La pièce é una sorta di viaggio nello spazio 'quantistico' sulla simbolica navicella dell'Origami, la raffinata arte figurativa giapponese sospesa tra metafisica, sogno ed esistenza reale, o meglio 'parallela' a tutti questi mondi che ci riguardano.
“La ragazza dello Sputnik” (la traduzione letterale è molto significativamente: “Compagno di viaggio innamorato”), drammaturgia d'esordio di Francesco Biagetti, che ne è anche il regista, e Alfonso Pedone, tratta dal famoso e omonimo romanzo di Haruki Murakami, vive infatti nel segno del doppio e della dissociazione interiore che si proietta come una metafora, la quale nel segno stesso incorpora il suo simbolo, su un mondo esteriore dilatato fino a comprendere l'intero universo, dagli infiniti mondi che ci circondano e, ritornando da questi, alle infinite molecole che ci compongono, talora esplodendo come un puzzle mai concluso.
In parallela quasi convergente ma fedele con il romanzo da cui è ispirata, la narrazione scenica si sviluppa su tre principali e distinte direttrici, la favola della cagnolina Laika dispersa nello spazio custodita dalla scrittrice protagonista Sumire come una sorta di sua alter ego, la relazione mai compiuta tra la stessa Sumire e il maestro senza nome K, e infine quella analogica, e mimetica della precedente, tra la stessa Sumire e la bella, ricca e raffinata Myu che interpreta come un'attrice un segreto che forse ad entrambe appartiene.
Nelle faglie di questo universo vivono maschere di gatto realizzate con la tecnica origami (indossate dagli attori quando sono in controscena), simboli e custodi ma insieme testimoni di quei misteri e di quei segreti.
Tra le sue orbite si muovono, avvicinandosi ma senza mai veramente incontrarsi e talvolta rimanendone imprigionati, i tre personaggi principali, Sumire interpretata da Federica Trovato, K interpretato da Davide Niccolini e Myu infine da Bianca Mey (sono tutti giovani e bravi, molto nella parte), monadi autonome ma misticamente interdipendenti.
Tutti e tre i personaggi sembrano vivere ciascuno in universi paralleli, ma l'unico che mantiene legami con il mondo terrestre, quello che conosciamo è il maestro K che, nella scena in cui il figlio della sua 'amante' Nimura (Nicoletta Cifariello) è accusato di plurimo furto dal guardiano Nakamura (Alfonso Pedone), trova il modo di utilizzare i suoi 'sogni' per rompere l'incomunicabilità con quel ragazzo uscito dalla sua 'orbita'.
Se la regia, in uno scenario onirico dominato da una cabina telefonica in cui transitano le sole possibili reciproche comunicazioni, riesce a mantere una buona omogeneità nella messa in scena della drammaturgia, quest'ultima talora mostra salti improvvisi e non sempre logici (in particolare nella scena citata del furto al supermercato), forse anche per la difficoltà a rendere coerente la narrazione fluida e molto libera di Haruki Murakami, in un certo senso più pronto a conoscere che a farsi conoscere, a descriversi più che a descrivere, dentro il bozzolo osmotico ma fortemente strutturato della sua scrittura esteticamente molto più 'epica' che 'drammatica'.
La conseguente scelta di regista e drammaturghi di accentuare alcuni temi, tra cui quella della sessualità in tutte le sue forme e anche nelle sue spesso dolorose manifestazioni, ritenuti più vicini alla sensibilità anche teatrale dell'oggi, dimostra un approccio creativo impegnato ma forse ancora non pienamente maturo.
Al centro di tutto questo sta la 'solitudine', figlia forse della difficoltà ad amare o meglio di comunicare 'amore', dentro di noi e attorno a noi, solitudine di cui i mondi infiniti e paralleli sono dolorosa metafora, una solitudine che precipita anche nell'arte e nella sua sofferenza, come ci ricorda il più volte richiamato Jack Kerouac: «Ogni uomo dovrebbe vivere almeno una volta l’esperienza di abitare in completa solitudine una dimora nei boschi, per scoprire di dipendere unicamente da sé e trovare la propria forza interiore.».
Non un compito facile ma uno spettacolo nel complesso abbastanza riuscito, grazie anche alla scenografia citata di Lorenzo Russo Rainaldi, ai bei costumi anni '90 di Lorenzo Rostagno, al disegno luci quasi da discoteca sempre anni '90 (quando si è in pista bisogna necessariamente 'ballare') di Francesco Traverso, alle musiche di Daniele D'angelo, e ultima ma non ultima alla consulenza ai movimenti scenici, molto efficaci e 'significanti', della brava coreografa Claudia Monti.
Il “Collettivo Araunda” che lo ha ideato e costruito è composto da ex allievi da poco diplomati alla scuola “Mariangela Melato” del Teatro Nazionale di Genova e bene ha fatto quest'ultimo a sostenerne la produzione, mettendo a frutto i suoi spazi e le sue risorse per filiare e far crescere promettenti nuovi talenti del teatro italiano.
Alla Sala Mercato di Genova Sampierdarena dal 16 al 23 dicembre.
“Sputnik Sweetheart” di Haruki Murakami; traduzione Giorgio Amitrano; adattamento Francesco Biagetti, Alfonso Pedone, regia Francesco Biagetti, interpreti Nicoletta Cifariello [Nimura], Bianca Mei [Myu], Davide Niccolini [K], Alfonso Pedone [Nakamura], Federica Trovato [Sumire], scene Lorenzo Russo Rainaldi; costumi Lorenzo Rostagno; luci Francesco Traverso, musiche Daniele D’Angelo, consulenza ai movimenti scenici Claudia Monti, regista assistente Dalila Toscanelli. Produzione Teatro Nazionale di Genova. Per gentile concessione di CAA e Concord Theatricals Corporation si ringrazia Fatti non Foste S.N.C. adattamento teatrale per il solo territorio italiano.
Foto Federico Pitto (particolare)
