powered by social2s

I tre compagni artisti, che i lettori interessati ormai conoscono, e cioè Elia, Vito e Lucia, si ritrovano di nuovo presso la solita sala da tè a due passi da piazza di Spagna. Esauriti i classici preamboli di cortesia Elia con decisione si rivolge a Vito:

“Carissimo io e Lucia abbiamo una sorpresina, che non puoi rifiutare: avendo ormai buttato giù tutto il copione  ci siamo incontrati a casa di Lucia e abbiamo preparato una lettura del testo, senza ripetere, la prima parte che già conosci. Io leggerò le battute dell’avventore e Lucia quelle della signora che s’aggira nei pressi della stazione, mentre si ascolta assieme al canto dei grilli notturni, il fievole lamento di una fisarmonica suonata dal marito gravemente malato della signora. Ti sta bene Vito? Ah! Scusa, dimenticavo: le brevi didascalie necessarie non conviene leggerle. Le ho scritte in corsivo sul testo, per quando comunque lo leggerai. D’accordo?”.
“Ottima idea Elia, d’accordissimo su tutto… purché, alla bisogna, possa intervenire per qualche osservazione…”.
“Ma certo, assolutamente!” prrecisa Lucia, e al contempo Elia fa un vistoso cenno d’assenso, approfittando di sorbire gli ultimi sorsi della sua bevanda.
Elia e Lucia prendono in mano i loro fogli per iniziare la loro lettura, si appoggiano al tavolino, e, come pure Vito, si muniscono di una penna per buttar giù eventuali appunti.
Elia assicura i due colleghi che né le didascalie né le intonazioni delle battute, e le intenzioni espressive, e così via, devono costituire un riferimento per un’eventuale futura rappresentazione.  Al che Vito interviene: 
“State tranquilli, e serenamente svolgete la vostra lettura, io vi interromperò se proprio mi pare necessario, ok? Dai iniziate…”.
Ed Elia: “Naturalmente non starò a ripetere ogni volta il nome del personaggio che parla, né del mio, l’Avventore, né quello della Donna. E necessita che precisi come la Donna, sbucata nella semioscurità della stazione, si dirige verso il piccolo bar e precisamente a due passe dall’Avventore che si trova in uno stato di dormiveglia, col suo giornale cadutogli a terra dalle mani”.
Lucia: Non le dice nulla questo?
Elia: No… non mi dice nulla!... E’… un cappellino…
Lucia: Lei mi prende per pazza, è vero? Come mio marito! Si avvicini a me.
Elia: Ma si rende conto di cosa mi sta dicendo? 
Lucia: Mi rendo conto, perché lei stasera ha parlato con mio marito, il signore che ha un… un  epitelioma sulle labbra! Io ho bisogno d’aiuto; lei mi deve aiutare!
Elia: Anche se volessi, signora mia, non potrei; io, devo raggiungere la mia famiglia in vacanza; ho il treno tra pochi minuti.
Lucia: Ma signore, anzi… qual è il suo nome?
Elia: Ma perché vuole saperlo, che gliene importa?
Lucia: M’interessa, m’interessa! Io non la vedo come uno sconosciuto, sa? un anonimo, appunto: mi dica come si chiama.
Elia: Lei è così insistente… che…e va bene, mi chiamo Salvatore. 
Lucia: E lei mi può chiamare Vivì… Totò, lei non può avere il coraggio di abbandonarmi qui, sola, per andarsene in vacanza… 
Elia: Lei ce l’ha un marito, no?, quello che ho conosciuto, si…
Lucia: Totò, io il marito è come se non ce l’avessi!... capisce?  
Elia: Già… epi… epi…  Mi scusi dimenticavo… ma non è ancora… 
 Lucia: Ma è come se lo fosse ormai inerte, un morto che cammina; ma lei, Totò, non se ne è accorto? 
Elia: Capisco, da un certo punto di vista… Ma non saprei come aiutarla, signora… 
Lucia: Vivì, Vivì! 
Elia: Ma le ripeto che la mia famiglia mi aspetta, si metterebbero in agitazione, devo prendere il primo treno.
Lucia: Sua moglie è gelosa, vero Totò?
Elia: Come ogni moglie quarantenne o giù di lì, ma  non è opprimente Vivì! Mi scusi, signora.
