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Il Campania Teatro Festival 2025 si avvicina a forme di arte ibride che riportano in scena meccanismi e tecniche molto vicini al mondo circense. Ormai da anni alcune discipline nate e sviluppatesi tra artisti di strada e circo calcano le scene del teatro,

soprattutto internazionale, presentando una forma ibrida di messinscena che unisce drammaturgia, sebbene sintetica, recitazione e movimento. All’interno di questi spettacoli, la struttura drammaturgica a volte è accennata, lasciando intuire allo spettatore la trama narrativa, altre invece è assolutamente assente. Questa mancanza viene continuamente colmata da elementi come l’esibizione corporea, la prossemica, il movimento secondo le tecniche del mimo, le acrobazie e i colpi di scena. All’interno di questo Festival 2025 abbiamo osservato due spettacoli che colpiscono il pubblico proprio perché riportano sul palcoscenico numerosi elementi tratti dall’arte di strada e dalla tradizione circense. Uno di questi è UN DOMINGO, dopo TITIZÈ della Compagnia Finzi Pasca (di cui parleremo), che è inserito nella Sezione Internazionale ed è prodotto con il sostegno dell’Instituto Nacional del Teatro che ha sede a Buenos Aires, in Argentina. Il Teatro Nuovo di Napoli accoglie in prima europea, il 28 e 29 giugno, la compagnia internazionale Proyect Migra, diretta dal regista francese Florent Bergal. Ambientazione barocca e personaggi grotteschi, elementi che ritroviamo all’interno di un racconto spinto al massimo, non solo nel linguaggio, ma anche attraverso allusioni e filtrato in forme sceniche ibride. Una famiglia fuori dai canoni, formata da madre, padre, cognata, il nonno e la figlia. La storia è semplice: un ragazzo che proviene da altro ceto sociale, apparentemente di livello inferiore, viene presentato alla famiglia come fidanzato della ragazza. Il grottesco che caratterizza tutti i personaggi, così come le ambientazioni e le scene, mostra come questa famiglia aspiri ad una certa nobiltà e ad un certo tenore, presentandosi invece in maniera poco elegante, poco spartana, fortemente kitsch, eccessivamente eccessiva. Il riferimento al circo “criollo” è importante e all’interno dello spettacolo emergono forme circensi o di arte di strada che ricordano sicuramente anche la tradizione europea; in effetti il concetto di circo prevede la fusione e lo scambio multiculturale all’interno delle arti. Questo tipo di esibizione ha origini antichissime, non solo classiche, ma soprattutto medievali, legate alle fiere, al nomadismo, al teatro e ai teatrini di strada, ai saltimbanchi, alle sagre e alle vie dei commerci. Questa forma di spettacolo, rivolta al popolo, persiste nei secoli e si distacca dalla tragedia e dalla commedia colte, così come dal dramma sacro medievale o dallo spettacolo rinascimentale di corte. Pertanto, come avviene oggi con gli ultimi cantastorie e cuntastorie, anche queste arti antiche, legate al viaggio e allo scambio orale di informazioni, arrivano nei teatri tradizionali, aggiungendo dei tasselli ibridi, utili e necessari per la loro evoluzione. L’aggancio alla scrittura, alla drammaturgia e alla recitazione in qualche modo modifica la struttura di base di questi spettacoli che, seppur imbrigliati forzatamente nella rete del canone teatrale, esplodono durante la messinscena, rivelandone la propria natura e forza antiche. Ciò che colpisce di questo spettacolo è sicuramente il ritmo: tutta la compagnia mantiene un ritmo serrato non solo nelle battute, ma soprattutto nelle azioni, che siano momenti acrobatici o recitativi e il tutto si mescola in un turbinio velocissimo che travalica e straripa oltre i confini del palcoscenico. Gli oggetti di scena volano, sono lanciati, rotolano accidentalmente o volutamente, gli attori escono continuamente fuori dal loro spazio scenico e si scontrano e si incastrano con gli altri, attraverso un meccanismo perfetto che riesce a contenerli all’interno di un palcoscenico non esteso, come una scatola che tende ad esplodere. Anche la platea diventa, quindi, scena, gli attori arrivano dal fondo, dai laterali, dalle uscite di sicurezza, scendono, salgono attraverso la scaletta in proscenio, non si fermano mai. La famiglia, apparentemente rigida nella scelta della figlia, si scatena poi in una trasformazione repentina e il padre si presenta ripetutamente in boxer e giacca, concludendo poi la sua performance ubriaco e nudo. I continui riferimenti al cibo, all’ingurgitare animalesco, al corpo e al sesso, al bere e all’ubriacarsi, al rubare, ai vizi umani, descrivono questa famiglia attraverso un modello di attualità spinto verso esiti estremi: i parenti tendono ad uccidersi, a prevaricare, ad imbrogliare. La lotta per la sopravvivenza si spegne, infine, con l’abbandono della casa da parte della figlia, l’unica vestita di bianco, fluttuante sul palco grazie ad un gancio che la sospende attraverso i capelli, attraverso una danza aerea, disciplina acrobatica oggi definita hair hanging. Proprio lei decide di andare via, di non voler poggiare i piedi all’interno di quegli ambienti, di seguire il povero ragazzo, smilzo e sconvolto da questa famiglia, portandosi dietro il semplice e inusuale regalo che lui le ha donato all’inizio dello spettacolo: un’enorme zucchina. Il pubblico ride, è stordito, è disturbato a tratti dal rumore, dalle urla, dagli sputi e dalla baraonda, ma si scioglie, alla fine, in un lunghissimo e, in verità, inaspettato applauso che manifesta l’approvazione nei confronti di una macchina teatrale apparentemente senza freni, ma in realtà ben calibrata e costruita in ogni singolo movimento. Un genere sicuramente diverso dalla drammaturgia italiana e dalla sperimentazione verbale e scrittoria, ma simbolo di ciò che può avvenire in scena: questo spettacolo appare, infatti, come una profondissima denuncia nei confronti dei valori, dei rapporti umani, della famiglia, mostrando un mondo memore di tantissima cinematografia, ossia quello surreale, paradossale, ridanciano e grottesco che ricorda, per esempio, la “Famiglia Addams”, ma anche “The Grand Budapest Hotel”, fino a “The Rocky Horror Picture Show”. In effetti non parliamo di horror in questo spettacolo, se considerato come genere, ma di effetto “horror” nella visione di questa famiglia. Il titolo ricorda il pranzo della domenica e anche nella scrittura eduardiana questo elemento è fondamentale nella rivelazione contrastante tra l’apparenza familiare e lo sgretolamento e il ribaltamento dei valori.

CAMPANIA TEATRO FESTIVAL 2025
UN DOMINGO
TEATRO NUOVO NAPOLI
PRIMA EUROPEA
28-29 GIUGNO 2025

REGIA DI FLORENT BERGAL
CON JUAN FERNADEZ, SOFIA GALLIANO, GABRIELA PARIGI, TOMY SOKOLOWICZ, FLORENCIA VALERI, TATO VILLANUEVA
COSTUMI CELINA SANTANA
LUCI LAURA SABAN
PRODUZIONE ESECUTIVA AZUL BASAVILBASO BERA
PRODUZIONE GENERALE PIERPAOLO OLCESE
UNA PRODUZIONE GALPON DE GUEVARA/PROYECTO MIGRA 
CON IL SOSTEGNO DI INSTITUTO NACIONAL DEL TEATRO