivamente umana e come tale segna il discrimine perenne tra animalità e umanità, ma anche tra quest'ultima e la divinità, essendo la scrittura come la superficie di un oceano che ha le sue oscure profondità e, sopra, un cielo assolato ed infinito.

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  • Il numero esatto

    Qual è il numero esatto nella nostra vita? Si parla sempre di numero della vita, numero del destino, ma cosa si intende per numero esatto? In verità, è un numero variabile, riconoscibile e identificabile per ognuno di noi quindi il concetto di “esatto” non è così univoco,

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  • The other side

    La morte circonda la vita come un orizzonte, come un limes poroso e immaginifico, e in questo paradossalmente la morte feconda la vita, recuperandola dal non senso di un vivere agnostico che si fa 'immorale' e restituendole un senso antico e universale, come un metaforico

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Articoli e interviste

  • Curiosando al Teatro Garage

    Da qualche anno G.E.T., la rassegna di “Giovani Eccellenze Teatrali” curata dalla Associazione “La Chascona” e dal Teatro “Garage” di Genova San Fruttuoso che ospita gli spettacoli, è una vera e propria incubatrice di talenti, drammaturgici e attoriali,

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  • Teatro medico ipnotico all'Akropolis

    Si è chiusa la settimana di Residenza Artistica della compagnia “Teatro Medico Ipnotico”, ospitata dal Teatro Akropolis di Genova Sestri Ponente quale momento qualificante della vittoria, da parte di questa interessante Compagnia, del “Premio Otello Sarzi”

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  • Uno. Nessuno. Centomila INVISIBILI

    L’associazione culturale di Catania Rebetiko Produzioni, che si occupa di produzione, diffusione e valorizzazione dell'arte drammatica, dello spettacolo e della cultura, ha organizzato, da marzo a dicembre 2026, nell’ambito dei progetti speciali 2026 del Ministero della Cultura,

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  • Guerra, resistenza e libertà

    È straordinario sempre, anche se si ripete da decenni, come una miriade di emozioni e simbologie si concentri in Italia in una sola data. Il 25 aprile infatti è la primavera della natura ma è soprattutto la rinascita di un popolo che, passato l'oscuro inverno del fascismo,

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È la tredicesima edizione di questo Festival di agosto, a Chiusi in quel senese dove la toscana etrusca già sia apre alla campagna romana, ma in “Mediterranea 2015” si percepisce una atmosfera di svolta, per significatività e respiro anche europeo, grazie alle intuizioni sia dei primi promotori, la Fondazione “Orizzonti d’arte” patrocinata da Comune, Regione e Ministero, sia soprattutto degli organizzatori, in particolare del Direttore Artistico Andrea Cigni e del suo giovanissimo staff che da solo due anni cura la manifestazione.
Dal 31 luglio al 9 agosto un programma intensissimo, tra teatro, musica, danza, laboratori e quant’altro caratterizza un appuntamento come questo, in luoghi dal fascino discreto che va oltre il tempo.
Ora gli eventi del 6 agosto.

