Un piccolo gioiellino narrativo, datato 2015 e scoperto ben dieci anni dopo. A volte, ammettere una scoperta è importante, soprattutto se a scrivere questo romanzo è Enrico Ianniello, conosciuto e riconosciuto attore teatrale campano, ormai alla
ribalta anche in televisione con "Il commissario Ricciardi". Feltrinelli pubblica quasi dieci anni fa questo volume dal titolo "La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin", Enrico Ianniello vince il Premio Campiello e dieci anni dopo approda sul palcoscenico del Teatro Sala Assoli di Napoli, dal 21 al 23 novembre, con questo poetico racconto-monologo. La semplicità del racconto, attraverso una narrazione che inevitabilmente deve essere adattata al palcoscenico, produce nella mente degli spettatori immagini filmiche. Insomma, perché non produrre una serie, una fiction che racconti di Isidoro? Un film? Quando il testo ha una sua solidità narrativa, poetica e drammaturgica, le arti si mescolano per rendere vivi i personaggi. In scena, a teatro, il protagonista è narratore interno, racconta la sua storia a ritroso, ormai adulto, utilizzando flashback e lingua regionale sapientemente calibrata. La sua infanzia si svolge in Irpinia, costellata da tanti personaggi del paese e della comunità, e la sua vita fa capo a due solide colonne, i genitori di Isidoro. La descrizione minuziosa dei gesti, spesso ripetitivi, caratterizza i personaggi principali e secondari, così da immaginarli nitidamente davanti a noi. Quelle azioni reiterate che scandiscono la vita dei paesi, costituendo poi la felicità e la serenità delle famiglie di altri tempi e di altri luoghi, si riproducono anche in scena: Ianniello deve incastrare il suo racconto con il movimento, per rendere fruibile la narrazione letteraria riportata a teatro. Estrapola lunghe parti del racconto evitando eccessive modiche nella lingua e nella struttura: questo è possibile perché questo testo, già in origine e per sua natura, utilizza una lingua letterario- drammaturgica, ricca di regionalismi, storpiature linguistiche e modi di dire. I personaggi parlano la loro lingua, quasi recuperando quell’eclissi dell’autore verghiana con coloritura campana, che rende il racconto fruibile. Si denota, dunque, una natura scrittoria che è propria di un autore drammaturgico e di un attore: vediamo i movimenti dei personaggi, immaginiamo realmente i loro dialoghi, sebbene in scena sia presente solo il protagonista. La narrazione partecipata fiorisce anche in scena, mentre Isidoro rimette in ordine i pezzi di mattonelle frantumate, in particolare di “RIGGIOLE”, mattonelle realizzate a mano, maiolicate, tipiche di alcune zone della Costiera campana. In verità la zona irpina, appare diversa dalle altre zone campane, fondamentalmente lucana nel cuore, di diversa radice e lingua. Isidoro, il piccolo protagonista, in realtà si chiamava non a caso Isidoro Raggiola, figlio di Quirino Raggiola e di Stella Dimare. Ed ecco una lunga apertura sui nomi dei bambini, sui giochi di parole e sul marchio affibbiato ai nascituri senza pensare alle conseguenze nel futuro. Insomma, la Raggiola del cognome del protagonista del romanzo diventa la riggiola utilizzata da Ianniello in scena, ed infine il sopprannome del protagonista diventa Isidoro Sifflotin. La dote naturale e magica di Isidoro è di saper fischiare- anzi urla-fischiare- come gli uccelli, suoi interlocutori magici, suoi protettori. Angeli naturali con i quali il bambino riesce ad interloquire, diventando anche fenomeno da baraccone e star del paese per il suo bellissimo fischio naturale, che non è canto né parola, ma che dice tutto. Al centro del racconto, Ianniello inserisce l’incontro con un antropologo francese, che arriva in questo paesino per condurre una ricerca sulle maschere tradizionali, sui