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“Quando la natura cessò di parlarci, le pietre divennero soltanto pietre, gli alberi alberi, le cose, i luoghi e gli animali non erano più un Dio, ma diventarono simboli”. Così esordisce il Direttore Artistico Michele Losi presentando la XXI edizione di

questo Festival cresciuto negli anni, dal 3 al 13 luglio a Campsirago tra la Brianza 'pastrufaziana' di Emilio Gadda e “quel ramo del lago di Como” del Manzoni dei “Promessi”, e questo esordio nasconde e insieme svela una 'verità' di questo evento, che non è solo o tanto, come comunenemente si pensa e si scrive, una immersione nella bella natura di quei luoghi, ma è qualcosa di più.
È in fondo la verità delle Ninfe, posizionate tra Dio, gli Dei e gli uomini, quella verità per cui è soprattutto (o solo?) attraverso l'arte che si può meglio riconquistare quel perduto primigeneo rapporto con la natura che non è mai scontato, ma che può riattivarsi attraverso il gioco e la ritualità che guidano il transito dell'Umanità tra quei due poli, il divino e l'animalità, che ne costituiscono l'irriducibile essenza.
Una irriducibilità, peraltro, da anni sotto attacco e che Economia, Denaro, Capitale e Guerre, i quattro cavallieri dell'odierna Apocalisse, vorrebbero mettere sotto scacco ed eliminare, quale intralcio ai loro scopi così poco 'umani', come scriverebbe il Nietzche del più che umano, del troppo umano, dell'oltre umano. 
Arte e Natura non a caso egualmente combattute, tra trionfo della rete e dell'A.I. e crisi climatiche in guerra con il pianeta e i suoi viventi (tutti).
Lo si potrebbe definire un evento della 'resilienza' capace, e mi si perdoni il linguaggio bellico ma purtroppo 'questi' sono i tempi e le parole dell'oggi, di usare contro i nemici le loro stesse armi, come ha dimostrato la capacità di recupero della ricchezza, non solo spirituale ma anche materiale, di questi luoghi incentivando, richiamando, rinnovando e, perché no, anche materialmente 'ristrutturando'.
In tutto questo affondando, però, le radici di una rara autonomia dell'autoproduzione (con Campsirago Residenze), fonte principale del Festival, che vuol dire indipendenza che tenta di non rinnegare ma di piegare alla propria libertà i contributi pubblici e privati che si sono offerti, capendolo, di finanziare un progetto sempre 'in fieri'.
È, questo festival, come sempre l'occasione di un viaggio insieme, di un percorso comune nell'arte scenica in cui l'immersione nella natura è innanzitutto coinvolgimento estetico, in cui non conta tanto l'esibizione dell'arte teatrale, dello spettacolo, quanto il posizionamento del pubblico rispetto a quello, essenziale per entrambi.
Un processo che richiama non solo le energie locali ma anche, e in misura sempre maggiore, quelle nazionali ed internazionali, dall'Europa all'Estremo Oriente, tra Tibet e Giappone ad esempio che, come ha scritto Fosco Maraini, ha saputo costruire con la natura un rapporto paritario, quasi fraterno, e non come quello tra padrone e servo tipico di certo 'Occidente'.
Ho 'vissuto' nel Festival il 4 e il 5 luglio, ogni giornata preceduta da toccanti racconti da Gaza,  letti da Michele Losi per ricordarci dove stiamo pericolosamente e dolorosamente 'slittando'. Questo un breve diario di spettacoli visti.

