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Gaspare Balsamo è un artista colto e generoso. La cultura nel suo lavoro non è sfoggio di sapere o creazione di forme esatte, levigate, stabili ma, appunto, generosità militante, sudore, studio, azione scenica, ricerca problematica, confronto

responsabile e politico con la storia. Con una storia in particolare, complessa e paradigmatica a suo modo: la storia della Sicilia e della sua cultura insanguinata e plurimillenaria. L’ultimo suo lavoro, ovvero “Cunto saraceno. Vita miracoli e morte di Gesù, Giufà, Orlando”, conferma questo giudizio complessivo. Lo si è visto, in prima nazionale, a Gibellina giovedì 10 luglio, nel contesto della quarantaquattresima edizione delle Orestiadi dirette da Alfio Scuderi. Si tratta di uno spettacolo di narrazione in cui l’artista è in scena coi musicisti, compositori ed esecutori dal vivo delle musiche, Cesare Basile e Giovanni Arena. Uno spettacolo di narrazione colorato e appassionato, un monologo tragicomico insaporito dalla grande varietà di culture e letture da cui sgorga, si tratta di un “cunto”, per usare il termine esatto e comunque più vicino alla formazione artistica di Balsamo. In quanto “cunto” questo lavoro trova la sua prima matrice (forma, ritmo, lingua, ascendenze, musicalità, immagini, personaggi) nella cultura popolare siciliana e però, in questo caso, costruisce la narrazione su materiali provenienti dalla raffinatissima riflessione e costruzione letteraria delle “Novelle saracene” di Giuseppe Bonaviri (scrittore siciliano, tanto appartato quanto sofisticato). Val la pena di riportare le parole stesse di Balsamo che descrive questo suo lavoro: «...è ambientato in un Medioevo siciliano al contempo reale e assurdo, dove troviamo i nostri protagonisti Gesù e Giufà, saraceni, morischi e musulmani, che assieme al paladino Orlando vengono perseguitati dal re Federico II re e dal Papa santità che rappresentano e sono i simboli e i difensori della cristianità. Un viaggio, le cui coordinate storiche e spazio-temporali annullano ogni certezza e convenzione e dove la fantasia lirica e la narrazione sapienziale evocano e raccontano il ribaltamento di un mondo antico e fantastico che narra di saraceni moreschi siciliani scacciati dalle loro terre e dalle loro case e la cui ribellione al potere costituito si trasforma in un percorso alla riscoperta del sé. Un ribaltamento narrativo, dove la religione cristiana e quella musulmana si rovesciano l’una nell’altra per contaminazione favolosa e meravigliosa e dove le figure simboliche dei personaggi si dislocano dai loro contesti mitici, tradizionali e letterari: Orlando paladino che corre in soccorso di Gesù saraceno morisco e musulmano che è simmetrico all’amico Giufà, nero gigante e predicatore di Allah, a cui è pure concessa la potestà di fare miracoli». È una descrizione fedele di quanto si racconta, s’incarna e teatralmente avviene: sono veramente così i tre protagonisti e la vaghezza temporale in cui è collocata la vicenda (un violento popolo del Nord caccia sanguinosamente gli arabi siciliani dalle loro terre) fornisce la possibilità di leggere questa vicenda anche in chiave politica e come allusiva rispetto a quanto di tragicamente violento sta accadendo oggi in Palestina. Sta accadendo e forse – riflette e canta utopisticamente l’artista - potrebbe non accadere se a parlare e a essere ascoltata fosse la voce autentica dei popoli e delle loro culture (religioni comprese) e non quella dei potenti. Così come il fascino delle musiche eseguite dal vivo è assolutamente notevole ed è costitutivo dello spettacolo. C’è qualcosa che non convince? Sì, due elementi in particolare, due elementi che s’intrecciano e si specchiano reciprocamente, ma si possono analizzare distintamente. Da una parte la vastità e la complessità della storia (agita e narrata) inglobano una quantità eccessiva di elementi simbolici difficili da decodificare immediatamente. Questa presenza simbolica, religiosamente sincretica, spesso paradossale, dopo aver dato la chiara cognizione della ricchezza della cultura popolare siciliana, soprattutto medievale, non permette poi al pubblico di comprendere con nettezza quanto viene raccontato e realmente accade in scena. Un solo esempio, però macroscopico: prima di acconciarsi a pensare che Gesù è (o è diventato) un vispo bambino del medioevo siciliano e, come è giusto, lasciarsi andare al gioco affabulatorio proposto, il pubblico deve togliersi dalla testa duemila anni di cultura cristiana: ammesso che sia giusta, non è operazione semplice e non può essere automatica. D’altra parte anche i momenti di mimesi della preghiera islamica appaiono discutibili e non convincono: per quanto siano, o possano essere considerati, funzionali alla costruzione spettacolare, questi segmenti di preghiera, nella dimensione di serietà con cui sono proposti (profondità, attenzione formale, pathos mistico, rispetto cultuale), appesantiscono l’operazione sbilanciandola in una direzione di spiritualità, precisa e in questo caso non sincretica, che nell’economia complessiva dello spettacolo non ha abbastanza presenza, peso e respiro.

Gibellina, 10 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano. Cunto saraceno. Vita miracoli e morte di Gesù Giufà Orlando. Di e con Gaspare Balsamo. Musiche scritte e eseguite dal vivo da Cesare Basile e Giovanni Arena. Light designer Alessandro Arena. Scene e costumi di Gaspare Balsamo. Crediti fotografici di: Studio 505.