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Se le barche ed il mare hanno caratterizzato gli scenari principali degli spettacoli dell’EFESTOVAL, il Festival dei Vulcani, creato da Mimmo Borrelli all’interno di luoghi inediti, nella zona dei Campi Flegrei, certamente non poteva mancare  il Lago Miseno. Per chi non avesse mai visitato questi luoghi ameni, vicini a Napoli, dobbiamo sicuramente affermare che l’acqua è l’elemento caratterizzante gli abitanti di questa zona. E tanto più proprio a Capo Miseno, dove strisce di terra dividono l’acqua del lago vulcanico da quella del mare. Zone marittime, dunque, dove però la natura vulcanica e collinare si fonde, dando vita ad un vero e proprio paradiso. Per una sera

Favignana, Trapani e la costa occidentale della Sicilia, emergono dalle profondità del lago, come se un cunicolo dantesco potesse mettere in comunicazione le due terre attraverso un’arteria marina sotterranea. Fantasia a parte, in effetti il Lago Miseno diventa esperienza mistica, così come l’ascolto e l’osservazione del racconto portato “in scena” da Vincenzo Pirrotta. N’GNANZOU è il racconto di racconti, seguendo la tradizione del “cunto”, che accomuna molti degli spettacoli di questo Festival: Pirrotta ne è maestro acclarato e acclamato. Il senso del ritmo, della ripetizione, del tempo battuto attraverso i suoni e le voci costituisce, a tutti gli effetti, la musica della morte e della vita. Si parla, dunque, della mattanza, quella della famosa tonnara di Favignana che ancora oggi miete le sue vittime affascinando il pubblico. Un tempo era espressione della sopravvivenza sconfitta dall’astuzia, dal potere dell’uomo, dal rispetto per quel mare che regala ma che vendica i suoi figli uccisi. Le fondamenta solide di questo spettacolo, del testo e dei testi contenuti in esso, poggiano fortemente sul concetto di ερος  e θανατος, amore e morte, quegli stessi sentimenti che legano l’uomo al mare, e viceversa: << l’amuri ammazza a li tunni, e a li voti ammazza puru all’omini>>. Pirrotta racconta ed interpreta diversi personaggi, ma il dialogo “base” è costituito dal rapporto stretto, univoco quasi simbiotico, tra il Muciariotu, il pescatore “capo” della Muciaria, la barca, e il Rraisi, colui cioè che ne è il capo assoluto, colui che gestisce la tonnara, la ciurma e comanda, attraverso invocazioni, canti, intonando la famosa “scialoma”, il canto della mattanza, operazione fisica, antropologica, mistica, musicale. La terminologia inserita da Pirrotta nel suo testo è ricercata: ancora oggi in uso, questi termini sembrano derivare dalla dominazione araba e da quel miscuglio ispanico-islamico che caratterizza tutta la costa occidentale della Sicilia. Del resto “Rraisi” deriva sicuramente dall’arabo, e ricorda i capi politici e religiosi del mondo islamico. La stessa cialoma o scialoma, ovvero “lungo racconto o preghiera”, - in questo caso invocazione che sprona i marinai durante la mattanza – pare derivi dall’ebraico. Inevitabile, dunque, il contatto con la Spagna della Reconquista e della dominazione araba, in Sicilia avvenuta in tempi diversi ma profondamente radicata nella cultura isolana che ne ha tratto grande giovamento.
Se l’acqua accomuna tutti questi luoghi, stavolta anche gli spettatori sono costretti a scendere con i piedi nell’acqua, o meglio, trasportati con barchette su una chiatta-ristorante, al centro del lago, aspettano l’arrivo del Rraisi. Pirrotta ed il musicista, Mario Polidoro, approdano su una zattera più piccola, posta di fronte agli spettatori. Inizia, così, questo racconto al centro del lago, nero e calmo, durante la sera. L’acqua divide ed unisce spettatori ed attore, poiché ad ogni movimento di Pirrotta piccole onde lambiscono la chiatta più grande. Intorno, le luci lontane e i rumori della città. I racconti nel racconto permettono ad un pubblico non siciliano di agganciarsi ad alcuni elementi narrativi ben definiti. Ma la lingua non sembra essere un ostacolo poiché la comprensione del pubblico vola oltre, attraverso suoni, cadenze, ripetizioni, come in un’estasi drammaturgica che coinvolge tutti. La fisicità e la vocalità di Pirrotta, nella sua straordinaria interpretazione, riempiono il silenzio della macchia nera del lago, riecheggiano fino alle rive, dove le persone, lontane, osservano incuriosite chi sia quel pescatore al centro del lago. Se amore e morte uniscono questi racconti, il tutto sembra incunearsi nella figura della donna, del suo dolore e del suo sentimento, non solo tra gli umani ma anche tra gli animali: dai tonni in calore, alla prostituta generosa, fino alla guerra. Il racconto orale percorre strade musicate e onde sonore, recuperando personaggi della tradizione, come Giufà, che ricorda il servo apparentemente stupido della commedia plautina e quella dell’Arte, fino al racconto dell’altro Rraisi, quello ormai vecchio: l’amore per il padre, di cui parla ormai seduto sul molo, impotente, è quello per il mare. L’assenza di punteggiatura, proprio nel racconto di questo personaggio, diventa, anche qui, acqua verbale che scorre incessantemente e che accelera il ritmo. Una corsa contro il tempo per non andare avanti, bensì per restare indietro, al passato, per non far trascorrere gli anni e rimanere ancora lì, sulla barca, Nonostante l’attore non possa, in questo contesto, dare vita e sottolineare quelle parti del copione in cui è prevista una minima interazione con il pubblico, osservare gli spettatori completamente immobili, arrampicati su sgabelli, sedie, poltrone, sul terrazzino di questa piccola zattera, ma anche sulle barchette adiacenti, con gli occhi rivolti al centro del lago, ci regala l’immagine di un evento importante, teatrale, artistico e culturale. Il desiderio di avvicinarci, ancor di più, al luogo del racconto, di attraversare quel piccolo tratto che divide il pubblico dalla “scena”, viene subito scansato dalla magia: uno squarcio temporale sembra essersi aperto al centro del lago. Non possiamo avvicinarci o entrare. La magia è moltiplicata all’infinito. Osserviamo e ascoltiamo mentre si intona il canto popolare “La bedda supra lu scogghiu” ( La bella sopra lo scoglio), che aspetta il suo amato per sette anni, scoprendone, poi, il naufragio e la morte, chiudendo il ciclo dell’ ερος  e  θανατος.

Foto di Gennaro Cimmino

N’GNANZOU
EFESTOVAL IL FESTIVAL DEI VULCANI
LAGO MISENO (NA)
15 SETTEMBRE 2015
DI E CON VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE ORIGINALI ESEGUITE DAL VIVO DA MARIO SPOLIDORO