powered by social2s

Raccontare è “fare un fuoco” e dunque “fare un fuoco” è da sempre raccontare, raccogliendo le forze per la faticosa traversata della vita, per cui già il titolo di questa narrazione in scena contiene il senso complessivo di un 'gesto' (come per la danza l'omologo 'cerchio magico'

anche narrare in teatro è un 'gesto') in cui la parola trova nell'ascolto un senso più ampio, dipanando nella voce dell'attore, sempre quasi misteriosamente scaturente dal suo corpo in scena, la sua inarrestabile complessità.
Fare fuoco è il segno dell'umanità sulla terra, che la solitudine di un cacciatore perduto nel bianco dei ghiacci dello Yukon con il suo cane Lampo non limita, ma esalta nel suo essere irriducibilmente una 'Comunità', è il suo segno e la sua 'difesa' nella Natura leopardiana che lo sovrasta misteriosa ma, se giustamente 'rispettata', lo accoglie comunque anche quando sembra tragicamente respingerlo oltre il fiume della morte.
Non a caso in “FARE FUOCO”, questo bell'esempio di un po' perduto 'teatro di narrazione', di Francesco Niccolini e Luigi D'Elia, interpretato dallo stesso Luigi D'Elia e visto al Teatro del Ponente di Genova Voltri, i due drammaturghi scelgono come esergo questa frase (sembra un verso) tratta da “La Strada” di Cormac McCarthy:
“Tieni acceso un piccolo fuoco; per quanto piccolo, per quanto nascosto”,
a indicare proprio come questo piccolo fuoco rimanga, in un mondo travolto e incattivito, ciò che simboleggia quanto di inestinguibile (?) resta dell'Umanità e dell'umanità dell'uomo e della donna, prima, adesso e dopo.
Tratto molto liberamente dai 'glaciali' “Racconti dello Yukon” di Jack London, ultimo spettacolo di una trilogia del duo Niccolini/D'Elia dedicata al Lupo che comprende anche “La Grande Foresta” del 2013 e “Zanna Bianca” del 2019, ci parla di un viaggio tentato verso la ricchezza e la felicità di un cacciatore/minatore solitario che, durante la stagione più improba, decide, fidando nella sua fortuna, di raggiungere comunque una miniera da cui lui e i suoi amici contano di estrarre molte pepite d'oro.
Un atto di superbia, forse, di un uomo avido, una hybris che aspetta solo di essere punita dagli dei della natura e dal Dio dell'uomo (che però spesso ci fa grazia), la cui conclusione, qualunque sia la versione che vogliamo far prevalere tra racconto e drammaturgia, tra morte e vita, tra realtà e sogno, rimane un mistero, anzi 'il' mistero che ci accompagna 'muto' nella nostra parabola esistenziale, in un mondo da 'conoscere'.
Perché il viaggio, nella letteratura nordamericana in particolare, è la metafora insuperabile della vita, soprattutto quando la sua origine, il suo punto di partenza è misterioso e la sua fine, il suo traguardo è ignoto.
In questo la scelta dei drammaturghi di modificare il finale del racconto di London (che è tragico) è a mio avviso un atto di consapevolezza contro il cinismo di chi crede di vedere solo il male o l'ipocrisia di chi vuole vedere solo il bene, mostrando come nel DNA della vita ci sia la vita stessa da preservare nella sua speranza e con i suoi miracoli che, a volte, accadono anche contro la distruttività compulsiva che ci portiamo dentro.
Una delle più belle scritture di 'avventura', a torto spesso ritenuta destinata a bambini e adolescenti come storie di formazione, ma in realtà dura come dura è la letteratura delle fiabe e profondamente 'trasversale' riguardandoci profondamente tutti, e la composizione della platea nel Teatro di Genova Voltri ne è stata la prova più evidente.
Adulti, qualcuno forse con la scusa di portare il figlio, giovani, adolescenti, ragazzini e bambini, questi ultimi più di altri appassionati e rapiti dalle vicende di quell'uomo e di quel cane tra i ghiacci e forse per questo più capaci di coglierne il senso anche se forse ancora incapaci di restituirlo.
Molto bella la scrittura scenica, una sola sedia e l'uso accorto e figurativo delle luci di Francesco Dignitoso (molto efficace l'effetto 'fuoco' o l'effetto ghiaccio) a fare l'intera scenografia, e dentro di essa Luigi D'Elia sa muoversi sapiente, usando il suo corpo per costruire ambienti e la sua voce, attentamente modulata, per dipingere paesaggi.
Al “Teatro del Ponente” di Genova Voltri, il 7 marzo. Uno spettacolo significativo e commovente che ha raccolto molti ripetuti applausi.

FARE UN FUOCO di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia molto liberamente ispirato ai Racconti dello Yukon di Jack London, con Luigi D’Elia regia di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia disegno luci Francesco Dignitoso assistenti alla produzione Elisabetta Aloia, Adalgisa Vavassori, Susanna Zoccali le musiche originali sono di Giorgio Lazzarini una produzione Teatri di Bari | Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro In collaborazione con INTI.

Foto Michela Cerini