Nelle note di regia, ma anche nell’”avvertenza” letta prima dell’inizio dello spettacolo, Ivonne Capace sottolinea come il suo nuovo lavoro, benché tratto dal testo narrativo di Nicola Lagioia da cui ha mutuato il titolo, sia un’opera artistica autonoma,
pensata e realizzata non con l’obiettivo di portare in scena una ricostruzione giornalistico-documentaristica dell’orribile fatto di cronaca al centro del romanzo; bensì, partendo da quell’evento, con la finalità di tratteggiare, mescolando linguaggi diversi, una riflessione di carattere “universale” sull’eterna banalità del male.
Intenzione perseguita, da una parte, riducendo la vicenda di cronaca ai suoi dati essenziali e tralasciando nomi e riferimenti puntuali; dall’altra, immergendola in un’atmosfera onirico-astratta, qualità enfatizzate dal ricorso, in alcuni sipari, alla proiezione di figure semi-oleografiche a grandezza naturale, così come dalla costruzione di una scenografia evidentemente simbolica e composta dalla riproduzione di marmoree statue che rimandano a una passata e ormai corrotta grandiosità, morale e culturale prima ancora che politica.
Una chiara scelta interpretativa che, coerentemente, Capece segue anche nella stesura del testo, riducendo le approfondite biografie dei tre giovani protagonisti a pochi dati essenziali e amplificando il ruolo di quel personaggio non-umano e, nondimeno, significativamente ingombrante che è Roma, la “città dei vivi” appunto. Non solo, l’autrice-regista attribuisce al personaggio maschile più maturo – incarnato da Sergio Leone – anche quella funzione di narratore non distaccato che Lagioia attribuiva a sé stesso nel romanzo, depurandolo però dai numerosi riferimenti autobiografici e tramutandolo in una sorta di epitome dell’artista, ognora in dubbio su ciò che sia lecito indagare e cosa no… Nella medesima direzione di universalizzante astrazione va anche, poi, l’equilibrio fra parola – tutt’altro che prevalente come, invece, l’origine romanzesca avrebbe potuto lasciar supporre – e il gesto, con una decisa esaltazione della fisicità, d’altronde coerente con la natura anche carnalmente viva della vicenda: non soltanto le impudenti coreografie, oggettivizzazioni di una profonda e vuota disperazione, ma in primo luogo la semi-nudità degli interpreti in costante dialogo con gli elementi scenici, dalle succitate statue alla vasca da bagno in cui è consumato il delitto. Un modo lampante per mostrare la concreta, sudata e sporca, materialità del male, sottraendola a una semplificante definizione unicamente psicologico-mentale. Un merito questo non secondario dello spettacolo di Ivonne Capece, cui, invece, la sovrabbondanza di linguaggi e l’ansia di dire ed enfatizzare concetti universali, sottrae quella potenza che deriva dalla concentrazione e dall’essenzialità. E, nondimeno, La città di vivi è un coraggioso e nient’affatto velleitario tentativo di rappresentare in maniera problematica – e non, come spesso accade, tronfiamente apodittica – la natura polimorfica del male: un interrogarsi sincero e urgente su questioni universali, un’indagine sull’annullamento – costante ovvero momentaneo - dell’umanità compiuto ricorrendo con rigorosa creatività ai mezzi dell’arte. E non è poco…
Liberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia. Regia, video e adattamento drammaturgico di Ivonne Capece. Scene di Rosita Vallefuoco. Costumi e concept visivo di Micol Vighi. Sound designer Simone Arganini. Light designer Luigi Biondi. Con Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella; in video Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Gennuso, Giuseppina Manaresi, Olmo Broglia Anghinoni. Prod.: Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro di Sardegna.
Visto al Teatro Astra di Torino il 9 dicembre 2025
Foto Luca Del Pia
