Il suo Corpo appartiene alla Donna oppure la Donna appartiene al suo Corpo? È questo, penso, il doloroso quesito, frutto del più avanzato ed anche estremo femminismo, che percorre “Lucia camminava sola”, questa perturbante drammaturgia della “Tostacarusa” Tolja Djokovic,
già vincitrice del Premio Riccione Teatro 2023, andata in scena in prima assoluta all'Arena del Sole di Bologna e articolata su due piani temporali e su tre livelli linguistici ed estetici (il film-video documentario, il racconto storico-letterario e la rappresentazione) che confluiscono con coerenza illuminante nell'unicum dello spettacolo.
Sullo sfondo, ma essenziale, un terzo soggetto protagonista, quel Patriarcato che con la violenza dello stupro o l'apparente 'asetticità' della Medicina cerca storicamente, antropologicamente e sociologicamente, di esercitare, appunto attraverso il suo Corpo, il ferreo controllo di genere sul femminile nella sua espressione più intima, unica ed essenziale, la procreazione.
La drammaturgia prende spunto e vita dal testo “Dare l'anima, storia di un infanticidio”, dello storico Adriano Prosperi che racconta la vicenda documentata di Lucia C., giovane donna bolognese condannata e impiccata nel 1709 per aver ucciso il figlio appena nato, frutto di un violento stupro di strada.
Già dal suo titolo, poi, introduce un altro importante elemento di riflessione drammaturgica, la solitudine, indotta e spesso 'accettata' della donna, di fronte alla violenza del patriarcato, una violenza che induce al silenzio che Lucia vive e pratica non denunciando né la violenza, né la gravidanza (mai confessata, neanche alla sua stessa madre) fino all'esito tragico di cui lei confesserà il 'come' ma non il 'perché', forse perchè intuiva che non sarebbe stata compresa.
In scena i tre livelli linguistici sono ben esplicitati dai protagonisti, l'autrice ed il suo film, Lucia, ed una Band/Orchestra in funzione di Coro tragico, sorta di parabole 'metafisiche' che si intersecano non solo per comporre la narrazione scenica ma soprattutto per circoscrivere il suo nucleo dolente, universale espressione di una condizione del vivere, ancora non pienamente elaborata e dunque mai veramente evolutasi, che riguarda la donna e l'uomo, insieme.
Ci sono come detto due aspetti che si fronteggiano nello scenario drammaturgico e scenico, cioè il rapporto della donna con il maschio e il suo patriarcato dominante, e più intimamente il rapporto della donna con il suo corpo e quindi con se stessa.
Infatti è il corpo che domina la scena, un corpo pubblicamente dissezionato, come allora tragicamente usava con i cadaveri anche dei condannati e delle condannate, ed un corpo 'rappresentato' ad uso prevalente e tendenzialmente 'sadico' del potere medico, come nella, più volte richiamata, famosa “Venerina” ceroplastica di Susini Clemente Michelangelo, custodita non a caso nel Museo di Palazzo Poggi a Bologna.
Il corpo e la sua bellezza perturbante che si espongono quasi per interrogare e interrogarsi, il corpo che domina il palcoscenico scenico nella postura della citata “Venerina”.
C'è, al riguardo, una significativa e molto illuminante, oltre l'espediente drammatico, alternanza sul tavolo 'settorio' che entra ed esce dalla scena; all'inizio il corpo liberato dal sacco è quello di 'allora' (l'attrice Lucia), alla fine è invece quello nudo dell'attrice autrice di oggi portato direttamente dentro lo sguardo del pubblico (quello di ieri in piazza e quello di oggi a teatro), a testimoniare che in fondo molto poco è cambiato.
Un corpo sempre profondamente 'politico', dunque, in cui la simbolicità metaforica del genere sovrasta la sua stessa materialità, un corpo 'politico' e 'simbolico' su cui esercitare il 'potere' anche sopprimendolo con violenza, base tuttora del femminicidio, quando sembra farsi incontrollabile e 'insopportabile', per cui il maschio uccide il corpo femminile per 'preservare' il simbolo del 'possesso'.
Un corpo di cui la drammaturga, quasi per irriducibile 'sovrapprezzo', sembra interrogare anche con paura e talora disgusto l'autonomia, che impone alla donna che ospita (quasi fossero due soggetti o consapevolezze diverse e di contrapposta natura) i mutamenti della gravidanza, intensi, crescenti e inarrestabili fino al parto, e solo poi all'infanticidio, che del parto appare quasi l'esplicitazione 'tragica' di due spinte irriducibili, quella della vita e quella della morte.
Un dialogo continuo in cui far ricadere e insieme stimolare il dibattitto che ci attraversa tutti e tutte, socialmente come 'generi' ma anche esistenzialmente come 'persone', quello sulla gravidanza, sulla generazione della vita e sul 'desiderio' che l'accompagna, cui manca, e non può credo che mancare, una risposta 'univoca'.
Lo spettacolo è fatto di presenze, di luci e di ombre, di nostalgie e di suggestioni, di ricordi e di promesse di futuro, su una scena sgombra di oggetti di scena e riempita di simulacri di 'vita', tra cui spicca per intensità la riproduzione di una sala anatomica, in cui si muovono con grande sapienza recitativa le due attrici (Aura Ghezzi e Martina Tinnirello) e la band/orchestra, variamente composta dalle due medesime attrici (Lucia in costume e l'Autrice in abiti moderni), da Federica Furlani e da Jacopo Giacomoni.
Una Band che così, musicando dal 'vivo' nel sound design della Furlani l'intera narrazione, esprime visivamente una 'dissonanza' non solo temporale ma anche metaforica tra maschile e femminile, e da cui si staccano talora le reciproche 'interferenze'.
Uno spettacolo ricco di una commozione più lucida che razionale che sbilancia e su cui scandalosamente inciampare.
Da 5 all'8 febbraio nella sala Thierry Salmon del teatro Arena del Sole che infine si trasforma, spofondando in se stessa, in un ipnotico teatro medico anatomico in cui lo sguardo del pubblico si muove dall'alto verso il basso, dal fuori al dentro. Un lavoro complesso ma capito e molto applaudito dal numeroso pubblico presente.
“LUCIA CAMMINAVA SOLA” Materiali per un documentario, drammaturgia e regia Tolja Djokovic, con Aura Ghezzi, Jacopo Giacomoni, Martina Tinnirello, sound design e musiche Federica Furlani, scene Francesco Cocco, luci Francesco Cocco, Giulia Bandera, costumi Sandra Cardini, grafica e direzione artistica visual Fabrizio Goglia, video artwork Chiara Bruni, Fabio Spalvieri, direzione tecnica Alessandro Levrero, musiche eseguite dal vivo Federica Furlani, Jacopo Giacomoni, Aura Ghezzi, Martina Tinnirello, aiuto regia Nicolas Murena, organizzazione e promozione Marco Molduzzi, Andrea Martelli. Produzione E Production, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Riccione Teatro con il sostegno di IntercettAzioni - Centro di Residenza Artistica della Lombardia. IN PRIMA ASSOLUTA.
Foto Luca Del Pia