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Come Elefanti in una cristalleria, o meglio come il famoso “Rinoceronte” nel salotto, ci sono Orsi sessofili e sessofori che scorazzano per l'Europa (infelicemente) Unita in questa bella drammaturgia del giovane romano Niccolò Fettarappa, andata in scena

al Teatro Arena del Sole di Bologna per la regia e l'intepretazione condivisa di lui medesimo, e che in qualche modo ricorda il teatro dell'Assurdo di Eugène Ionesco, con la non piccola ma angosciante differenza di essere occhiutamente profonda quanto quella del maestro franco-rumeno ma anche di risultare purtroppo molto meno assurda rispetto all'attuale 'stato delle cose'.
Come a dire che l'assurdità del vivere non ha più bisogno di essere, attraverso la distorsione dello sguardo nel grottesco, rivelata in quanto ora ci è palesemente squadernata davanti fino a diventare, per le nuove generazioni soprattutto ma non solo, materia esistenziale prevalente fino alla distopica ma concreta percezione dell'assenza, l'oggi avendo 'ammazzato' il passato, di ogni futuro possibile che si accompagna all'idea dolorosamente pervasiva di una 'catastrofe' già avvenuta e di cui non ci siamo accorti.
In questa “prosa dispiaciuta sulla fine del sesso”, come da sottotitolo, il sesso è ovviamente la metafora della vitalità (e del futuro di cui è ineludibile motore)  ma essendo questa (e la procreazione interiore ed esteriore di un 'futuro' possibile) diventata inutile e anche dannosa rispetto alle esigenze del PIL mondiale, allora l'Agenda 2030 della U.E. (specchio forse dell'abbandonato Green Deal di solo qualche anno fa) ne dispone l'eliminazione per evitare qualsiasi interferenza (a chi e a cosa lo sappiamo tutti).
Fa sempre piacere assistere ad un teatro che attraversa, dalle radici che lo generano ai frutti che diffonde, la realtà non semplicemente 'descrivendola' ma come sussumendola sul palcoscenico perché ci diventi, non più o meno vera, ma più chiara e sincera.
Una realtà e un mondo “incurvatum in se ipso”, come i tanti 'Narcisi' che lo frequentano.
La bella drammaturgia di Niccolò Fettarappa riesce in questo intento non dichiarato, ma anche non nascosto, grazie alla sua scrittura ironica, che sa usare la comicità come un'esca per catturare lo spettatore e indurlo, attraverso il 'riso' bergsoniano, a guardare dentro e fuori di sé e perché no, in questa 'educazione sentimentale' alla solitudine che ci viene ogni giorno propinata, anche agli altri oltre ogni deformata logica del 'lavoro'.
È questa, non tanto 'assurda', ironia e questo felice uso della risata comica che guida anche la regia di Fettarappa, e i conseguenti movimenti scenici, di cui le frequenti incursioni tra il pubblico (comunque molto vicino alla scena) sono solo la prima evidenza di un atteggiamento sintattico complessivamente 'esplosivo', nel senso che si muove da dentro a fuori.
Un insieme che imprime un dinamismo scenico accellerato e talora ossessivo che coinvolge profondamente il pubblico, impedendogli quasi di pensare ad altro.
Alla fin fine quel desiderio di essere finalmente visibili e dunque esistenti, oltre le dissonanze quantistiche che sembrano imprigionarci, prevale grazie forse al Teatro stesso, così, finalmente felici, abbandoniamo l'Europa degli sgabuzzini e delle stanze claustrofobiche per associarci agli Orsi in libertà, alla natura molto generazionalmente percepita come unica entità reale e come ultima ancora di salvezza.
Del resto, oltre quella metà di vita in cui la modernità sembra volerlo costringere a sopravvivere, l'essere umano continua ad essere di più e più irriducibile, e continua a ri-chiamarci anche attraverso le forme trasfigurate e talora grottesche dell'estetica e dell'arte. Una speranza che come vapore aleggia anche sul palcoscenico di questo spettacolo.
I quattro, giovani e professionalmente attrezzati, protagonisti, Gianni D’Addario, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti e lo stesso Fettarappa, si muovono con bravura e disinvoltura dentro e sopra il testo, in uno scenario assemblato dal disegno luci di Tiziano Ruggia, nei costumi di Elena Dal Pozzo e nel sound design di Massimo Nardinocchi, il tutto tra le belle scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT.
Credo che, con questo spettacolo già maturo, Niccolò Fettarappa dimostri di aver ormai saputo amalgamare la sua formazione accademica con le suggestioni della più o meno recente scena indipendente romana dai tanti maestri.
Uno spettacolo che si traveste 'distopico' per aggredire la realtà, anche post-pandemica, di un oggi confuso e apparentemente confusionario ma che sembra, tralasciando anche ogni complottismo, essere ferreamente etero-guidato verso il suo baratro, da cui solo ciascuno di noi è (insieme) ancora in grado di salvarla (forse).
In prima assoluta alla sala Thierry Salmon del Teatro Arena del Sole dal 20 gennaio al 1° febbraio. Molto gradito e applaudito.

“ORGASMO” Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso di Niccolò Fettarappa, con (in o.a.) Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti, regia Niccolò Fettarappa, aiuto regia Lorenzo Guerrieri, assistente alla regia Roberta Gabriele, disegno luci Tiziano Ruggia, costumi Elena Dal Pozzo, sound design Massimo Nardinocchi, scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT. Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa, Teatro di Roma - Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro, testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023, prima assoluta.

Foto Matilde Piazzi