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Nel novembre 2024 ne vedemmo la versione “originale”, portata in scena dalla sua stessa autrice, l’argentina Andrea Garrote, diretta da Rafale Spregelburd, ospitata dalla Fondazione Teatro Due nell’ambito dell’edizione di quell’anno del Teatro Festival Parma.

Oggi quella stessa realtà è produttrice di una versione italiana del testo di colei che la stampa sudamericana ha definito “genia” della scena, sottolineandone la scaltrezza teatrale unita alla complessità delle tematiche affrontate. 
Il successo ottenuto nel mondo e nella stessa Parma di Pundonor, tuttavia, non ha scoraggiato la regista Nicoletta Robello e l’interprete Bruna Rossi, capaci di creare uno spettacolo che non è semplicemente la traduzione letterale dell’originale. Certo la scenografia è la medesima – la lavagna e la cattedra, la porta laterale dalla quale entra la protagonista – ma Robello e Rossi non si limitano a ricondurre al contesto italiano il monologo argentino con cambiamenti superficiali relativi, per esempio alla geografia; bensì plasmano quel contraddittorio eppure irresistibile profluvio di parole alle proprie personalità, donandogli così sfumature e implicazioni inedite eppure del tutto congrue.    
Ma di cosa parla Pundonor, titolo che corrisponde a un termine castigliano traducibile in italiano come “amor proprio”, “dignità” o “orgoglio”? Una professoressa universitaria, Claudia Rossi Spinoza, ritorna in cattedra dopo un periodo di congedo “obbligatorio” dovuto a suoi passati comportamenti poco accademici e, nondimeno, interpretabili come tentativo di sperimentare dal vivo la reale consistenza di quelle dottrine sociologico-filosofiche di cui è docente e studiosa. Il periodo trascorso lontano dalle aule universitarie non sembra, però, avere restituito alla protagonista quell’accademica autorevolezza e quella sicurezza nella validità della propria disciplina che il suo ruolo prevederebbe e a cui, molto probabilmente, la professoressa non ha mai intimamente aderito. 
Ecco, dunque, che la donna – in gonna, camicetta e tacchi d’ordinanza – tenta di iniziare la propria lezione, incentrata non a caso su Michel Foucault, ma le parole-chiave scritte alla lavagna e i concetti spiegati diventano innesco di divagazioni, solo apparentemente estemporanee, sulla propria vita privata e sulle proprie assai poco ortodosse azioni volte a provocare “scientificamente” l’ingessato ambiente universitario. 
Il monologo della professoressa cresce gradualmente di ritmo, parallelamente al progressivo distacco della protagonista dalla propria, peraltro assai debole, corazza accademica. Una sorta di flusso interiore scaraventato però con lucida ironia sugli studenti/spettatori, testimoni muti di un’analisi delle infinite incoerenze e degli innumerevoli travestimenti che, nondimeno, garantiscono l’ordinario scorrere della quotidianità, quella dell’università come dell’esistenza individuale. Paradigmatico al proposito il sipario in cui la protagonista rovescia sulla cattedra il contenuto della propria capiente borsa, mostrando ogni singolo oggetto e chiosandone con amaro sarcasmo la futile necessità. Un climax esilarante e allo stesso tempo disperante, chiaramente esemplificativo di quella discreta eppure incisiva limitazione della libertà dell’uomo di cui parlava Foucault…
Un asservimento a cui la professoressa decide di non sottostare, accettando implicitamente quell’etichetta di folle che la sua indisciplinata e consapevole non addomesticazione a norme e consuetudini sociali inevitabilmente le procura. Ma cosa c’è di meglio di abbandonarsi al canto e alla danza, con tacchi e shorts di paillettes, riuscendo così a essere veramente se stesse, piuttosto che riempire registri e assecondare la burocrazia e il didascalismo accademici? 
Bruna Rossi, segaligna e apparentemente austera, rivela con piccoli tic, gesti rapidi e nervosi – il gesso premuto con forza sulla lavagna; gli occhiali messi, tolti, sovrapposti – l’insofferenza crescente della sua professoressa, sostituendo alla sinuosità e seduttività della Garrote un isterismo ognora sottotraccia, un fervore intellettuale che tenta di frenare il palpitare dell’emotività. Una convincente incarnazione della strenua lotta della protagonista per affermare il proprio “amor proprio” che non coincide, però, con la “rispettabilità sociale” bensì con la felice libertà di esprimere il proprio autentico io. 

Testo di Andrea Garrote. Traduzione di Manuela Cherubini. Regia di Nicoletta Robello. Luci di Luca Bronzo. Costumi di Elisabetta Zinelli. Musiche di Arturo Annecchino. Sonorizzazioni di Luca Annessi. Con Bruna Rossi. Prod. Fondazione Teatro Due di Parma.
Visto alla Piccola Sala del Teatro Due di Parma il 18 gennaio 2026.

Foto Andrea Morgillo