L’OMOSESSUALE O LA DIFFICOLTA’ DI ESPRIMERSI
Una “drammaturgia”, e non delle più recenti (è del 1971), dell’argentino-francese Copì, molto più famoso anche in Italia per il suo fantasmagorico fumetto “la donna seduta”, su cui avvia un acuto processo di riflessione sia critica che sintattica Andrea Adriatico per il bolognese “Teatri di Vita”. Qui la strampalata narrazione di tre signore dal sesso incerto ed in continua mutazione, esiliate in una Siberia riprodotta paradossalmente in tonalità da riviera romagnola, diventa arcana metafora di un mondo, il nostro, alla deriva, deriva di valori e deriva di sentimenti. È l’attesa di un improbabile riscatto, il nostro e il loro, ove la tragedia e la sofferenza esplodono virando nell’ingenuità dell’infanzia. In Cina! In Cina! In Cina! Viaggiando su improbabili slitte e tra lupi famelici ma molto meno pericolosi degli umani. La drammaturgia recupera con efficacia tutte queste sintassi (dai toni certo anche biografici) che ribaltano, come in un melodramma riletto da Fassbinder, le atrocità in doni, per recuperare quasi contro tutti e tutte (a anche gli altri) l’autenticità di una passione intima, autentica anche quando, e forse di più sembra dirci Copì, “diversa” o “repressa”. È una narrazione drammaturgica che, proprio attraverso l’ironia acuta e intrigante, riesce ad andare oltre una semplice rappresentazione “di genere” per diventare feroce meccanismo smascherante di una modernità ove l’identità esterna o indotta, di superficie (ora esplosa nella moda dei social network) surroga spesso la incapacità di percepire intimi ed autentici sentimenti e relazioni. Così proprio attraverso l’attrito incandescente prodotto da queste identità eterodosse e mobili il nostro sguardo riesce ad aprirsi ad una conoscenza ed una riflessione interiore e liberatoria. È un mondo narrato sotto la lente dell’ironia e infine salvato proprio attraverso la confusione di ruoli e funzioni e la sovrapposizione delle identità, sempre fuggenti e sfuggenti. In scena le bravissime Anna Amadori e Olga Durano con Eva Robin’s, una sorprendente signora Garbo, ruolo en travestì che fu all’esordio dello stesso Copì. Attorno a loro Giovanni Capuozzo, Saverio Peschechera e Alberto Sarti, sempre all’altezza nel ruolo di militari e generali la cui assurdità ne delinea una “verità” altrimenti non rintracciabile. Uno spettacolo a cura di Saverio Peschechera e Daniela Cotti, scenotecnica e luci di Carlo Quartararo, costumi molto scenografici di Valentina Sanna, scene di Andrea Cinelli, con un ringraziamento della compagnia a Stefano Casi, biografo italiano di Copì. Bello, intenso, in grado di far percepire la tragicità del mondo e dell’esistenza senza farci allontanare lo sguardo, perché solo guardando si può capire, e solo capendo salvarci. Sulle rive del lago di Chiusi, “location” straordinariamente coerente, che ricorda le narrazioni figurative del seicento (una su tutte la “Fuga in Egitto” di Annibale Carracci) ove il paesaggio stesso diventa soggetto di significazione autonomo ed in profonda relazione, paesaggio ove, non a caso in questa bella drammaturgia, i personaggi “nominalmente” maschili si celano per emergere solo funzionalmente alla peripezia centrale. Un paesaggio personaggio ed insieme capace di produrre personaggi come l’uomo misterioso che alla fine copre i corpi delle tre protagoniste per rituffarsi nell’indistinto della natura. Da ultimo un ricordo, che mi sembra in piena sintonia, del già citato Rainer Werner Fassbinder dal suo “I film liberano la testa” (e di più forse il teatro). Scriveva dunque Fassbinder: <<È estremamente eccitante e emozionante scoprire, prima lentamente, e poi con crescente insistenza, il rapporto esistente tra questo mondo estraneo con le sue leggi e la nostra realtà, naturalmente anche soggettiva; …… E solo chi ha raggiunto una totale identità con sé stesso non deve più avere paura della paura. E solo chi non ha paura può amare al di fuori dei valori; il traguardo estremo di ogni umana fatica: Vivere la propria vita.>>.

