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Esprimere il dolore in scena è uno dei processi più complicati e profondi che può affrontare un attore, sia esso un dolore personale, intimo, realmente vissuto, ma anche un dolore corale, che può coinvolgere tutto il pubblico. Il titolo di questo

spettacolo ci fornisce alcune informazioni, poiché potrebbe essere letto attraverso una duplice intonazione che ci riconduce comunque al passato: un racconto a ritroso che viene affrontato dolorosamente dallo stesso attore-narratore, in prima persona e fisicamente in scena.
Non fatevi ingannare dallo stesso titolo del famoso film di Sam Mendes: qui parliamo di famiglia e del rapporto padre-figlio attraverso una visione intimistica e delicatissima.
Abbiamo evidenziato una tendenza, negli ultimi anni, che conduce la drammaturgia contemporanea, soprattutto quella meridionale, verso una particolare attenzione all’immagine di famiglia smembrata, in cui spesso i figli sopravvivono all’assenza dei genitori, in particolare del padre, morto o assente perché allontanatosi. In questo spettacolo si ritorna invece alla naturale evoluzione della vita, ossia la morte di un padre, qui forse improvvisa, vissuta in un crescendo metaforico dall’attore in scena, il giovane performer Mauro Maurizio Palumbo. Lo spettacolo, prodotto da Ente Teatro Cronaca e vincitore del premio Gennaro Vitiello, apre la stagione della storica Sala Assoli di Napoli il 14 e 15 ottobre.
L’intera performance nasce da un processo laboratoriale che approda alla scena, filtrato attraverso la particolare formazione dell’attore e performer, il quale si sofferma su una concezione di drammaturgia visiva e di comunicazione non verbale. Si percepisce, dunque, l’assenza di una “tradizionale” drammaturgia e di dialoghi esplicitati e condivisi dagli attori in scena; in realtà le immagini e le azioni che si susseguono durante la performance, concentrata in 40 minuti, raccontano visivamente una vera e propria storia.
Il silenzio dell’attore che si esprime con il corpo, tra danza e movimenti flessuosi, sembra non essere percepito nel corso dell’evoluzione del racconto, perché di racconto vero e proprio parliamo. Seguiamo la trasformazione fisica di questo giovane che ha perso il padre. L’argomento potrebbe sembrare banale o comune, ma in realtà torniamo all’affermazione con la quale abbiamo iniziato questo discorso: la rappresentazione scenica di un dolore personale è un atto liberatorio e doloroso.
Si sceglie, dunque, di raccontare il dolore attraverso mezzi e forme svariati: i semplici oggetti di scena si caricano di significati metaforici, di allegorie, di simbolismi privati e quotidiani in cui ogni spettatore si ritrova e può comprendere. 
Il colore della camicia indossata dall’attore e dagli attori presenti in scena cambia nel corso del racconto: le presenze sceniche sono anche quelle umane e familiari che accompagnano il protagonista in questo ritorno alla volontà di vivere dopo aver subito il dolore della perdita. Gli attori si spostano attraverso movimenti lenti, mai immobili, ma attivi attraverso azioni impercettibili o corali. Indossano la camicia azzurra, colore dell’aria e del respiro, del ritorno alla quotidianità ormai trasformata dalla perdita, ma pur sempre luogo sicuro in cui rintanarsi. Il colore della camicia del ragazzo attraversa varie evoluzioni, dal bianco dell’adolescenza e della giovinezza spensierata, al dolore lacerante del rosso e del nero, fino al ritorno alla vita in azzurro.
La colonna sonora è cornice fondamentale, binario su cui scivolano le immagini e i movimenti che si susseguono, ed è particolarmente coinvolgente per gli spettatori. Questi, dopo un primo momento di perplessità, si aprono alla lettura e alla decodificazione del messaggio, così da percepire la commozione che comincia a diffondersi in platea.  In particolare, l’incontro tra il figlio cresciuto e l’immagine del padre, interpretato da un’altra figura che si stacca dal “coro”, è intenso e fortemente simbolico, poiché racchiude, al centro, in un piccolo fagotto bianco dalle fattezze di neonato, il cardine fondamentale del rapporto padre-figlio. Il fagotto si scioglie e ritorna tessuto bianco che avvolge, soffoca, eleva, abbraccia e scivola tra le mani dell’attore-performer.
Questo lavoro propone di costruire una drammaturgia della memoria, legando le figure padre-figlio, attraverso una visione che sembra distaccarsi dalla tendenza contemporanea, cioè quella di riportare in scena figli che esprimono profonda rabbia nei confronti dei genitori, in particolare nei confronti dei padri, o addirittura genitori che sopravvivono ai figli. In realtà, se si riflette bene, anche questo percorso proposto da Palumbo sembra essere una delle tantissime strade parallele che può intraprendere questa importante e necessaria analisi sulla famiglia e sulle sue forme di rappresentazione artistica.

ERA MIO PADRE 
Sala Assoli Napoli
14-15 ottobre 2023
una performance di Mauro Maurizio Palumbo
per il Premio Gennaro Vitiello 2023
progetto, drammaturgia e costumi Mauro Maurizio Palumbo
produzione Ente Teatro Cronaca
Era mio padre è vincitore del
Premio Gennaro Vitiello 2023

Foto Pino Miraglia