ATTORNO A TROIA _TROIANE. Teatro del Lemming (foto Marina Carluccio) 
Con questo spettacolo si entra nel cuore del problema, nel cuore straziato da ogni guerra del passato e dell'oggi, quel cuore che è 'il cuore' delle donne, da molto prima di Euripide stesso. Il cuore è il dolore umano prodotto dalle guerre, quelle guerreggiate ma anche quelle 'economiche' o 'climatiche' del nuovo imperialismo globale, e a cui tradizionalmente sono le donne a 'sopravvivere', mentre gli uomini massacrandosi muiono quasi senza mai 'viverlo', perchè al fondo c'è lo strazio della 'perdita', dei mariti, dei figli, della propria terra e alla fine della propria identità. Ovviamente, come è nella poetica di Massimo Munaro, non è la consueta riscrittura, è una sorta di penetrazione, chissà forse anche fecondante, nei visceri stessi della tragedia che lega gli sconfitti (ricordiamo anche 'I Persiani' di Eschilo) e soprattutto le femmine a loro stesse, ridotte in schiavitù dal dolore di quella perdita se inespressa, prima ancora che dai propri nemici. Il dire in scena può diventare il pharmakos che lenisce le ferite, che mettendo in comune e facendo noi stessi partecipi di quella perdita può produrre, tra rivalsa e ribellione, un futuro nuovo. Così lo spettacolo, per sei spettatori alla volta che dismessi i simboli della loro apparenza e vestiti dal camice bianco del rito che li attende, entrano tenendosi la mano, diventa una sorta di partitura (sette sono gli attori che ci aspettano) in cui il fortissimo diventa un prossemico e molto teatrale 'vicinissimo', quasi confondendo e fondendo corpi e respiri, e con essi le parole che li accompagnano e che diventano nostre, non ascoltate come da una platea, ma come pronunciate su un palcoscenico. È il paradosso del teatro di Massimo Munaro e del Lemming, un teatro di 'massa' visto al microscopio della scena e tanto più efficace quanto più i confini, tra scena e platea, tra attore e spettatore, cadono lasciandoci, noi e loro, nudi di fronte a noi stessi, allo specchio del nostro cuore e della nostra mente. Ovviamente in uno spettacolo così costruito non può che precipitare l'oggi, fagocitando il passato che lo anticipa. Dunque le guerre di oggi, la morte dei figli in quella martoriata terra di Gaza, nel corpo di una Andromaca palestinese che ci mostra il proprio Astianatte avvolto nel bianco sudario della morte. Un antidoto al veleno dell'indifferenza che ci assopisce sempre di più davanti a un giornale o a un servizio televisivo. Alla fine Munaro, affinchè diventassimo certi del 'narratur' della 'fabula', ci dice e legge della “Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo” di metà del secolo scorso le cui affermazioni positive (come quella del ripudio della guerra contenuto nella nostra Costituzione) stridono con le potenti volontà dell'oggi che dall'Occidente chiamano ancora una volta alla distruzione di Ilio. Un attrito ed uno stridio lancinante che ci possiamo solo augurare, ma sostenendolo, abbia effetto.
 
Drammaturgia, musica e regia Massimo Munaro, con Diana Ferrantini, Katia Raguso, Veronica Di Bussolo, Marina Carluccio Maddalena Dal Maso, Silvia Massicci, Elena Fioretti, assistenza e cura Fiorella Tommasini. Produzione Teatro del Lemming. Venerdì 4 luglio, 17.00, 17.30, 18.00, 18.30, 19.00, 19.30, 20.00, San Donnino, frazione di Mondonico, comune di Olgiate Molgora

GOTICO MEDITERRANEO. Sergio Beercock
Un non ordinario inno al 'dualismo' o al doppio speculare, quando quest'ultimo si fonde nell'unità di due poli contrapposti che collegandosi tra loro producono la continuità di una energia. Al di là della metafora elettrica, peraltro assai indicata in questa performance scenica tra concerto strumentale ipertecnologico e narrazione, tra teatro musicale e teatro di figura, “Gotico Mediterraneo” è uno strano spettacolo che attraversa i luoghi e i tempi, dalla arcaica Sicilia alla postmoderna Gran Bretagna, dalla coreusi del mito all'altrettanto rituale mega-concerto rock di presente memoria. Beercoock, musicista eterodosso dalla doppia patria insulare (Sicilia e appunto Inghilterra) e dalla conseguente doppia educazione musicale, sa scorazzare con spontaneità tra i due estremi e la sua è propriamente una corrente elettrica alternata che ci attraversa e che man mano ci attira fino a indurci a desiderare di partecipare al rito, accanto all'officiante, in sorta di coro greco che talora suggerisce le sonorità dell'arcaico, ma in fondo modernissimo, lamento di accompagnamento alla morte di colui che non deve e non vuole tornare. Uno spettacolo per così dire 'intrecciato' dentro innumerevoli linguaggi che lascia spazio ad inusuali e liriche eco letterarie e drammaturgiche e che, infine, sa senza fatica trasformarsi in rito collettivo.

Di Sergio Beercock. Performance. Venerdì 4 luglio, ore 21.00, Campsirago Residenza, Colle Brianza.

BOILER ROOM – GENERAZIONE Y. Ksenija Martinovic (foto Marcella Foccardi)
Anche se potrebbe sembrare, linguisticamente e narrativamente, uno spettacolo per così dire 'generazionale', in realtà lo sguardo drammaturgico va ben oltre, incrociando sentimenti, pensieri, desideri e paure che tutti riguardano in quanto fanno, universalmente e anche metafisicamente, parte dell'essenza dell'umanità. Ma in effetti da qualche parte si deve pur partire e farlo dalla generazione dei 'millenials' (quelli nati dalla metà degli anni ottanta del '900 ai primi anni del 2000) è una scelta felice perchè quegli anni, e quella generazione in essi nata, rappresentano un punto insieme di contatto e di frattura tra due epoche, storiche ma non solo, che sembrano non capirsi più, guardando esse lo stesso evento tragico (in questo caso la sanguinosa guerra nella ex Jugoslavia) con occhi che non appaiono capaci di vedere la medesima cosa. Una frattura che segna i giovani con lo stimma della 'disperazione di futuro' che la drammaturga efficacemente denomina 'edonismo depressivo'. Come in una “boiler room”, appunto, che ci mostra un dj che fa musica ma non il pubblico che balla alle spalle della telecamera. L'esito è appunto un senso di solitudine rotto solo quando, tra il pubblico, i bravi performer si rivelano in gesto ed in parola, raccontandoci del mondo che credevamo di avere chiuso fuori da una discoteca, come i giovanissimi jugoslavi durante quella tragica guerra di dissoluzione di un popolo. E poi, da una guerra all'altra, da Sarajevo a Gaza con la storia della DJ palestinese Sama Abdulhadi (che usava esibirsi con la bandiera palestinese esposta alle sue spalle) diventata virale e conosciuta in tutto il mondo come “The Palestinian Techno Queen”. Il tutto immersi nella musica techno, cioè dentro il suono che fa 'bollire' i sentimenti prima del cervello, e dentro luci fluorescenti e stroboscopiche che aprono ad universi paralleli. Ma infine da questo 'boiler' tappezzato di video proiettati (tra Gaza e discoteche e video di famiglie), esplode la narrazione del proprio sé nel drammatico monologo della stessa Martinovic, emotivo invito a rientrare in noi e, perchè no?, a lottare.

