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Familie Floz, nella sua trentennale ricerca, ha saputo attingere all'essenza teatrale della 'maschera', una maschera che, come la fotografia, tanto dentro questo spettacolo, fissa non il presente ma ciò che è stato, donando paradossalmente il senso del

tempo, è capace di 'fissare' il movimento (ed è solo apparente contraddizione) dello sfaccettato sentimento umano a tal punto che essa diventa insostituibile mentre il corpo che la indossa diventa, per così dire, necessario ma anche 'interscambiabile'.
“FINALE (un'ouverture)”, l'ultimo spettacolo della famosa compagnia tedesca ospitato come da tradizione dal Teatro della Tosse di Genova, esprime quella stessa contraddizione (apparente) a partire dal titolo che, contrapponendo il segno della fine al segno del suo inizio, esprime della vita e della morte il fluire, inestricabile ma l'unico capace di dare significato ad entrambe.
C'è in più in questo spettacolo, prima e oltre lo spettacolo stesso, l' inaspettata volontà/necessità, a luci del teatro accese e con il pubblico che saliva sul palcoscenico a 'provare' le maschere, di mostrare quel così elaborato meccanismo estetico e creativo in una sorta di svelamento, quasi il trucco di un prestigiatore, che all'inizio e a taluni è apparso non a caso fastidioso e inutilmente lungo ma che alla fine si è dimostrato strano e straordinario esordio del racconto scenico.
Sono tre storie inusualmente 'tristi' per una Compagnia che ha fatto della malinconia uno strumento ironico e fin comico, comunque capace ancora di strappare il riso, per uno spettacolo nel complesso più meditativo e 'riflessivo' che dinamico, quasi a non perdere neanche per un momento la presa sulla vita e sulla realtà in cui l'esistenza si muove.
Inevitabile dunque, in uno scenario che si fa sempre più 'oscuro', che la sensibilità di questi artisti (che di sensibilità ne possiedono molta e più di altri) distillasse la malinconia nella tonalità del senso di 'perdita', tra un passato dimenticato ed un futuro che non riusciamo più a concepire, la perdita condivisa di un destino 'comune'.
Tre storie, dicevo, ciascuna con radici anche nella realtà sociale e storica del nostro tempo poco 'felice', ma che di quella realtà mostra efficacemente coordinate e paradigmi universali che si fanno quasi metafisici in un tempo scenico sospeso, che sembra immobile e incapace di superare se stesso ma che invece è in continuo e sussultorio movimento.
Nella prima 'vive' un gestore di un bar (forse un immigrato clandestino?) per conto di un brechtiano capitalista, perso tra amore e generosità e per questo costretto a fuggire, nella seconda storia invece incombe più chiaramente la morte e la malattia, la perdita e l'abbandono, tra una madre malata e un figlio che perde ogni contatto, mentre il grottesco meccanismo della Medicina sembra macinare ogni sentimento.
Nella terza infine domina il rapporto con la natura come riscatto impossibile da un sistema di sfruttamento il cui unico scopo evidente è 'succhiare' alla vita ogni vitalità, fino all'uccisione di un toro/donna che richiama inevitabilmente il mito del minotauro e del 'labirinto', il nostro con il suo, in cui siamo costretti a semplicemente sopravvivere senza esistere.
Una drammaturgia in cui la parola lampeggia improvvisa da quella sua materia intima e generatrice che è il silenzio.
La sapienza scenica dei cinque componenti di Familie Floz ha qui raggiunto una grande 'raffinatezza', spaziando dalla mimica corporea al movimento coreografico, alla musica e al canto che a quel silenzio della parola forniscono non un semplice surrogato ma un ambiente, un utero in cui lentamente 'formarsi' e crescere.
Infine la scelta di una scenografia geometrica, fatta di cornici componibili e modulate con creatività, cornici di una rassegna fotografica che va inesorabilmente a comporsi, contribuisce nella sua inusuale e non-naturalistica astrattezza a sottolineare, enfatizzandola, la direzione di un viaggio metafisico nello spazio dell'affettività e del sentimento, in una ricerca difficile e affannosa che è una necessaria ri-scoperta.
Dall'intimo di quella scenografia si generava a volte, a rompere il silenzio prevalente e interrotto solo da suoni materici e onomatopeici, una musica improvvisa in cui lasciarsi precipitare, una sorta di rete che tendeva ad agganciare e trasfigurare la perplessità di un pubblico, circondato dalla 'ciarla' contemporanea come direbbe Benjamin e quindi incapace di comprendere e 'reggere' il 'sonoro' silenzio dell'Universo.
Al riguardo risultano assai apprezzabili le performance dei musicisti in scena e la vocalità, ampia e ricca di sfumature, della cantante che talora li affianca, musicisti e cantante spesso anch'essi comprimari coinvolti nella recitazione stessa.
Bellissime come sempre le maschere, la cui singolare unicità e singolare espressività è ogni volta una scoperta.
In una Sala Aldo Trionfo del Teatro della Tosse di Genova, strapiena per le due attese rappresentazioni del 24 e 25 gennaio. Applausi convinti per uno spettacolo dal respiro europeo.

“FINALE (un’ouverture)” di Familie Flöz (Fabian Baumgarten, Lei-Lei Bavoil, Vasko Damjanov, Anna Kistel, Almut Lustig, Hajo Schüler, Mats Süthoff), regia Hajo Schuler, co-regista Anna Kistel
con Fabian Baumgartner, Lei-Lei Bavoil, Vasko Damjanov, Almut Lustig, Mats Suthoff, assistente regia Jelle De Wit, scenografia e costumi Stephane Laimé / Mascha Schubert, luci Reinhard Hubert
musiche originali Vasko Damjanov, Anna Lustig & Ensemble, sound design Giorgio De Santis, design illusioni Rocco Manfredi, sartoria Marion Czyzykowski. Direttore di produzione Peter Brix, contabilità William Winter, logistica Mattia Charchedi, booking Gianni Bettucci. Una produzione di FAMILIE FLÖZ in coproduzione con Theaterhaus Stuttgart, Theater Duisburg, Stadttheater Schaffhausen. prima mondiale: 9. Oktober 2025, Berliner Ensamble con il contributo di Hauptstadtkulturfonds

Foto Gianni Bettucci