THÈRÈSE ET ISABELLE
Valter Malosti riscrive in dialogo drammaturgico le pagine “fiammeggianti” della controversa scrittrice francese Violette Leduc, poco nota forse in Italia ma oggetto in Francia di contrastanti analisi, non solo letterarie, ed esegesi estetiche. Sono le pagine iniziali del suo romanzo “Ravages”, mutilate dalla censura alla metà degli anni cinquanta del novecento e poi recuperate alle soglie del 2000, quando la scrittrice era da tempo morta, come lungo racconto autonomo con il titolo appunto di “Thérèse et Isabelle”. Una narrazione in essenza molto lontana da quello che sembra all’apparenza, cioè un racconto “erotico”, e che supera anche la stessa etichetta, facile e consueta, di rappresentazione di una relazione “lesbica”. È bravo in questo Malosti a distillare quei brucianti composti narrativi traslandoli, come da intrinseca pulsione, su un terreno metafisico, sul terreno di una relazione in cui negli occhi dell’altro o dell’altra non si cerca l’altro o l’altra, bensì noi stessi come in un narcisistico specchio. È la stessa materia autobiografica, così profondamente incisa in quelle parole liriche e tanto drammaturgicamente “autonome” da essere difficilmente padroneggiabili, che sposta i termini della narrazione e della drammaturgia, mostrando paradossalmente non tanto una rivendicazione di “genere” ovvero di “ tendenza”, come nelle altrettanto fiammeggianti ed in qualche modo simili parole ad esempio del Jean Genet de “Il funambolo”, quanto piuttosto una sorta di contrappasso, in cui nel momento stesso in cui si afferma la propria passione, la si sottrae e la si nega, quasi una sorta di esaltazione esplicita della propria vergogna, della propria inattitudine e indisponibilità. Paradossalmente non c’è colpa, ma forse neanche libertà nel senso pieno, c’è un fluire indistinto di ciò che è e nasce nella più intima interiorità di una adolescente alle prese con lo sfuggente significato della sua vita liquida. Così questa passione diventa simbolo di un esserci incerto, in bilico perenne tra affermazione e negazione di sé. Nella sua scrittura scenica Malosti dipana con efficacia questi fili ingarbugliati, sciogliendo “l’incandescente scheggia autobiografica” (come lui stesso la definisce nel foglio di sala) in una riflessione tra il monologo ed il dialogo che occupa man mano la scena, debordando progressivamente verso il pubblico, coinvolto talora suo malgrado. Lo fa preservando le tonalità liriche del racconto ma come amalgamandole nel processo scenico, dando loro quella profondità e condivisione necessaria al processo drammaturgico. In scena, per la regia dello stesso Valter Malosti, le bravissime Roberta Lanave e Elena Serra, dal corpo teso come un violino a produrre inaspettate melodie mimiche e sonore. Una coproduzione “Teatro di Dioniso” e “Festival Orizzonti Fondazione”. Coreografie di Lara Guidetti, luci di Francesco Dell’Elba, costumi di Giulia Bonaldi, assistente alla regia Elena Serra, musiche, molto belle e adeguate, e suono curati da G.u.p. Alcaro. Scriveva Simone de Beauvoir in prefazione alla “Bastarda”: <<Violette Leduc non fa niente per piacere: non piace e fa persino paura>> per poi continuare: <<Il lettore compie l’impossibile sintesi dell’assenza e della presenza>>. La stessa cosa, penso, valga per lo spettatore di questa profonda drammaturgia, molto applaudita.

ARIADNEamore
Una coreografia costruita attorno ad un nucleo drammaturgico, o forse una drammaturgia partorita inaspettatamente dal travaglio gioioso di una coreografia, questa coproduzione di “Emanuele Soavi InCompany” (coreografo italiano da tempo in Germania) e del “Festival di Ludwigshafen – Theater im Pfalzbau”, insieme anche stavolta ad Orizzonti Festival. Arianna e l’amore, ovvero la femminilità come luogo dell’amore fecondo e dunque, proprio per il suo essere questo, incondizionato. Un erotismo che cerca ma è capace di sopravvivere comunque, anche all’abbandono. Un erotismo con cui il principio maschile pare da sempre combattere, uscendone, anche quando apparentemente vincitore, sempre sconfitto come da una superiore forza. E la danza è per sua natura contrapposizione e conflitto, in cui in primo luogo i generi si confrontano per poi fondersi, una guerra incruenta e dunque, forse, con tutti vincitori. Arianna è il mito ed il principio ed il suo filo lega sottotraccia tutta l’esibizione coreutica, avvolgendo il fuggitivo ed immemore Teseo come l’intero pubblico. Il nucleo drammaturgico della performance poi cerca di dipanare e organizzare, di esprimere dialetticamente quel filo, sorta di filosofico principio maschile che si affanna di fronte e dentro la fecondità femminile. Ed in effetti questo nucleo drammaturgico, pur scenicamente efficace, appare talora rallentare la peripezia scenica, producendo cesure inevitabili perché la parola e la narrazione per loro natura scelgono e quindi possono mutilare. Arianna è nel mito abbandonata da Teseo su un’isola in mezzo al mare, ma Arianna e l’amore che esprime sono padroni di quel mare, anche figurativamente rappresentato in scenografie in continuo movimento, sono quel mare ed alla fine, credo, il vero disperso e perduto è Teseo, non Arianna (o Medea e le altre). È qui che la danza riprende il sopravvento, espandendo il ritmo delle onde in movimenti rotatori che dilagano sul confine del palcoscenico. Una coreografia che, per la sua energia e metafisica fisicità (non sembri una contraddizione) ricorda Pina Bausch e la sua insuperata lezione, una coreografia attratta, come in tutta la modernità, dalla forza di gravità e quindi dominata nel suo movimento dalla caduta più che dallo slancio, ma che recupera, in questo continuo sondaggio delle profondità fisiche e di quelle psicologiche, significati e identità che finalmente galleggiano verso la nostra piena consapevolezza. Interessante al riguardo la scelta di tenere a vista il cosiddetto DJ, che organizza le sonorità della scena, quasi un deus ex machina, ovvero una sorta di esplicita rappresentazione di quel principio maschile che guarda, cerca di controllare ma alla fine è inevitabilmente guidato. Un principio psicologico e sociale (un patriarcato?) che sempre e ancora combatte e vuole spadroneggiare, ma che man mano si accorge di quanto in questa guerra perda di sé stesso, e che si accinge, questa guerra, a perderla finalmente e con reciproca felicità. Un bello spettacolo, migliore forse nei sei danzatori (cinque donne e un uomo), anche tecnicamente validi, che nel processo drammaturgico, ma comunque armonico e coerente, scenograficamente ben costruito all’interno della piazza del duomo di Chiusi, e a lungo applaudito. In prima nazionale. Con Emanuele Soavi che è il coreografo collaborano il compositore Wolfgang Voigt (Kompact Records), le cui belle musiche integrano sapientemente sia la coreutica che la scrittura drammaturgica, la light designer Cristina Spelti e il drammaturgo Stefan Bohne.

