Prosegue il cammino “Per Aspera ad Astra”, ed oggi purtroppo gli “Astra” sono sempre più lontani da sembrare irraggiungibili, e continua la collaborazione, in questa settima annualità sul “come configurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza” di
cui spesso abbiamo parlato e molto abbiamo apprezzato, de gli “Scarti” - Centro di produzione teatrale d'innovazione di La Spezia (e della relativa Casa Circondariale “Villa Andreino” con la sua encomiabile Direttrice Maria Cristina Bigi).
Ricordiamo, ai pochi che ancora non lo sanno, che “Per Aspera ad Astra” è una meritevole iniziativa, nata innanzitutto dall'esperienza della Volterra di Armando Punzo, finanziata da dodici fondazioni di origine bancaria che promuove laboratori e produzioni teatrali con i detenuti di alcune carceri italiane.
“Favola di Cì”, la articolata drammaturgia di Enrico Casale che cura anche l'efficace regia, è la trasfigurazione della favola del 'bambino cattivo' che Caino, il primo bambino del mondo post Paradiso Terrestre, qui abbreviato in “Cì”, interpreta e che cacciato dalla sua casa per le sue malefatte intraprende anch'esso un faticoso cammino e viaggio verso l'adultità e la vecchiaia, senza mai fermarsi e senza mai guardare indietro.
Una sorta di metafora dell'infanzia dell'uomo e dell'infanzia del mondo nato dal peccato della cacciata e della separazione e chiamato da sempre a in qualche modo riscattarlo (quel peccato), non sempre ovvero quasi mai riuscendovi.
Casale infatti sceglie nella scrittura e nella regia la sintassi della favola, recuperando con fantasia dal Teatro di Figura ombre, oggetti, maschere e movimenti delle marionette che attorno a Cì appaiono e scompaiono con l'eccezione della “colpa” che lo segue come un'ombra fino alla 'sua' fine/non fine e la cui raffigurazione scenica (è un grottesco militare), in costumi e movenze, si ferma a metà tra il “soldatino di stagno” del racconto di Hans Christian Handersen e il futuribile pupazzo di J.F. Sebastian del distopico “Blade Runner” di Ridley Scott.
Usa, dunque, quale suo strumento drammaturgico la sintassi della favola come modo di rappresentare ma, forse intuendola nella sua essenziale profondità, senza mai edulcorarla bamboleggiando ipocritamente, come spesso si usa fare nella modernità che seleziona e espunge da sé la morte anziché 'affrontarla' dentro e fuori di noi.
Sceglie della favola il 'dark' per tentare di arrivare, dopo un cammino di cent'anni (cifra naturalmente simbolica), alla luce e sceglie Caino proprio perché Caino è per antonomasia colui che non ha perdono, è, come ci suggerisce il grande antropologo René Girard, il primo e primigenio “capro espiatorio” della storia dell'Umanità.
Colui “che è partito bambino e si è fermato da vecchio” o che non si è mai fermato e, con noi e con la 'colpa' che gli abbiamo caricato, cammina ancora, incarna in fondo la 'inusuale' relazione tra il carcerato ed il bambino, tra il mondo delle carceri e quello dell'infanzia che Enrico Casale ha inteso indagare con questo spettacolo.
Paradossalmente, proprio perché il mondo nasce 'relativo' rispetto all'Universo e alla Eternità per cui, come scrive il foglio di sala, “Ogni cosa può sembrare piccola o enorme. Dipende da dove la guardi...e...ogni storia può essere diversa. Dipende da chi te la racconta”, paradossalmente, dicevo, proprio il suo rivolgersi innanzitutto ai bambini (numerosi e attenti in sala fino al coinvolgimento finale) preserva della favola quel suo senso profondo, che mescola cattiveria e bontà, vita e morte, e che i bambini, non irrigiditi nel cuore e nella mente, sanno ancora cogliere e rappresentarci se solo sappiamo guardare.
Bella la scenografia, i costumi, le luci e la prossemica che, insieme alle musiche originali di Andrea Cirri di cui è fatto dono in QRCode sullo stesso foglio di sala, riempiono di segni e linguaggi diversi e ben amalgamati il piccolo spazio dentro la Fortezza di Sarzana, una sorta di 'ridotta' d'arte e di teatro al suo interno.
In particolare, per l'ambiente scenico, vorrei sottolineare il grande e bellissimo lavoro (in collaborazione con Alessandro Pallecchi, Alice Parodi e lo stesso Enrico Casale) di Alessandro Ratti che ha ideato gli oggetti di scena (poi realizzati dagli stessi detenuti, tutti padri), veri e propri co-protagonisti dello spettacolo.
I detenuti/attori o meglio gli attori/detenuti in scena, finalmente 'riconfigurati' in uno spazio di libertà dinamicamente creativo, sono tutti bravi, sono attori tout court che sanno stare nella parte, la assorbono e la restituiscono spontaneamente nella sue forme più intime, e fanno dimenticare, a noi, e spero anche a loro stessi, tutto il resto.
Una menzione particolare al piccolo Jason Maniscalco, Cì bambino che diventando vecchio ritorna bambino, liberandosi e liberando la (sua) 'colpa'.
Un spettacolo, tra parole musica e danza, che sa andare oltre la sua stessa finalità 'istituzionale', molto seguito e partecipato da 'parenti' e da spettatori che si sono sciolti alla fine in 'lunghi' applausi commossi.
“LA FAVOLA DI CI'”. Regia e drammaturgia Enrico Casale. Drammaturgia fisica Alessandro Pallecchi. Organizzazione generale e cura Alice Parodi. Laboratori teatro e scenografia Alessandro Pallecchi, Alice Parodi, Enrico Casale, Alessandro Ratti, con Federica Di Maria, Alice Santini. Collaborazione Alex Rossi, Viola Ferro, Simone Benelli. Video di scena Tiziana Ferdani. Consulenza Anna Fascendini, Francesca Lateana. Tecnici Daniele Passeri, Francesco Menconi, Lorenzo Diofili. IN SCENA: Davide Albani, Umberto Bellicoso, Andrea Cirri, Paolo Clemente, Francesco Felici, Jason Maniscalco, Mor Mbaye, Giovanni Milone, Michel Menguzzi, Alex Rossi, Roberto Saluzzo, Rohan Samarasinghe, Francesco Vecchi, Nicola Zangani. La voce di mamma Eva è di Francesca Mazza. Hanno partecipato ai laboratori: Corrado Baldi, Renato Makushi, Alessandro Matarese, Andrea Mazzi, Guido Morso, Isidro Olivarez, Davide Riolfo. Produzione Scarti – Centro di Produzione Teatrale d'Innovazione, nell'ambito della settima annualità di “Per Aspera ad Astra”. Alla Fortezza Firmafede di Sarzana il 31 agosto.
Foto Francesco Capitani
