Un solo attore in scena circondato da voci. E’ un feto, testimone silenzioso, rannicchiato nell’oscurità fluida di un utero, che assiste al compiersi di un delitto efferato, l’assassinio del padre ad opera della madre e del suo amante. Mamma Trudy e il cinico zio Claude
sono amanti e vogliono uccidere il marito di lei, squattrinato poeta. In un monologo di un’ora e quarantacinque minuti, Marco Bonadei interpreta con grande empatia e trasporto, il dolore di chi assiste impotente a una tragedia, la parola diventa l’unica arma possibile. La vendetta non richiede fantasmi, ma si compie nel passaggio emblematico dall’immobilismo del ventre, alla decisione fatale di nascere, reclamando il proprio posto nel mondo. In questa originale riscrittura del mito amletico, il punto di vista si sposta radicalmente: la tragedia non esplode tra le mura del palazzo, ma si consuma all’esterno di una placenta, percepita attraverso vibrazioni, sussurri e trame letali. Un’immobilità d’azione, non di pensiero. Come in Shakespeare il punto di vista è quello del figlio che deve vendicare il padre, è anche lui l’attento esaminatore dei fatti, un figlio non voluto, impotente ad agire non per debolezza della volontà e dell’azione, bensì per ovvie condizioni biologiche eppure la sua vendetta sarà emblematica, dall’immobilismo del ventre materno, alla decisione di nascere prima che accada l’irreparabile. Nel romanzo di McEwan la vicenda assume le sfumature del thriller: John, la vittima, è vivo, parla, esprime i suoi sentimenti e solo verso la fine del racconto verrà ucciso. Non c’è nessun fantasma che chiede vendetta, come invece accade nell’Amleto. Eppure la nascita del figlio vendicatore, occuperà una parte importante del romanzo. La regia simbolica di Cristina Crippa avvolge tutta la scena in enormi teli e colloca al centro un utero materno, un’amaca, liquido amniotico e al tempo stesso rifugio storico, memoria del passato. Il palco diventa uno spazio mnemonico e viscerale. È un ambiente che si fa racconto metateatrale, dove il cordone ombelicale — simbolicamente rappresentato da una gorgiera elisabettiana— lega il protagonista a un passato che non ha vissuto in presenza, ma che già lo condanna. È tutta la scena che diventa memoria storica del senso del dramma. La parola scenica dello scrittore inglese e emerge come flusso di coscienza e analisi introspettiva di tutti i personaggi. La sua performance non è però solitaria: lo spettacolo si trasforma in un raffinato viaggio radiofonico, grazie alle voci registrate di un cast d’eccellenza (Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Enzo Curcurù, Alice Redini, Elena Russo Arman, Vincenzo Zampa). Queste presenze incorporee animano il flusso di coscienza del protagonista, rendendo udibili le analisi introspettive e le trame dei carnefici. Il successo dell’allestimento risiede anche in questa coralità invisibile, supportata da un comparto tecnico di alto livello. Scene e costumi (Roberta Monopoli): essenziali e simbolici, capaci di dare corpo all'astrazione del grembo; disegno Luci (Michele Ceglia) e suoni (Luca De Marinis): fondamentali nel tessere l’atmosfera sospesa e claustrofobica del dramma. Nel Guscio è una riflessione profonda sulla colpa e sull’identità, dove la parola di McEwan emerge in tutta la sua forza analitica. Uno spettacolo che riesce nell’impresa di rendere preziosa l’attesa, il silenzio di chi, non ancora nato, ha già visto troppo. Mentre fuori i giorni della merla sferzano l'ultimo freddo di gennaio, il teatro si schiude come il caldo abbraccio della persona amata, offrendo il rifugio ideale per immergersi nell'oscurità accogliente di un grembo materno.
Milano, Teatro Elfo Puccini, 31 gennaio 2026
Produzione Teatro dell’Elfo
Foto Marcella Foccardi
