C'è la fascinazione dell'onirico in questo spettacolo di 'Figura' che, fedelmente, del sogno sceglie il linguaggio, fatto di suoni che cercano e trovano il loro significato ricadendo dentro il gesto e l'immagine che li hanno prodotti.
“QUIJOTE”, della famosa e già pluripremiata compagnia valenciana con oltre quarant'anni di vita ed esperienza estetica “Bambalina Teatre Praticable”, in scena al Teatro Akropolis di Genova per la bella Rassegna/Festival “Controscena”, è un Don Chisciotte che emerge, quasi eruttando improvviso da un vulcano che si credeva spento, dal suo profondo, gutturale come un'esplosione di angoscia e lanciato come un grido contro i Mulini a Vento della ipocrisia e della falsità di un mondo cui crede di ancora appartenere ma che alla fine lo rifiuta.
Due i burattini protagonisti, ovviamente Don Chisciotte e lo scudiero contadino Sancio Panza, e attorno a loro si muovono gli oggetti metafora del mondo che a volte assumono gli aspetti antropomorfi di sodali o antagonisti, Dulcinea del Toboso, i giganti, lo studente e tutti i numerosissimi altri.
Sappiamo che il vulcano da cui erutta l'intera narrazione è la 'letteratura' (a partire dal noto e anche altrove ripetuto meta-romanzesco escamotage del misterioso manoscritto ritrovato), la letteratura che trasfigura un indolente nobiluomo iberico, e le persone che nella sua vita lo circondano, in un 'hidalgo', nell'eroe grottesco della Mancia che suscita e subisce, come in tutti i sogni, improbabili avventure che lo travolgono nella caduta da se stesso.
Metafora dunque di un epoca, quella della grande letteratura barocca spagnola del “Siglo d'oro” (come non ricordare la “La vida es sueño” di Calderon), e metafora soprattutto, venata di un dolente pessimismo gnostico, di una condizione umana spinozianamente divaricata tra immagine e divina natura.
Tutto questo è Don Chisciotte, ma lo spettacolo a volte fatica a pienamente rappresentarlo, ostacolato forse dalla imprecisa conoscenza, magari in particolare al di fuori della Spagna che del suo mito continua ad alimentare la cultura di adulti e ragazzi, che di quel mito il pubblico delle generazioni di oggi padroneggia.
Così gesti, ombre, maschere e infine i suoni che ambiscono ma non sono ancora parole, quasi indicandole come la luna il dito, rischiano a volte, nel loro transito narrativo, di rimanere sospesi e isolati faticando, anche nella loro specifica organizzazione scenica, a ricostruire la trama profonda del racconto che comunque ben custodiscono.
Per il resto le marionette sono molto belle e suggestionanti e i manovratori le padroneggiano con buona abilità ed estetica significatività, circondati dall'evidenza della pagina scritta che si accartoccia su stessa creando mostri mitici simili all'ippogrifo dell'ariostesco Ruggero.
L'azione si concentra su un tavolo, pieno di oggetti che tramutano, circondato, come detto, da una sorta di golfo buio da cui contemporaneamente si staccano le marionette e i loro manovratori, questi ultimi dalla efficace presenza scenica e attoriale, creando nella scissione tra le une e gli altri una sorta di doppia pista significante, in sorta di narrazione stereofonica.
Peraltro nelle scene più animate, come quelle dei duelli, questi due elementi, marionette e manovratori che le 'manipolano', non appaiono sempre del tutto in piena armonia.
Uno spettacolo comunque nel complesso apprezzabile in uno scenario notturno che ai accende come una proiezione nella figure che emergono e scompaiono.
In tournée da oltre venticinque anni è approdato con buon successo al Teatro Akropolis di Genova Sestri Ponente, in unica replica il 20 marzo per un pubblico di grandi e piccini (come si diceva una volta) che ha applaudito e nel complesso apprezzato.
“QUIJOTE”, Regia Carlo Alfaro, Scritto da Jaume Policarpo, Musica originale Joan Cervero. Con Paolo Gregori, Jorge Valle. Costruzione delle marionette Miguel Angel Camacho, Costumi delle marionette ADAMO. Produttore esecutivo Ruth Atienza. Video Sergio Serrano. Produzione Bambalina. Distribuzione Marisol Liminana.