Tre spettacoli di inaspettata e reciproca coerenza, che navigano oltre il principio di determinazione per conquistare una consapevolezza estetica oltre le cesure, sociologiche, psicologiche e anche filosofiche per un festival, questo di Chiusi, che cresce, destinato, ci auguriamo, a conquistare sempre più una meritata visibilità all’interno dei circuiti estivi.


Drammaturghi

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    14 novembre 2023. Una data che vale la pena di annotare. Non ho mai scritto di me prima d’ora per raccontarmi. Per commentarmi sì, è di certo accaduto, ma non per raccontarmi. Possibile? Più ci penso e più debbo confermarmi nella

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  • La composizione drammatica di Giuseppe Liotta

    A che punto sono arrivato, oggi 16 settembre 2022, nel mio lavoro di “drammaturgo”? In questo momento devo decidere se iniziare a scrivere un nuovo testo partendo da due eroi dell’Iliade la cui relazione mi inquieta già da un anno e non vede l’ora

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    Si è sempre grati a chi ci chiede di fermarci qualche attimo a pensare a ciò che si fa, al perché lo si fa. Ringrazio quindi di cuore Marcello Isidori che mi ha chiesto questa breve autopresentazione; per quanto sappia di non avere una scrittura

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  • Più o meno, è andata così di Francesca Garolla

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Racconti e favole teatrali di Giorgio Taffon

  • Stravaganti idee di uno scrittore-drammaturgo 4

    Elia, Vito e Lucia s’incontrano di nuovo per concludere la “lettura” del testo buttato giù da Elia, ispirato all’atto unico pirandelliano: “L’uomo dal fiore in bocca”. Questa volta si trovano in una saletta attigua al piccolo teatro, nel quartiere Appio Latino

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  • Stravaganti idee di uno scrittore-drammaturgo 3

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Osservatorio teatro di Giorgio Taffon

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    Riprendo dal mio ultimo intervento della rubrica, “In cerca di teatro a Roma?”, l’opinione di Elio  De Capitani, il quale da anni sostiene a ragione che ciò che manca in gran parte del nostro sistema teatrale è un vero e proprio “Teatro d’Arte”, che sia in

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  • In cerca di teatro a Roma?

    Ritengo che rientri appieno nello spirito di questa rubrica rifarsi a quanto recentemente il regista Elio De Capitani, del milanese Teatro dell’Elfo, ha detto all’intervistatrice Federica Manzitti, sul <<Corriere della Sera>> di sabato 8 marzo:

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Drammaturgie del Teatro di figure di Alfonso Cipolla

  • Travagghiarisi ‘i sirati “Lavorarsi le serate”: sceneggiatura e recitazione nell’Opira catanese di Alessandro Napoli

    Alessandro Napoli, stimato saggista di raffinata cultura, rappresenta una figura di rilievo all’interno della storica famiglia Napoli, tra le più importanti dinastie dell’Opera dei Pupi di scuola catanese, attiva senza interruzioni dal 1921. In seno alla compagnia familiare,

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  • La grammatica dei burattini di Stefano Giunchi

    Verrebbe da chiedersi che cosa sarebbe oggi il teatro di figura in Italia senza la presenza “storica” di Stefano Giunchi, senza il suo paziente e tenace adoperarsi nel consolidare i presupposti di una vera rifondazione. Già la scelta stessa del termine teatro di figura

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