Come nell'antica Tragedia a volte la Drammaturgia è più potente della Storia stessa, mostrandone oltre la 'cronaca' l'essenzialità intima e psicologica che si fa prima 'sinceramente' esistenziale e poi 'limpidamente' metafisica.
È il caso di “Sette bambine ebree”, il testo che la grande drammaturga inglese Caryl Churchill, sempre intensamente di 'parte', dalla parte cioè del dolore generato dalla 'sofferenza' quando diventa materia della vita stessa, scrisse in un 2009 che, per quanto è accaduto e sta accadendo in Palestina, sembra oggi, un 'oggi' profetizzato e dolorosamente avveratosi.
Del resto la profezia dell'enigma è parte consustanziale di ogni narrazione drammatica quando custodisce con sapienza la memoria proprio perché, come scrive il Direttore del Teatro Nazionale di Genova Davide Livermore, meritevole per una scelta commemorativa coraggiosa, presentando lo spettacolo prodotto e in scena alla sala Eleonora Duse dal 27 gennaio (giorno del ricordo della Shoah) al 1° Febbraio, la memoria <<non è un banale “altarino”, ma il fondamento della mia vita e della nostra ricerca teatrale>>.
Infatti, come ha detto Anna Foa, “La memoria ha senso solo se sa interrogare il presente” per cui paradossalmente la 'memoria' non serve solo o soprattutto a ricordare ma è necessaria per comprendere e dunque per agire, esteticamente e 'politicamente'.
Al centro di questa complessa operazione sulla 'Memoria', termine che in questo specifico contesto ha ormai assunto un valore paradigmatico, la speculare contrapposizione di due tragiche 'persecuzioni', la “Shoah” degli ebrei che per mano dei nazifascisti ha prodotto con la “Soluzione Finale” oltre 6 milioni di morti negli anni '30' e '40' del '900 (senza considerare Rom, Sinti, Slavi e oppositori politici), e la “Nakba” palestinese tra il '48, il '67 e oltre fino ai nostri giorni, senza fare graduatorie storiche ma per mostrare in entrambe a cosa può portare il rifiuto dell'altro, anche quando questo altro è stato 'insieme' a noi fino a ieri.
Non si tratta, per la Churchill di 'pesare' i rispettivi morti ma di un più universale e umano giudizio, dunque, che alla fine non contrappone le due opposte persecuzioni ma le accomuna anche oltre la consequenzialità, come in una coazione a ripetere che sfrutti il 'senso di colpa' europeo, di comportamenti che appaiono di biblica vendetta e rivendicazione di un dolore di cui l'altro in questione può anche essere 'innocente'.
“Sette bambine ebree” non è pertanto una storia di 'buoni' e di 'cattivi', a volte inestricabilmente interscambiabili nei ruoli, ma l'evidenza drammaturgica di un dolore che percorre la storia, una Storia che sembra essere maestra solo per ammaestrare a ripetere sanguinosamente gli errori e gli orrori che la percorrono.
Ad altri tribunali, in un rinnovato Aeropago di Norimberga, le condanne eventuali e giuste, il teatro propone esteticamente, senza essere in alcun modo giustificatorio, le ferite nel modo in cui non possiamo ad esse più sottrarci.
Da questo testo, tanto essenziale da essere scarnificato fino a mostrarne lo scheletro del dolore umano che percorre lo “Spirito della Storia” e che lo 'Spirito della Storia', come direbbe Hegel, produce incessantemente, nasce uno spettacolo altrettanto essenziale in uno scenario dove le parole drammaturgiche sembrano esplose come bombe o come ferite faticosamente incise su pareti e porte metalliche.
In questo scenario si muovono sette figure che non sono personaggi ma bensì i fuochi fatui che si accendono sui sepolcri, miraggi mutevoli di un meccanismo temporale, di cui le belle partiture coreografiche di Claudia Monti si fanno prevalente ed efficace carico poetico, in continuo movimento e che è quasi una trappola cui è difficile sfuggire.
Personalità provvisorie che si fanno collettivamente responsabili delle parole del testo, nella traduzione di Masolino D'Amico, in una struttura narrativa molto più lirica che drammatica ma che precipita con limpida teatralità sulla scena, in un fitto dialogo tra affermazione e negazione, in cui il 'non detto' è liberato alla consapevolezza, già dal suo esordio, esordio che sembra una rivendicazione della forza del Teatro, nella prima delle sette scene: “Ditele che è un gioco. Ditele che è una cosa seria”.
Un dialogo che si rivolge ad una bambina paradigmatica (ebrea ma potrebbe essere anche palestinese ovvero europea), anzi si rivolge come un coro tragico alla bambina che siamo stati, siamo, e saremo noi stessi.
Dentro questa latamente 'commossa' scelta registica di Carlo Orlando, integrata dalle musiche dal vivo eseguite dalla bella voce di Alessandra Ravizza, si muovono con bravura, nei mutanti costumi di Laura Benzi che cura anche le pregevoli scene, oltre allo stesso Orlando, Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Caterina Tieghi, Elisa Carucci e Pietro Desimio, tra rifugi anti aerei e 'piscine' che 'rubano' l'acqua da una terra occupata nel nome millenaristico di una promessa divina.
Uno spettacolo che non propone soluzioni 'facili', anzi che non offre alcuna soluzione inducendoci nella flebile ma irriducibile speranza, nascosta ma non assente nel testo, che, il prima possibile saremmo in grado 'noi' di offrirla e cercarla, quella 'soluzione' di pace.
In un teatro Eleonora Duse pieno, il pubblico ha per il momento risposto con i suoi ripetuti e partecipati applausi.
SETTE BAMBINE EBREE” di Caryl Churchill; traduzione Masolino d’Amico, regia Carlo Orlando, interpreti Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Carlo Orlando, Caterina Tieghi, Elisa Carucci Pietro Desimio, musiche eseguite dal vivo Alessandra Ravizza, partiture coreografiche Claudia Monti, scene e costumi Laura Benzi, aiuto regia Milo Prunotto. Produzione Teatro Nazionale di Genova.
Foto Matilde Pisani
