“Poveri cristi” è l’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini ed è un formidabile lavoro di teatro di narrazione. Formidabile, poetico e politico. Si è visto a Gibellina il 12 luglio scorso nel contesto delle Orestiadi 2025. In scena, a dialogare col narratore
suonando la fisarmonica, c’è il musicista Gianluca Casadei: un affascinante dialogo tra artisti, non un accompagnamento musicale di chi recita e nemmeno la realizzazione di un tappeto sonoro per accogliere le parole. Non è inopportuno ricordare che questo spettacolo, con questo titolo esatto, nasce in contemporanea con l’uscita di un libro omonimo per i tipi di Einaudi ed è totalmente intrecciato ad esso. Questa contemporaneità e, per molti, aspetti questa sostanziale identità non è un dato irrilevante perché implica una impegnativa serie di riflessioni sul senso di uno spettacolo dal vivo di questo tipo e sulle condizioni e possibilità della sua fruizione che ci sono ma certo non si affrontano in una semplice recensione teatrale. In questo libro sono raccolti, in tre distinte sezioni, i racconti che hanno strutturato i tre spettacoli precedenti di Celestini: Laika (del 2015), Pueblo (del 2017), Rumba (delo 2023). Tra questi racconti Celestini a Gibellina ha scelto di narrare tre pezzi: “La prostituta che racconta ai signori del bar come è finita in mezzo alla strada dopo il suo primo amore”, “Joseph, il seppellitore” e la storia carceraria di “Lamine Hakimi, ventotto anni algerino”. Perché formidabile questo spettacolo? Perché quest’artista, nel suo lungo percorso creativo, ha sviluppato una tecnica di ricerca sul campo e ascolto degli ultimi, dei dimenticati, di coloro a cui la vita ha riservato solo fatica e stenti, non agio, non potere, non parole efficaci, che lo mette in condizione di guardare il mondo è poi di raccontarlo con un’autenticità e un linguaggio che da quell’ascolto e da quella prospettiva discendono direttamente. È notevole inoltre la capacità di dare ritmo, un vero e proprio beat, alla narrazione teatrale, al suo stare in scena: non è un fatto formale, non soltanto, è piuttosto un dare un corpo a quel linguaggio, inserire la mimesi teatrale e narrativa in un contesto di umanità sostanziale e non in uno di efficacia comunicativa di tipo retorico o, peggio, propagandistico. Riguardo poi agli altri due aggettivi usati per descrivere questo lavoro – poetico e politico – si potrebbe scrivere tantissimo ma in fondo basta ricordare la sua filiazione diretta, e quella di tutta questa esperienza teatrale e letteraria, dal magistero (umano, artistico, civile, politico, spirituale) di Pasolini. Per Celestini, “il poeta” per antonomasia. Alcuni elementi per capire come e per dove si dispiega questa eredità poetica e politica: la Roma delle borgate, la parola diretta, netta, corrosiva e mai ambigua sulla situazione politica attuale, sulla violenza fascista implicita nella realtà governata dalla prepotenza del capitale, la passione “religiosa” per gli ultimi, per i “poveri cristi”, per i loro destini silenziosi, sporchi, puzzolenti, quasi invisibili, l’ascolto attento, partecipe, contemplativo della loro umanità, delle loro lingue interiori, del loro essere carne da cannone, l’attenzione al loro lavoro, ai lavori più faticosi, rischiosi, sporchi, l’attenzione alla condizione umana degli stranieri poveri: migranti, immigrati/emigrati, sradicati, uomini e donne e basta senza aggettivi che li connotino e ne delimitino la singolarità e la ricchezza interiore. Pasolini non ha vissuto direttamente la gigantesca pressione migratoria del sud sul nord del mondo, ma in molti testi ha saputo preconizzarla nella sua dimensione culturale, come del resto ha saputo leggere quasi tutti gli aspetti della contemporaneità. Ora si pensi a un piccolo esperimento per capire di cosa stiamo scrivendo: accendiamo la televisione e ascoltiamo la pappa premasticata e spesso rancida della comunicazione di un qualsiasi politico che ripete, con sorriso plastificato e furbetto e l’efficacia comunicativa di qualche spin, slogan riguardanti l’ultima proposta di legge, l’ultima riforma, l’ultima furbata, l’ultima trovata oscena, l’ultima impresa fortunata, le “magnifiche sorti e progressive” del suo o della sua leader invincibile, il solito milione di posti di lavoro, la patria, la nazione, la sicurezza dei cittadini, la sacra difesa dei confini. Percepiamo la ributtante pornografia di quel tipo di comunicazione e, nella distanza siderale che separa tutto ciò dall’autenticità del linguaggio d’arte di Ascanio Celestini, possiamo misurare ancora l’assoluta necessità e la potenza salvifica del teatro e della narrazione.
Gibellina, 12 luglio 2025, Baglio Di Stefano. Poveri Cristi di e con Ascanio Celestini. Musica dal vivo di Gianluca Casadei alla fisarmonica.
Foto Studio 505