Pin It

Il nuovo progetto performativo di Carlo Cerciello, direttore artistico del Teatro Elicantropo di Napoli, si configura come una riflessione lucida sulla disumanità della guerra. Il titolo, trae origine dal provocatorio quesito contemporaneo “Definisci

bambino”, espressione di una semantica del potere volta a deumanizzare l’altro per legittimare l'annientamento di un popolo. In un’epoca di definizioni escludenti, l’opera di Cerciello rivendica il diritto al riconoscimento della sofferenza altrui. “Definisci Antigone” non è una semplice rilettura del mito, ma un atto politico d’urgenza, in cui la tragedia classica diviene il prisma attraverso cui osservare le fratture del presente. La drammaturgia, curata dallo stesso regista, opera una sintesi dialettica tra le fonti di Sofocle, Hasenclever, Brecht, Anouilh e Ritsos, innestandovi le testimonianze del medico palestinese Ezzideen Shehab. Il risultato è un testo corale che trasforma il mito in un’indagine cruda sul genocidio contemporaneo del popolo palestinese. Il disegno Scenico di Roberto Crea, si pone anche come un limite geopolitico, fortemente simbolico ed essenziale. La scena è solcata da quattro fosse rettangolari, varchi che delimitano non solo lo spazio della sepoltura, ma anche il confine invalicabile delle nostre geografie politiche. I personaggi si muovono lungo questi margini, prigionieri di una topografia del dolore che riflette l’isolamento dell’individuo moderno. L'apparato scenico è rigorosamente codificato dai costumi di Antonella Mancuso che fondono antico e moderno attraverso l’uso dei colori e degli oggetti. Un accurato cromatismo simbolico abita la scena: il bianco sporco di terra di Antigone (purezza etica), il rosso di Creonte (violenza del potere), il verde della Guardia (l’istituzione) e il nero di Ismene (l’inerzia luttuosa). Gli oggetti-feticcio dialogano con i costumi: la paletta di Antigone assurge a emblema della disobbedienza civile; la corona di Creonte richiama le deformazioni grottesche dell’Ubu Re; la collana di Ismene diviene segno della stasi borghese, mentre la trombetta della Guardia diviene alienazione dell’obbedienza cieca. Il disegno delle luci di Cesare Accetta preciso e ed emotivamente significativo. Cerciello opera una destrutturazione del Coro tragico: esso scompare come entità scenica, perché siamo tutti noi, seduti sulle gradinate rosse del teatro, un unico coro, investiti di una responsabilità critica, chiamati a trascendere la passività per combattere il silenzio complice. La messinscena si sposta dunque dal piano della rappresentazione a quello dell'eudaimonia, intesa come forma dell’essere intimamente plurale che cerca la felicità nell’etica e nella ricerca del bene comune. Superando il monito brechtiano del "fate ciò che si deve fare", l’Antigone di Cerciello che da anni si avvale dell’apporto di Aniello Mallardo, studioso di letteratura e semiotica teatrale, incarna l'imperativo categorico dell’azione individuale come esempio per tutti: il sacrificio personale come paradigma etico e assunzione di responsabilità totale. Io faccio in prima persona e in completa responsabilità ciò che si deve fare. Il cast traduce con rigore formale il conflitto tra nomos, la legge, intesa non solo come norma giuridica, ma anche come principio di giustizia che regola la vita armonica della comunità e psiche individuale. Molto convincente e trascinante la rielaborazione dei movimenti scenici ad opera di Dario La Ferla. L’opera si configura come un coro polifonico dove le immagini di Fabiana Fazio — cronaca visiva di conflitti passati e presenti — assumono la forza di un protagonista attivo. Insieme alle tessiture musicali di Paolo Coletta e all’intensità delle attrici capaci, di abitare pienamente ogni ruolo, il lavoro restituisce una coralità potente e necessaria. Cecilia Lupoli conferisce ad Antigone una corporeità vibrante, delineando una figura che abita lo stupore della ribellione con ferma decisione. Serena Mazzei esplora con capacità lirica le sfumature della dolcezza di un’Ismene prigioniera del proprio ruolo borghese, prigioniera della propria remissività, incapace di spirito vitale. Imma Villa incarna un Creonte grottesco e disumano; la sua interpretazione oscilla tra toni ironici e accenti crudeli, restituendo in maniera brillante, la multiforme cecità del potere. Mariachiara Falcone, nel doppio ruolo di Guardia e Giornalista, attraversa con precisione ossessiva il doppio ruolo di esecutrice morale e manipolatrice dell’informazione, riuscendo a suscitare una paradossale tenerezza nella sua scarna precisione. Nella sequenza finale, di rara potenza lirica, lo spettatore è posto dinanzi a una scelta ragionata: emulare il coraggio di Antigone o soccombere all'indifferenza delle proprie fosse quotidiane. Qualora vi troviate ad attraversare il cuore storico di Napoli, la visita a questo piccolo fecondo centro di ricerca teatrale si rivela un’esperienza necessaria. Lo spettacolo non è un semplice invito alla visione, ma una chiamata alla presenza: un’occasione per trascendere la condizione di spettatori passivamente indignati e riappropriarsi, attraverso l’ascolto e il rito scenico, di una coscienza critica. Insieme ai suoi instancabili collaboratori, l’Elicantropo si attesta come un faro di ricerca nel panorama teatrale contemporaneo; uno spazio dove la parola umanità ritrova la sua densità, trasformando l'indagine ontologica in pura emozione scenica.
Napoli, Teatro Elicantropo 8 gennaio 2026

Produzione e collaborazioni: EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE - TEATRO ELICANTROPO - ANONIMA ROMANZI-Direttore tecnico ANDREA IACOPINO stampa RAIMONDO ADAMO - amministrazione MARIA LUISA MARTELLA ass.regia VITTORIA SACCO - datore luci CIRO CUCCARO - si ringrazia FABRIZIO POLLIO - LUCA RUGGIERI-realizzazione scena TECNOSCENA SNC - realizzazione costumi DANZACREATA SRL - calzature CHARLES DANCE SHOES. Foto di scena   ANNA CAMERLINGO.

Foto Anna Camerlingo