riti e sul rapporto tra questi abitanti e la natura, ricordandoci la ricerca desimoniana e ruccelliana. Da lì il nome Sifflotin, gli studi a cui viene introdotto Isidoro da questo uomo magico, la cui presenza si affievolisce molto nel racconto scenico, quasi sorvolando velocemente, mentre costituisce un nucleo importante all’interno del romanzo. Un momento poetico, mitologico, ancestrale, soprattutto quando Isidoro scorge l’antropologo rannicchiato in un pagliericcio, travestito, o forse, trasformato in uccello. Ianniello attore, autore, regista, fa delle scelte ben precise e riporta quasi tutta la prima parte del romanzo, in forma più o meno integrale, all’interno dello spettacolo, toccando leggermente il periodo della presenza dell’antropologo in Irpinia, per poi riapprodare al racconto principale, ossia il legame con la famiglia, il rapporto con la comunità, il dialogo con gli uccelli e il fischiare, ma soprattutto il terremoto in Irpinia. In quel momento il racconto rallenta, la scena si immobilizza, percepiamo il rumore assordante della frantumazione reale e psicologica osservata da un bambino. Ecco, dunque, che tutti quei frammenti di riggiole, di mattonelle, esplodono e si ricompongono, piano piano, irregolari sulla scena, mentre Isidoro-Ianniello racconta e ricostruisce i pezzi del suo passato, infranto dal terremoto del 1980. Durante questi momenti della narrazione il pubblico napoletano appare profondamente commosso, lo stesso Ianniello interpreta e piange vere lacrime, la poesia che pervade i cuori si infrange nel dolore della perdita. La perdita è narrata continuamente, dalla partenza dell’amica con problemi di disabilità, alla scomparsa improvvisa dei genitori e della vita legata all’infanzia, alle varie partenze e morti, fino all’approdo a Napoli. L’adozione di Isidoro cambia il ritmo del racconto e l’uomo, che il ragazzino accompagnerà, sarà un erudito visionario, ma cieco. La perdita della voce, a causa del trauma costituito dal terremoto, costringerà Isidoro ad urla-fischiare per molti anni, tanto da essere definito muto; la perdita della vista dell’uomo che lo adotterà e da cui erediterà tutto, viene quindi sostituita dal fischio e dal canto generati attraverso l’osservazione del mondo da parte di Isidoro. Alì, invece, sarà una presenza costante: quel merlo che lo ha seguito per anni, dall’Irpinia, e che non lo abbandonerà mai. All’interno di questo racconto scenico, Ianniello ha dovuto riprodurre i fischi e gli urla-fischi, che sul testo ha reso con un susseguirsi di consonanti, vocali e accenti, riprodotti anche attraverso la recitazione. L’autore inventa addirittura un “fischiabolario”, di cui parla continuamente all’interno del racconto e inserisce nella narrazione le lettere attraverso cui il padre di Isidoro riflette sul mondo, sull’uomo e sul tempo, scrivendo paradossalmente in bagno, nei momenti di maggiore concentrazione. Non è facile riprodurre in scena la ricchezza di questo romanzo, poetico, doloroso, ironico, commovente, casalingo, accogliente, stimolante. Ianniello riesce perché è profondamente immerso nelle parole e di parole si parla, di comunicazione, di scrittura, di conversazioni. Spettacolo delicatissimo, che ha invogliato sicuramente alla lettura del testo. Complimenti a Ianniello, artista completo, anche dal punto di vista letterario.
ISIDORO
SALA ASSOLI NAPOLI
21-23 NOVEMBRE 2025
di e con Enrico Ianniello
liberamente tratto dal romanzo “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” (ed. Feltrinelli)
regia Pau Miró
disegno luci Lluis Serra
costume Ortensia de Francesco
videoproiezione Jordi Homs
responsabile di produzione Teatre Akademia Meri Notario
direzione tecnica Lello Becchimanzi
coproduzione Casa del Contemporaneo Napoli, Teatre Akadémia Barcelona, La Fanfola Barcelona