Creazione e ideazione Ksenija Martinovic, coreografia e drammaturgia della danza Matilde Ceron, performer Federica D’Angelo, Alessio Genchi, Matteo Prosperi, Ksenija Martinovic, Margherita Varricchio,  sound design Andrea Peluso, Emanuele Pertoldi, video Sonia Veronelli, disegno luci Alice Colla. Spettacolo vincitore della Menzione speciale del Premio Scenario 2021. Foto Marcella Foccardi.Venerdì 4 luglio, ore 22:30 Campsirago Residenza, Colle Brianza

LA VITA RESISTENTE. Marcela Serli e Andrea Collavino
Le due metà del cielo a confronto. Le vite di due persone vissute lontano l'una dall'altra, in mezzo addirittura un Oceano e un Continente, che nella narrazione di sè si fanno l'una all'altra coerenti, quasi magicamente armonizzandosi come se fossero state vissute assieme, come fossero non due ma una vita (in) comune. È in fondo la magia del teatro, quel suo essere come molta parte della nostra vita 'rituale' cioè agganciato irriducibilmente a qualcosa di molto più profondamente condiviso, uguale in sé e differente nella sua espressione singolarmente esistenziale. Si definisce una partitura a più personaggi, ma in verità scenica è un racconto a un solo personaggio, l'uomo che è tale in quanto è uomo e donna, l'uno di fronte all'altra, l'una dentro l'altro. Il tutto all'interno di una scrittura dalla sintassi tradizionale che salva il comico dell'esistere, che ci accompagna fin da bambini nello strano e difficile rapporto figli/genitori e viceversa, salva il comico dentro il tragico che improvvisamente ci pugnala, dandoci ancora una opportunità. Ma anche la morte è presente, silenziosa fino a quando non ci mostra la sua falce, ma con lei però c'è anche tutto ciò che può rendere l'esistenza non solo 'semplice' sopravvivenza. I due bravi protagonisti ci mostrano infatti il mondo, il nostro mondo, attraverso le lenti, talvolta opache, del sentimento e della affettività, unica e comune arma di 'riscatto'. Una scrittura drammaturgica in grado di muovere nel profondo con le tante narrazioni che ci propone, semplici e ridicole come sono spesso le cose 'sincere'. Vere cioè e non solo verosimili. Alla fine la parola sfuma nella danza in un istinto coreutico che mai abbandona il teatro.

Di e con Marcela Serli e Andrea Collavino. Sabato 5 luglio, ore 21.00 Campsirago Residenza, Colle Brianza.

CONCERTO FETIDO SU QUATTRO ZAMPE. Alice e Davide Sinigaglia (foto Salvatore Scaduto)
Tra Rap di inizio secolo e psicologia esistenzialista alla Jacques Derrida, trova un suo spazio assai originale questo concerto/performance. Un concerto che si forma intorno ad una domanda che sembra aver perso la sua risposta, quella sulla presunta ovvero irriducibile animalità dell'uomo. Il paradosso in realtà è un'altro ed è cioè che, separandoci dall'animale che siamo, non siamo migliorati affatto, anzi, e anche se, nella nostra ambizione di paradiso che è diventata infernale superbia, vera e propria hubris, “non ci annusiamo più il culo l'un l'altro per riconoscerci”, alla fine ci ammazziamo, tra guerre, violenze e saccheggi, molto di più di ogni altro essere vivente di questo 'sfortunato' pianeta. È una domanda che così, con grande ironia in musica e parole, raccoglie gran parte del disagio delle giovani generazioni che rischiano di perdere il futuro, e con esso la delusione delle vecchie generazioni che il futuro lo vedevano assai diverso dall'oggi. Sono bravi i due giovani spezzini in scena, per voce, mimica e movimenti pressochè coreografici, e sono efficaci nelle parole che ci incalzano ritmiche.

Di e con Alice e Davide Sinigaglia. Produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d'innovazione, La Spezia. Sabato 5 luglio, ore 22.30, Campsirago Residenza, Colle Brianza.