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Credo che la prima fascinazione di questa drammaturgia, che il bravo Arturo Cirillo ha ricavato più di un decennio fa dall'omonimo romanzo breve di Giuseppe Patroni Griffi e da allora più volte riproposta in Italia e all'estero, stia, come spesso

accade, nel suo stesso titolo che richiama, dall'esordio alla fine/non fine della narrazione, la suggestione della fuga, forse fisicamente possibile scivolando giù dai 'Quartieri' di Napoli ma che è interiormente e psicologicamente 'impossibile'.
“Rosalinda Sprint”, il suo protagonista, è un “femminiello” napoletano, quindi qualcosa e qualcuno che storicamente, sociologicamente e infine esteticamente (è quasi una metafisica) già trascende il semplice travestitismo o il 'transgender' tanto da diventare come i pasoliniani “ragazzi di vita” soprattutto una 'maschera', un “femminiello” che vive una vita dolente e insanguinata nel chiuso della stanza ove 'riceve'.
Ma la sua anima soffre e fatica ad essere imprigionata in quelle mura, oltre le quali lo porta la forza del sogno capace di accendere allucinazioni e creare miraggi più forti della realtà stessa, permettendogli di sopportarla mentre dentro i suoi gorghi precipita in un naufragio atteso e forse inevitabile.
Il suo orizzonte è il mondo e grande è la sua emozione trasfigurata tutte le volte che vede il mare pur conosciuto del Golfo, tra il porto e il Maschio Angioino, ma è un orizzonte solo interiore quello che spezza le sbarre della sua prigione, mentre quelle stesse sbarre rimangono ben salde tra incontri occasionali, amanti fedifragi e violenti, ma anche amiche come lei e che come lei affidano al nome d'arte tutte le fantasie di una vita (Maria Stuarda, Sayonara, Rossicago, Maria Callas...):
“Scende giù per Toledo e va di fretta Rosalinda Sprint, è in ritardo col sarto e deve andare da Marlene Dietrich. Fra mezz’ora e quella non aspetta. Colpa della Camomilla Schulz…”.
Quando tenterà, dopo l'ennesima violenza, di fuggire verso Londra, dall'amante che aveva promesso di tornare, resterà sola e forse morirà ma non resterà priva dei suoi mille sogni dai nomi napoletani e tornerà (o forse solo lo sognerà da un qualunque “al di là”) a 'pittare' con colori luminosi la sua squallida stanza/vita, in quella che rubando il titolo ad un famoso romanzo è “l'insostenibile leggerezza dell'essere”.
Arturo Cirillo nella sua scrittura scenica non si sottrae alla sfida di una lingua, quella di Patroni Griffi, cruda, violenta e così cattiva da andare oltre ogni 'naturalismo', e sa gestirla e trasfigurarla quasi fisicamente con la sua presenza, riconducendo quelle parole taglienti e oscene alla realtà del palcoscenico e della sua recitazione, che possono illuminarle di un senso profondo che accarezza la stessa comune condizione umana.
Una vera “prova d'attore” in cui le sue molte sfaccettature, dal comico al tragico, dall'ironico al grottesco, si ricompongono in una non facile e non usuale unità, da parte di un Arturo Cirillo che come sua cifra sa muovere in scena con 'eleganza' anche l'apparente volgarità.
Una prova accolta e quasi custodita nella bella scenografia di Dario Gessati che costruisce un molto espressionista boudoir colorato, sostenuta dai costumi in un certo senso trasfiguranti di Gianluca Falaschi e dalle luci pastellate come una cipria di Mauro Marasà, e infine accompagnata quasi per mano dalle belle musiche originali di Francesco De Melis.
Avevo già assistito a “Scende giù per Toledo” nel 2017 al Teatro Sociale di Camogli, ma come ogni drammaturgia 'ben fatta' ha saputo ora offrire nuovi, forse solo un po' più malinconici, doni.
D'altra parte quando mi capita di rivedere dopo qualche tempo uno spettacolo capisco perché grandi critici teatrali come Gramsci e Gobetti tornassero anche tutte le sere a rivedere una rappresentazione   in quanto, come nella vita e solo nel Teatro, ogni messa in scena e ogni sera può essere diversa e diversamente percepita.
Uno spettacolo intenso e commovente, nel senso suo proprio, che sa muovere pensieri e sentimenti, una storia di vita che è una storia collettiva.
Alla Sala Mercato di Genova Sampierdarena, ospite del Teatro Nazionale di Genova, dall'8 al 10 gennaio. Molti gli applausi da un pubblico che avrebbe potuto essere più numeroso ma che ha con vivacità sottolineato le escursioni finali in platea dello stesso Arturo Cirillo.

“Scende giù per Toledo” dal romanzo di Giuseppe Patroni Griffi (pubblicato nel 1975 da Garzanti). Regia e interpretazione Arturo Cirillo. Scene Dario Gessati. Costumi Gianluca Falaschi. Luci Mauro Marasà.  Musiche originali Francesco De Melis. Regista assistente Roberto Capasso. Produzione Marche Teatro.

Foto ACPHOTO