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Chissà quale relazione si crea tra un testo, magari un grandissimo testo teatrale, e un artista che lo tiene in repertorio per anni. Come si consolidano le parole e le emozioni in quella memoria? Quanto la fisionomia interiore di quell’artista finisce con

l’essere plasmata o anche solo abitata dal personaggio di quel testo o dalle sue parole. Raccontiamo di uno spettacolo importante che si è visto a Gibellina l’11 luglio scorso, nel contesto delle Orestiadi 2025. Raccontiamo di Stabat Mater, testo celeberrimo di Antonio Tarantino, regia di Luca Guadagnino e Stella Savino, interpretato da Fabrizia Sacchi (che ne ha curato anche l’adattamento insieme con Savino). Ci sono stati negli anni allestimenti molto importanti di questo testo (Piera Degli Esposti, Maria Pajato) ma questo di Fabrizia Sacchi sta diventando a suo modo, e nella lunga durata del suo restare disponibile, un congegno teatrale perfetto che, per potenza e sicurezza d’interpretazione, non delude le aspettative. A inizio di spettacolo Sacchi sembra partire un po’ su di giri, quasi volesse travolgere il pubblico, tirarlo subito in medias res e sbrigare quella pratica con una bella recisa sicurezza. È una scelta d’arte e, nel pubblico, è solo una prima impressione, anche se molto intensa e straniante. Poi, a poco a poco, lo spettacolo sembra assestarsi in tutte le sue dimensioni, attingere il ritmo giusto, prendere corpo e voce: il corpo di un quartiere popolare di una città del nord (verosimilmente Torino) abitata da torme di meridionali arrivati per lavorare nelle fabbriche e migliorare la loro condizione, la voce di persone povere e culturalmente deprivate ma piene di vita e di figli, la voce forte della protagonista, ovvero di Maria Croce (col suo napoletano, italiano regionale, siciliano, col suo slang irto di immagini, malaproprismi, meravigliosi scivolamenti lessicali che aprono squarci di vita e di storia). La voce di uno stabat mater di vertiginosa e radicale autenticità che si dispiega in un dialogo interiore, continuo, ossessivo con quel pessimo uomo (Giuvà) che l’ha illusa, imbrogliata, sfruttata, resa madre e disperata e poi si è pure preso un’altra donna in moglie, una del suo paese, una rassicurante “botte di gorgonzola”. Il corpo stanco, ma forte e nervoso di una guerriera dei quartieri, della vita grama, della prostituzione e della malavita, e la voce rauca di sigarette di chi deve stare sempre in campo e non ha tempo di pensare alla salute. Ci sono altri interlocutori certo, immaginari e/o reali e inseguiti con la furia disperata di una madre che deve lottare per vivere perché niente gli è dovuto. Una madre sola che lotta per far crescere degnamente suo figlio, per mandarlo a scuola e farlo studiare, anche se poi no, comincia a non capirlo più quel ragazzo che studia continuamente, che è bravissimo a scuola e a un certo punto viene arrestato per una imputazione “politica”, per certi suoi libretti, per una rivoltella ben nascosta: probabilmente si allude a un qualche legame con la lotta armata e con la violenza dell’estremismo di sinistra. Lo Stato e i suoi uomini non sapranno - e forse nemmeno vorranno - ascoltarla la preghiera di quella madre per la libertà e la salvezza del suo figlio amatissimo. Una povera madre, una madre povera che non ha mezzi (economici, culturali, di classe) per farsi ascoltare. Non le resterà che una semplice scala a forbice per tirarlo giù dalla croce. Questa allusione sociale e politica è, prospetticamente, molto interessante ed è l’affondo concettuale che dà senso al tutto: colloca il testo di Tarantino alla fine di quegli anni di piombo che certo hanno insanguinato il nostro paese e al contempo, data la forza poetica del testo in questione, ci ricorda che non c’è teatro, non c’è arte che possa fare a meno di un concreto ingaggio politico e pretendere di vivere, come oggi sempre più spesso accade, solo sul piano (falso) della comunicazione. 

Gibellina, Orestiadi 2025, 11 luglio – Baglio di Stefano
Stabat Mater, di Antonio Tarantino, adattamento di Stella Savino e Fabrizia Sacchi. Con Fabrizia Sacchi e con Emma Fasano. Adattamento in napoletano di Stella Savino e Fabrizia Sacchi. Regia di Luca Guadagnino e Stella Savino. Una produzione; Argot Produzioni, Infinito, Fondazione Sipario Toscana Onlus – La città del Teatro, Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti, in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito. Crediti fotografici di Studio 505.