'Transiti', in quella breve geografia che sta tra la nascita e la morte e che chiamiamo vita, così il libro di Alessandro Baricco “Castelli di Rabbia”, suo esordio letterario, e così l'omonima drammaturgia di Valter Malosti che ne è l'adattamento teatrale,
ma anche qualcosa di più che sta tra il penetrarne il senso e l'estroflettere la sintassi intrinseca di una partitura che si dipana tra immagini, ricordi di altri che diventano i nostri, voci, musica e sonorità da afferrare.
C'è nell'originaria scrittura dell'allora giovane Baricco una sorta di nucleo di dolore quasi adolescenziale, una sorta di malinconica sindrome che, in quei castelli di r(s)abbia costruiti sulla spiaggia su cui accampiamo il nostro esserci, cerca sollievo, un sollievo raramente concesso e spesso neppure cercato.
Al contrario, io credo, nella scrittura teatrale di Valter Malosti, quel sollievo sembra potersi trasfigurare in 'speranza' proprio attraverso il suo trovare manifestazione scenica, nel trovare cioè personaggi e personagge che si staccano dal testo per conquistare autonomia, per 'vivere' almeno per un momento senza essere incatenati alla vita.
Di quelle storie Malosti, più che il senso specifico e singolare, cerca la musica, cerca la sincerità della lingua pronunciata quando si impasta, prima che nel suo significato, nel suo suono, giocando con abilità sul filo dell'instabile equilibrio lanciato tra semantema che la struttura e fonema che risuona sulla scena.
Non un amaro trionfo dell'immaginazione sulla vita, come il regista scrive nel foglio di sala, ma la vita che trionfa nell'immaginazione, quasi quest'ultima fosse un vascello fantasma che la salva (la vita) da un definitivo naufragio.
In una immaginaria città (il teatro o la vita, meglio il teatro e la vita) innumerevoli storie, su cui naturalmente non possiamo soffermarci, si compongono e si sovrappongono senza perdersi (come ha scritto Enzo Siciliano, Castelli di rabbia è “una piccola galassia di storie che si intrecciano con vorticanti scie luminose”), ciascuna cercando un suono, una chiave di violino che la definisca e alle altre la colleghi.
Tutte però nel segno di quella volontà di affermazione che definisce 'ab origine', ogni uomo, ogni donna e ogni bambino di quella città, un cercare un posto ora e nella memoria di ogni altro essere umano, almeno per un piccolo irriducibile frammento di quelle 'meteore' umane destinate irrimediabilmente a spegnersi quali tutti noi siamo.
Uno spettacolo complesso che Malosti compone proprio come un castello di sabbia, su più livelli e prospettive, sulla riva del mare del palcoscenico, lo costruisce in senso proprio come un artigiano della scena dentro la scenografia mutevole di Ljerka Hribar, ove i numerosi personaggi possono muoversi agevolmente e con spontaneità, negli svariati costumi ultra-naturalistici perché ultra-storici di Manuela Paladin Šabanović e nell'atmosfera mutevole delle luci 'mutanti' di Umberto Camponeschi.
Ma soprattutto avvolti, e sulla scena quasi scolpiti a 'bassorilievo' nei loro più intimi margini e osmotici confini, dalle belle musiche di Bruno De Franceschi all'interno del progetto sonoro di Gup Alcaro.
Tutti bravi gli interpreti sia adulti che bambini, per i cui nomi rimandiamo ai 'credits' per ovvie questioni di spazio, in mimica, prossemica e (raffinata) dizione che sfocia spesso in canto 'a cappella'.
Uno spettacolo con due genitori e molti fratelli, nascendo dalla collaborazione tra Emilia Romagna Teatro ERT, il Teatro Nazionale Croato di Rijeka, e il “Dramma Italiano”, parte di quello stesso Teatro Nazionale Croato di Fiume, eppure straordinariamente compatto e omogeneo, in un equilibrio consapevole e unificante.
In tournée al Teatro Storchi di Modena, il 6 dicembre, ha ricevuto una buona accoglienza in applausi e presenza.
Valter Malosti, Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”, dal romanzo di Alessandro Baricco, adattamento teatrale e regia di Valter Malosti, con Beatrice Vecchione, Dario Battaglia, Andrea De Luca, Noemi Grasso, Federico Palumeri, Jacopo Squizzato e con gli attori dell’ensemble italiano del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Rijeka: Aurora Cimino, Serena Ferraiuolo, Giuseppe Nicodemo, Mirko Soldano, Leonora Surian Popov, Andrea Tich, e con i piccoli Ettore e Tancredi nel ruolo di Pehnt. Musiche originali e cori Bruno De Franceschi, luci Umberto Camponeschi, scene Ljerka Hribar, costumi Manuela Paladin Šabanović, progetto sonoro Gup Alcaro, maestro collaboratore e chitarra elettrica live Andrea Cauduro, assistente alla regia Jacopo Squizzato, assistente scene e costumi Ivan Botički. Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in coproduzione con Hrvatsko Narodno Kazalište Ivana Pl. Zajca - Croatian National Theatre Ivan Zajc Rijeka (Croazia). Si ringrazia Flavio Pieralice per aver dato voce alle lettere di Pehnt. Il testo di Alessandro Baricco è rappresentato in Italia dall’Agenzia D’Arborio1902 Srls – Roma.
Foto Petra Šporčić
