Riguardo allo spettacolo “La rigenerazione”, che ha debuttato e iniziato il suo percorso al Teatro Biondo di Palermo tra il 13 e il 21 dicembre ci sono alcune considerazioni da svolgere, a partire dalle quali però si può attingere la misura esatta del suo
valore. Il testo, datato al 1926/’27 è di Italo Svevo e non è cosa di poco conto: Svevo si dimostra un maestro anche nella scrittura per il teatro. In una struttura drammaturgica tradizionale, il grande scrittore triestino riesce a inserire e far filtrare un’infinità di notazioni, implicazioni morali, memoria letteraria e filosofica, sottotesti, inquietudini, sfumature psicologiche che danno un’idea esatta di quanto fosse straordinaria la sua capacità di osservare la realtà, comprenderla e scorgervi movimenti, tensioni, indirizzi culturali profondi. La questione da cui sgorga questo dramma è legata all’immaginazione di un’operazione chirurgica capace di rigenerare il corpo di un vecchio e sconfiggere la sua fragilità intellettuale, psichica e fisica. Un desiderio senza tempo, un’utopia tossica per molti versi. Però oggi, a un secolo di distanza dalla scrittura di Svevo, la vita media delle persone si è molto allungata rispetto al passato e ai primi del novecento ed è esperienza comune frequentare o convivere con persone (genitori, parenti, amici) che hanno perso o hanno conservato solo parzialmente la lucidità mentale e vivono, anche loro malgrado, in un limbo nel quale sono impotenti a difendere la loro vita e la loro dignità. A ciò si aggiunga un altro elemento culturale tipico della contemporaneità, ma che Svevo esattamente cento anni fa ha saputo intuire e rappresentare: la paura della malattia e della morte, l’incapacità di concepirle, affrontarle, inserirle pacificamente in una cultura che le sappia spiegare e rendere accettabili. La morte e il lutto diventano sempre più fatti privati, debolezze da affrontare di nascosto e superare al più presto. La fragilità del corpo è rifiutata e superata con la menzogna della pratica sportiva ossessivo-compulsiva, con la chimica farmaceutica o con pratiche dietetiche ed estetiche sempre più invasive e invadenti. D’altro canto alla fragilità di una persona, nell’età avanzata e nella malattia, devono comunque essere assicurati rispetto, dignità e decoro. E però c’è anche un altro lato di questa faccenda, positivo se si vuole e più intrigante: quale nuovo e dignitoso equilibro si potrà trovare tra il comunque inevitabile decadimento fisico e la persistenza di vitalità, desiderio, sessualità, forza intellettuale? Quale forma dovrà avere questa persistenza della vitalità in segmenti temporali della vita umana che in queste condizioni sono sconosciute alla cultura? Nel dramma in questione, la vicenda umana di Giovanni Chierici, ormai vecchio e acciaccato patriarca borghese, sembra affrontare queste problematiche in modo serio e con la profondità che solo l’arte sa concedere all’unicità di un personaggio: è vecchio ma ama la vita, vuol viverla, indipendentemente dalla sua famiglia e persino contro il parere della moglie (che sembra compatirlo affettuosamente, ma in realtà ne ignora la vitalità e lo svaluta) e di quanti gli stanno vicino e secondo quanto invece desiderio (anche sessuale) e intelligenza gli dettano. Nello spettacolo è Nello Mascia a incarnare questo personaggio e lo fa benissimo, concedendo ad esso una nota di svagata astrazione e di ironia sorniona e divertita che sa cogliere molto bene la complessità della sua situazione umana. Interessante è anche il personaggio di Emma, figlia di Giovanni Chierici, (ben interpretata da Roberta Caronia): da vedova sa restare ferma ad attraversare il suo lutto, restando sola, senza cedere al consiglio della madre e alla corte sgradevole, e affatto delicata, del signor Enrico, amico del defunto marito Valentino. Ecco, da questa densità concettuale il regista Valerio Santoro (anche direttore artistico del Biondo) sembra esser stato profondamente affascinato e averla colta esattamente e, nel costruire il suo spettacolo, aver voluto rigorosamente esprimerla: con appassionata attenzione, in ogni segmento, personaggio, dialogo, pensiero. Un lavoro registico accurato e rispettoso della ricchezza del testo dunque, complice anche il valore corale degli artisti in scena a partire da Mascia e Caronia certo, per proseguire con il resto della compagnia, ovvero Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani. Cosa non convince? Non convincono le scene. E non certo perché difettino di gusto e di eleganza, ma perché, a fronte di un testo pregno di stimoli, inquietudini e intuizioni (elementi che, come si è detto, il regista ha colto perfettamente), sembrano appiattirsi – quasi filologicamente si direbbe - su quello che è il comune e, in qualche modo, persino rassicurante, immaginario del dramma borghese. Ma non sembra affatto che in questo lavoro Svevo abbia voluto essere in alcun senso rassicurante.
La rigenerazione. Dal 13 al 21 dicembre 2025 Palermo, Teatro Biondo, Sala Grande. Prima Nazionale. di Italo Svevo. Regia Valerio Santoro, con Nello Mascia e (in o.a.) Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani. Sound designer Hubert Westkemper. Musiche di Paolo Coletta. Luci di Cesare Accetta. Scene di Luigi Ferrigno. Costumi di Dora Argento. Assistenti alla regia Nicasio Catanese, Enrico Spelta. Produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.
Foto Tommaso Le Pera
