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Il 24 novembre il Centro Studi per il Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo di Napoli ha  invitato l'attore Luca Iervolino e il regista Rosario Sparno, che si cimentano nella regia e messa in scena del celebre testo di Francesco Silvestri, “CRICK. ATTO UNICO IN SEI RESOCONTI”.

Il drammaturgo campano muore nel 2022, dopo un trasferimento voluto e dovuto in Sicilia, dove ha trascorso gli ultimi anni di vita. Il testo, nato nel 1987, firmato da Silvestri e da Melina Formicola, presenta come titolo originario “EFFETTO C.C. IL TOPOLINO CRICK”, liberamente ispirato ad un primo racconto di Daniel Keyes, dal titolo “FIORI PER ALGERNON, scritto nel 1958, pubblicato poi nel 1959, per poi diventare nel 1960, in forma ampliata, un vero e proprio romanzo. È necessario, dunque, descrivere l'iter letterario della fonte narrativa che ha ispirato Silvestri ben trent'anni dopo. Bisogna anche sottolineare che il racconto fu pubblicato in una rivista di settore, in quanto inserito in un genere specifico che era la fantascienza, per poi arrivare alla forma di romanzo e anche alla trasposizione cinematografica. Se per alcuni lettori ed estimatori del teatro questa introduzione bibliografica e, in qualche modo, etimologica, sull'origine dell'ispirazione di Silvestri, possa apparire noiosa o superflua, in realtà è il nostro punto di partenza per comprendere quanto, sia Keyes che Silvestri, fossero profondamente precursori di visioni e di problematiche che ancora oggi osserviamo costantemente. Ricordiamo, appunto che gli anni in cui è stato scritto sia il primo racconto che il romanzo, sono anni di grande riflessione, cupa e profonda, sulla psiche dell'uomo, sugli esiti di un mondo che sta cambiando dopo la distruzione inferta dalle due Guerre Mondiali; sembra quasi che la fantascienza costituisca  un rifugio che ci permetta di osservare il mondo e il microcosmo umano senza nessuna  conseguenza violenta. Parliamo, appunto,  di scienza unita alla fantasia, quindi tutto questo, in teoria, è lontano dalla realtà.  Gli anni di creazione e di pubblicazione del racconto e del romanzo di Keyes sono anche gli anni in cui in Europa si sviluppa il Teatro dell'Assurdo e, in verità, sia in questo racconto che nel testo firmato da Silvestri, percepiamo l'insegnamento e il modello di questi drammaturghi che Martin Esslin ha analizzato nel suo famoso studio. Negli anni Ottanta della drammaturgia meridionale italiana abbiamo l'esplosione della Nuova drammaturgia Napoletana, come Enrico Fiore la definisce nel suo importante e necessario studio “Il rito, l'esilio e la peste”, posto alla base di tutto ciò che poi abbiamo scritto o studiato successivamente in relazione a specifici drammaturghi. Ambienti serrati, personaggi ai margini della società, riflessione sull'uomo, sulla sua diversità – e questo mi sembra l'elemento cardine- , sul rapporto con l'omologazione, con il passato e la trasposizione violenta verso il futuro. Se da un lato il romanzo osserva l'esperimento su un uomo e il suo rapporto con la società del tempo, Silvestri inserisce il personaggio all'interno di una collocazione geografica, linguistica e culturale ben precisa, quella campana, così come avviene all'interno dei testi di Moscato, Ruccello e Santanelli, sebbene tutti questi autori, come Silvestri, possiedono un background culturale e artistico vasto, europeo e internazionale.
Luca Iervolino, l'attore prescelto da Sparno, appare, durante l'incontro di presentazione e di approfondimento, svoltosi presso il Centro Studi, come un uomo schivo, silenzioso, quasi “distratto” rispetto a ciò che il regista racconta. In realtà Iervolino è già profondamente immerso nel personaggio, la cui interpretazione richiede una profonda immedesimazione e collocazione. Il protagonista creato da Silvestri si presenta in scena, a Sala Assoli, in quel  teatro napoletano intimamente e visceralmente legato a questi autori e a questa drammaturgia, il 30 novembre 2025, e proprio  su questo palcoscenico nel 1987 debuttava questo spettacolo.