Lucia: Mi devi dare del tu, ti prego, lei mi può chiamare Vivì… Totò, lei non può avere il coraggio di abbandonarmi qui, sola, per andarsene in vacanza…
Elia: Lei ce l’ha un marito, no? quello che ho conosciuto, si…
Lucia: Totò, io il marito è come se non ce l’avessi!... capisce?
Elia: Mi scusi dimenticavo… sono confuso, stanco… è molto tardi…  
Lucia:  Ma lei, Totò, non si rende conto della gravità della situazione nostra?
Elia: Capisco, si, da un certo punto di vista… Ma non saprei come aiutarla, signora… 
Lucia: Vivì, Vivì!
Elia: Ma le ripeto che la mia famiglia mi aspetta, si metterebbero in agitazione, devo prendere il primo treno.
Lucia: Sua moglie è gelosa, vero Totò?
Elia: Come ogni moglie quarantenne o giù di lì, ma non è opprimente … Vivì! O mi scusi, signora.
Lucia: Ma si, dammi del tu, ora siamo amici! 
Elia: Ma lei… ma tu… sei pazza, sei pazza! Tu vuoi scherzare! 
Lucia: Io dico sul serio, una persona disperata come me non può scherzare! E non può essere abbandonata così su due piedi. 
Elia: Tu mi metti in imbarazzo, con la tua ostinata insistenza; tu mi stai portando all’esasperazione…Vivì!
Lucia: Non più esasperato di me, credimi, Totò! 
Elia: E finiscila di chiamarmi Totò, mi dà ai nervi. 
Lucia: Ma io parlo sul serio, con dolore, non ti devi innervosire, una persona disperata come me non può scherzare! e non può essere abbandonata così su due piedi. 
Elia: Senti, torniamo al lei, come due perfetti sconosciuti che, fra poco, all’arrivo del treno, sicuramente non si rivedranno più.
Interviene Vito:
“Scusate, ma il topos dei nervi mi pare duri un po’ troppo, vi pare?”.
“Si, vero, lo stringerò, comunque è finito. Riprendi Lucia.”.
Lucia: Ma tu, Totò, in quel treno non potrai non ripensare alla mia disperazione!
Elia: Ma non sono io il responsabile della tua disperazione!
Lucia: Ma puoi alleviarla, alleviarla! Chiedo solo un grammo di empatia!
Elia: Questo è un ricatto, un miserabile ricatto! Allora, ripeto: perché, lasciando stare Totò, il tu, il conforto, eccetera, eccetera, proprio io che per te… per lei, sono un x y qualsiasi, dovrei aiutarla?
Lucia: Perché mio marito, che se ne va in giro con la sua fisarmonica tra le braccia, tutta la notte, e che non riesce a chiudere occhio, ha parlato con te, si è totalmente aperto a te!
Elia: Per caso, è successo per caso, solo perché ho perso l’ultimo treno della sera, per un maledetto soffio, santa miseria, per un soffio, capisce?
Lucia: Nonostante il caso, io sono certa che lui non si è mai aperto con nessuno come con te, con te, Totò!    Quindi tu sei l’unica persona a sapere come stanno le cose tra me e lui.
Elia: Che bel privilegio!
Lucia: Può invece essere la salvezza, la fine di uno strazio!
Elia: Non ti seguo. Il fatto che tuo marito mi ha parlato in modo così aperto, senza remore, della vostra “dolorosa” situazione, per la quale io non trovo neanche parole adatte che consolino, questo fatto non mi obbliga a ficcare il naso nelle vostre faccende, ad entrare nella vostra vita, non vedo giustificazione alcuna.
Lucia: Hai troppi scrupoli, chi credi di offendere: una prossima vedova inconsolabile e un povero disgraziato che vede sempre più vicino… quel traguardo inevitabile!? Comunque, a “cose fatte”, non ci vedrai mai più!
Elia: Che significa “a cose fatte”?
Lucia: Per me vorrebbe dire molto, forse tutto questo <<a cose fatte>>!
Elia: E cioè?
Lucia: Totò, è difficile trovare le parole giuste, è una situazione molto delicata la nostra.    Ecco… vedi… vorrei dirti molte cose.
Elia: Molte no: l’essenziale, perché c’è poco tempo.
