Frankenstein di Mary Godwin Shelley più che un personaggio epico è una sorta di Mito Generato in una gestazione dolorosa che assomiglia a un 'parto', e non tanto perché scritto da una donna che in sé somma la fatica della scrittura e quella della vita in una Società
assai poco accogliente per il femminile come quella “Vittoriana”, pur vivendo lei in un entourage non solo familiare culturalmente stimolante e avanzato, ivi compresa l'amicizia con Byron.
Soprattutto perché il legame che stringe il personaggio e la scrittrice, la 'Creatura' con la 'Creatrice' è più simile a quello di una partoriente con il figlio che sta generando, nel mistero di un esito che non può essere pienamente controllato, che a quello, vigile e razionale, tra letterato e la sua creazione letteraria, lirica o epica che sia.
Pur essendo Mary Godwin Shelley figlia di un'antesignana del femminismo, scandalosa e perturbante in quell'epoca (ma forse anche nella nostra), qui non si tratta io credo solo di una questione di genere (la scrittura maschile contro quella femminile che si ribella alla sua chiusura in una sorta di 'riserva indiana' a limitare argomenti e impatto), quanto piuttosto di una questione più generale di 'condizione umana' che nella donna inevitabilmente precipita con maggior forza.
L'esserci esistenzialistico vissuto da un'angolatura, quella della maternità in particolare, che ne esalta la profonda contraddittorietà, tra enfatizzazione retorica del Patriarcato e dolore fisico ed esistenziale (la madre di Mary morì di Setticemia dopo averla partorita), e che di un grumo di materia fa un essere vivente che deve diventare individuo.
La creatura 'Frankenstein', nel suo essere creatura generata artificialmente, e dunque 'sottratta' a Dio, in fondo scrive proprio questa storia del rapporto doloroso e contrastato con il proprio corpo e poi con la propria mente/anima, che solo il femminile, con la sua 'naturale' capacità di generare vita, può più profondamente sondare per poi poterlo mettere a disposizione dell'Umanità universale (anche quella maschile se e quando vorrà ascoltare) che inevitabilmente attraversa quella primigenia relazione.
Un 'Mito' dunque che dal suo concepimento (!) alimenta l'immaginario collettivo, inattaccabile dallo scorrere del Tempo e capace di produrre riflessioni etiche e soprattutto estetiche di cui le innumeri versioni e variazioni, tra film, romanzi e teatro, sono testimonianza da allora fino al nostro oggi e certamente oltre.
Nel suo “FRANKENSTEIN”, andato in scena al Teatro della Tosse di Genova per la sua Regia e Drammaturgia, Ivonne Capece coglie innanzitutto l'intrinseco aspetto plurilinguistico, in cui la significatività narrativa è come distribuita per 'livelli' (sociali e interiori, storici e metafisici), costruendo una messa in scena plurimediale che compone e sovrappone il corpo concreto dell'attrice in scena con la virtualità del video, che scorre alle sue spalle articolando un sovra-racconto che fa da sotto-testo o controscena al transito scenico stesso.
L'insieme delle plurime suggestioni che emanano dai diversi livelli linguistici è infine raccolta e canalizzata nelle cuffie che ogni spettatore indossa per tutta la durata dello spettacolo, per un ambiente sonoro più che stereofonico, fino alla pluridimensionalità di un moderno 3D che lo circonda e quasi lo abbraccia.
L'effetto complessivo, assai straniante ma più immersivo che alienante, è di grande efficacia, quasi una vivisezione della scrittrice, come la sua creatura sul tavolo anatomico, ma rischia a volte di produrre una certa 'distanza' rispetto alla condivisione fisica e mentale che la presenza dell'attrice sul palcoscenico produce, una distanza che talora può diventare distacco, come davanti alla consolle di un PC.
In scena la brava Maria Laura Palmeri è Mary Godwin Shelley che, in un ribaltamento consapevole di prospettive, si appropria del suo racconto, prendendo il posto e il ruolo del giovane scienziato del romanzo e volendo quasi giustificare a sé stessa una creazione letteraria con la quale, si sa, ha avuto sempre un rapporto contrastato, tra rivendicazione e rifiuto.
In video (Lara Di Bello e Giuditta Mingucci) scorrono, nelle riprese di Lorenzo Salucci, le immagini della Madre e di quella che forse è una proiezione performativa della visione della drammaturga stessa, a costituire quello sfondo esistenziale implicito che da subito ha, come detto, interferito con il senso della Maternità di Mary.
Uno spettacolo complesso, ben curato in drammaturgia e regia, capace di connettersi (ci si perdoni il dovuto richiamo al mondo Web) con più spontaneità al femminile piuttosto che al maschile, in cui può suscitare inconsapevole sconcerto necessitando forse di una più difficile e durevole, ma proprio per questo necessaria, elaborazione.
Del sound design di Simone Arganini si è già scritto, altrettanto coerenti in capacità metaforica sono i costumi e la scenografia di Micol Vighi e il light design di Cristina Spelti.
Alla Sala Aldo Trionfo del Teatro della Tosse di Genova dal 12 al 14 marzo. Buona la partecipazione e molti gli applausi.
FRANKENSTEIN. Drammaturgia e regia Ivonne Capece. Con Maria Laura Palmeri (in scena), Lara Di Bello e Giuditta Mingucci (in video). Assistente alla regia Micol Vighi. Sound designer Simone Arganini. Scenografie Micol Vighi. Costumi Micol Vighi. Postproduzione video Cristina Spelti Light designer Cristina Spelti. Riprese video Lorenzo Salucci. Tecnica Angelo Generali. Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale. Location video Fondazione Gualandi a favore dei sordi, Museo di Palazzo Poggi Bologna. Spettacolo con tecnologia audio binaurale in cuffie wireless. Progetto europeo Play-On – New Storytelling with immersive technologies.
Foto Elsinor Centro di Produzione Teatrale