 Il protagonista Antonio Cafiero – nel romanzo Charlie Gordon - viene sottoposto ad un esperimento in cui si spinge un uomo dalle dubbie facoltà mentali a sviluppare un'intelligenza sovrumana, come se fosse una vera e propria cavia. La cavia animale in effetti esiste ed è, appunto, il topolino Crick, che riuscirà a sviluppare doti di risoluzione di problemi o di ostacoli posti all'interno di labirinti sempre più complessi. Anche il concetto di labirinto, reale e tangibile, si contrappone a quello metaforico, simbolico, del ragionamento e soprattutto della costante risoluzione delle problematiche che affronta un uomo nella sua vita. La storia di Cafiero, a differenza del protagonista del romanzo, è inserita in un ambiente serrato che non avrà mai sbocchi verso l'esterno. Mentre il protagonista di  Keyes viene dal mondo esterno e ritorna a lavorare in panetteria, innamorandosi e avendo contatti anche con altri umani. Cafiero rimane bloccato all'interno del laboratorio. Elemento questo,  tipico della Nuova Drammaturgia Napoletana e spesso della drammaturgia contemporanea italiana, che mette in contatto i personaggi con l'esterno attraverso i mass media o i mezzi di telecomunicazione; in questo caso esiste una sorta di interfono, di registratore, di voce off che appaiono come unici elementi di contatto con altri ambienti e con il mondo esterno. Cafiero è chiuso, serrato, osserva se stesso e ragiona su se stesso, attraverso l'escamotage dell'interfono: quasi un interrogatorio in cui, dall'altra parte, i medici e gli scienziati assumono ogni dichiarazione utile per l'esperimento. Ecco quindi che ci torna in mente il più recente “Letizia Forever” del siciliano Rosario Palazzolo, ma anche il rapporto con il topo, alter ego del personaggio di memoria moscatiana e ruccelliana. Il topolino compare in “Compleanno” e in “Scannasurice” di Moscato e i riferimenti agli animali del sottosuolo o border line, sono costanti in questa drammaturgia. Ne parla anche il drammaturgo siciliano Spiro Scimone ne “Il cortile”, con chiari riferimenti al teatro beckettiano e pinteriano. Insomma il topolino da laboratorio ha un nome, ha una sua funzionalità, ha uno scopo ed è bianco. Non è il “surice” di fogna. Così Cafiero, una volta introdotto all'interno del laboratorio, non è più l'uomo dai problemi mentali, lo “scemo” del quartiere, il “ritardato” che non poteva tenere in braccio la sorellina, subendo i terribili rimproveri della madre. Sia Cafiero, che Crick, che Charlie Gordon – effetto C.C. appunto – sono costretti a travestirsi, a modificarsi, a violentare il proprio cervello per essere accettati dalla società. L'essere più intelligenti o con un quoziente intellettivo maggiore potrebbe migliorare la loro situazione? Sia Keyes che Silvestri sono stati lungimiranti: hanno anticipato quella lunghissima e ancora in atto osservazione e profonda analisi sull'uomo, sulla sua solitudine che necessariamente può essere vinta omologandosi, trasformandosi cerebralmente, non accettandosi. Dal dopoguerra in poi i drammaturghi, gli artisti e i poeti, italiani e non, hanno dovuto fare i conti con questa riflessione. Oggi l'Intelligenza Artificiale, denominazione e definizione profondamente ossimorica e arida, ci mette alla prova. 
Dietro all'attore troviamo un pannello-quinta, un ulteriore muro rigido che non gli permette di comunicare con il mondo reale. Una poltrona, delle bobine che registrano le sue confessioni e i suoi racconti, dei video che deformano la realtà, un medico, interpretato da Francesco Roccasecca, giovane ed elegante attore,  che rappresenta l'unico filo di collegamento con l'esterno. Tutti questi elementi rappresentano un filtro. Se il protagonista del romanzo può esibire la sua super intelligenza nel mondo esterno, l'esperimento di Cafiero rimane relegato nel mistero e nell'ambiento serrato. Crick, il topolino, morirà e si scoprirà che la super intelligenza ha un effetto temporaneo. Pertanto Cafiero si accorgerà anche della regressione. Ci poniamo dunque una dura e profonda domanda: chi è davvero intelligente, chi non lo è, che può sfidare la macchina, chi riesce ad andare avanti ambiziosamente e chi invece preferisce rallentare? Tantissimi sono gli interrogativi posti all'interno di questo spettacolo che Sparno mette in scena con una grandissima eleganza, senza sbavature, utilizzando effetti sonori e musicali di altissima definizione, rispettando il testo originario e le volontà del drammaturgo che, come molti degli autori del secondo Novecento italiano e della contemporaneità, era anche un attore. Luca Iervolino offre una grandissima e difficilissima prova d'attore che poteva scadere in un effetto grottesco e macchiettistico, come imitazione di bassa fattura dell'originale che  possiamo ancora vedere in alcuni video. Fa ridere e  commuovere, ci si affeziona al personaggio, ci si immedesima  in lui, e soprattutto viviamo con lui tutte le fasi della sua evoluzione e involuzione che scorrono fluidamente sul palcoscenico, grazie alla bravura  di questo attore.
Foto Pino Miraglia

Crick
atto unico in sei resoconti
Sala Assoli Napoli
30 novembre 2025

da “Il topolino Crick” di Francesco Silvestri e Melina Formicola
regia Rosario Sparno
con Luca Iervolino e Francesco Roccasecca
musiche Massimo Cordovani
costumi Alessandra Gaudioso
scene Fabrizio Comparone
disegno luci Simone Picardi
datore audio e video Lud Sciannamblo
progetto grafico Sofia de Capoa
si ringrazia Francesca De Nicolais
produzione Casa del Contemporaneo

Foto Pino Miraglia