Lucia: Ma per la situazione in cui mi trovo, trovare le parole giuste, all’impronta, credimi, è difficile.
Elia: Ci credo, ma devi fare in fretta, ti ascolto.
Lucia: Ma non parlarmi così, con sufficienza, tanto per… vorrei da te un po’ di attenta disponibilità.
Elia: Santa miseria, ti ascolto, ma ogni secondo che passa lo hai perso.
Lucia: Allora, vedi Totò, io… io sono addolorata per lui, per quello che l’aspetta: e come potrebbe essere altrimenti!… Solo che, ecco… insomma…
Elia: Insomma? 
Interviene Vito: “Scusa Elia, preferirei che non recitassi, quasi, ti spiace? Anche se lo capisoc, eh?,  grazie, scusa…”.
Elia: Ma figurati, va benissimo! Riprendiamo!”.
Lucia: Insomma, purtroppo… Ho capito che, che  non ci sarà solo il dolore per chi se n’è andato… se prima la situazione è insostenibile pensando al destino che aspetta di chi ti sta vicino, “dopo” pensi che sia altrettanto insostenibile per chi rimane, per la sua propria vita… E io non posso pretendere che mio marito capisca questo, che ci pensi, che si preoccupi…
Elia: Ma tuo marito ti lascerà pure un minimo di sicurezza economica!?
Lucia: Ma a cosa pensi?
Elia: Scusami, pensavo che fossi angustiata per il tuo futuro, per la tua sussistenza materiale!
Lucia: Intendi: per il mio “benessere”? E tu, magari, pensi che io ti possa chiedere qualcosa? 
Elia: Ma che dici! A me!? A uno sconosciuto, poi!
Lucia: Totò, ma per me tu non sei più uno sconosciuto.
Elia: Allora, volevi proprio dire che io dovrei… ma io ho famiglia… io…
Lucia: Ma che stai pensando!?… Ciò che mi rende così incerta, così inerte, oltre alla sua malattia, è il fatto che io non posso dirgli: ci sono anch’io. Chiedergli: che ne sarà di me? Non della mia sussistenza economica, no, ma della mia vita di donna, dei miei sentimenti. Lui ha tutto chiuso nella sua cupa disperazione, ed io lo capisco…A volte affiora nella mia mente… quasi mi vergogno a dirlo… un pensiero: cosa sarà della “mia” disperazione? Della “mia” solitudine? Col vuoto dentro e attorno a me? Con l’inutilità delle mie giornate? Vivì sarà come un geranio bruciato dal gelo invernale? Io prima… non vorrei proprio dirlo…  Ero felice, piena di vita, e vedermi così… ma lo urlo: comunque a cose fatte non ci vedrai mai piu!
elia:   Mi vuoi dire che significa “a cose fatte”?
Lucia:  Ecco… vedi…
Elia: Ma no! Ma guarda!…  Pensa! Tu… lei… mi vuol far perdere la pazienza, vero? Guardi che io non sono poi un tipo del tutto calmo, come sembro. 
Lucia: Dobbiamo aiutare mio marito.
Elia: Ancora! Le ripeto che io, purtroppo
Lucia: Totò, non darmi del lei, ti prego; ti sento freddo, lontano; ti assicuro che una certa cosa, senza che tu debba perdere il tuo maledetto treno, una sola semplice cosa, la puoi fare.
Elia: Tuo marito aveva ragione: sei ostinata, invadente; sentiamo, cosa dovrei fare?
Lucia: Tu devi aiutarmi a far morire mio marito questa stessa mattina.
Elia: Come?
Lucia: Ho detto che tu, proprio tu, Totò, devi aiutarmi a far morire mio marito, questa mattina, alle prime luci dell’alba.
Elia: Non ho  ben capito…
Lucia: Far morire mio marito: se vogliamo, si chiama EUTANASIA, si, eutanasia.
Interviene Vito, tra l’incuriosito e il perplesso.
“Vi dispiace se vi propongo di vederci ancora un’altra volta? E se tu Elia sei d’accordo mi puoi dare almeno le pagine fin qui lette da voi?
“Per me nessun problema!” fa Elia, e Lucia annuisce.
E ancora Vito: “Non fatemi domande o richieste di giudizio per ora, rivediamoci e finiamo la lettura del testo, ok?”.
I compagni di lavoro acconsentono…