Il suono della campanella apre e chiude il cerchio della rappresentazione. È un rintocco unico, universale, che scandisce il ritmo della vita scolastica: l’inizio delle lezioni, la tregua dell’intervallo, il sorgere e lo spegnersi del vocìo degli alunni. Al Teatro Elfo Puccini
torna in scena con nuove sorprese, uno spettacolo intelligente e brillante, capace di regalare momenti di gioia e riflessioni sull’uso (e l’abuso) della nostra lingua. La parola scenica di Francesco Frongia scorre dinamica e mantiene sempre viva l’attenzione del pubblico. In un’epoca segnata dalla dittatura dell’ignoranza, dalla fretta del digitale e dalla superficialità sintattica, questo spettacolo-lezione si pone un obiettivo ambizioso: studiare la lingua italiana, aiuta a vivere felici. Ma qual è il legame tra grammatica e benessere? La risposta risiede nella cura. Se la felicità si nasconde nei dettagli, lo stesso accade all’interno di una frase: la scelta del verbo esatto, la precisione di un tempo verbale o di un participio, non sono pignolerie, ma atti di rispetto verso il pensiero e verso chi ci legge o ci ascolta. Per un’ora, il pubblico si ritrova immerso in un’interrogazione originale. A guidare la classe un irresistibile e simpatico professore, Nicola Stravalaci, efficace e vivace nella sua interpretazione. Ottimo mattatore della scena, Stravalaci, regge il ritmo con forza e ironia, dibattendosi tra le difficoltà dell’insegnamento e il desiderio di trasmettere la bellezza del lessico. Attraverso un coinvolgimento diretto degli spettatori, l’attore dimostra che non siamo solo ciò che vestiamo, ma siamo soprattutto le parole che scegliamo di usare. Non è una questione di eleganza formale, ma di cura verso l’altro. Particolarmente toccante è il passaggio sulla riscoperta dell’apostrofo, ormai vittima sacrificale della messaggistica istantanea. Lo spettacolo lo riabilita, ricorrendo ad una storia raccontata dalle maestre di un tempo (ma qualcuna ancora lo fa...): “L’apostrofo è la lacrima lasciata in dono, al posto della vocale che se n’è andata”. Quando si perde il racconto della grammatica, si perde il valore stesso della parola, il suo senso profondo. Il finale diventa un inno a vedere la lingua come una relazione fra le parole, come innamorati che si tengono per mano, così il pubblico e il protagonista si ritrovano uniti in un ballo improvvisato. La regia sceglie di trasformare il palco in un’aula scolastica dai tratti quasi espressionisti, dove gli oggetti quotidiani assumono proporzioni simboliche. Anche il costume del professore con gli stivali da domatore di leoni, diventa emblematico in questo gioco di riflessione sulla lingua (collaborazione a scene e costumi Saverio Assumma). Domina la scena una grande matita minacciosa, che svetta come un monito, sospeso sulle teste del pubblico, affiancata da un dizionario gigante, il cui volume sembra quasi incutere timore reverenziale. Questi elementi scenografici non sono semplici decori, ma proiezioni fisiche delle nostre ansie legate allo studio. Tuttavia, è proprio qui che il gioco teatrale si fa più sottile: ciò che inizialmente appare mostruoso e opprimente diventa, un pretesto per una riflessione accurata. Le luci di Giacomo Marettelli Priorelli, accompagnano questa trasformazione, ammorbidendo i contorni del sapere accademico per rivelarne il lato umano. Lo spettacolo riesce così a mostrare quanto sia impegnativo, ma allo stesso tempo immensamente soddisfacente, il percorso per amare la nostra lingua. La fatica del comprendere si scioglie nel sorriso, trasformando la paura del dizionario nel piacere della scoperta. Quando la campanella suona per l’ultima volta, il cerchio si chiude, allo spettatore resta addosso la sensazione che prendersi cura di un congiuntivo o salvare un apostrofo, non sia un esercizio di stile, ma un atto di libertà. In un mondo che urla e abbrevia ogni parola, lo spettacolo dell’Elfo Puccini ci sussurra che parlare bene significa, in fondo, amarsi un po’ di più. Si esce con la voglia di sfogliare un dizionario come una mappa per ritrovare le parole smarrite, quelle che non usiamo più per pigrizia del pensiero, un grande pericolo per uno sguardo critico sul reale. La pigrizia del dire diventa un’anestesia del capire: smarrire le parole non è silenzio, è la resa dello sguardo critico. La pigrizia ci spinge ad usare parole “comode” (pensiamo ai tanti “vabbè” e ai numerosi “diciamo” o peggio ancora ...“figo”) ci impedisce di fare uno sforzo di analisi. Se non ho la parola “dissenso”, non posso dissentire pienamente. E oggi più che mai, guardando quello che sta accadendo nel mondo, ne abbiamo davvero bisogno.
Produzione Teatro dell’Elfo
Milano, Teatro Elfo Puccini, 8 marzo 2026