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Sala Assoli, oggi teatro dedicato ad Enzo Moscato, luogo storico dei Quartieri Spagnoli di Napoli, accoglie il pubblico, ad ogni spettacolo, con una mostra fotografica diversa. Questa volta, in onore di Davide Iodice, che ha curato la regia dello spettacolo ROSARIA, in scena dal 19 al 22 marzo,

drammaturgia di Benito Martino e produzione della Scuola Elementare del Teatro, osserviamo delle testimonianze che rappresentano un vero e proprio tuffo nel passato. Non solo gli appunti di Iodice, trascritti su un diario cartaceo posto su un leggio, ma ritroviamo anche le foto di scena de LA LUNA, spettacolo visto e recensito nel 2023. Grazie ad altre foto possiamo tornare ancora indietro nel tempo, a quel Napoli Teatro Festival Italia del 2014, quando Iodice condusse il suo pubblico all’interno del Dormitorio pubblico di Napoli. Lo spettacolo dal titolo METTERSI NEI PANNI DEGLI ALTRI. VESTIRE GLI IGNUDI, rientrava, infatti, in un progetto più ampio, che si ispirava alle SETTE OPERE DI MISERICORDIA di Caravaggio. Questo lungo preambolo è necessario per arrivare al 2026, tenendo conto di un filo conduttore solido, che non si è mai sfilacciato e che Iodice ha tenuto teso e agganciato durante tutta la sua carriera. Nel caso dello spettacolo ROSARIA, questo rientra nel volume 1 del progetto “Esclusi” - antologia scenica di vite di scarto. Tutti i personaggi che abbiamo incontrato attraverso le opere di Davide Iodice, sia essi reali, ispirati o immaginari, hanno raccontato in prima persona la loro vita, senza vergogna, senza pudore, a tratti anche con profonda violenza realistica, donandosi realmente al pubblico. Lo spettacolo ROSARIA debutta nel 2024 presso il teatro Elicantropo di Napoli e assume, nel corso del tempo, una consapevolezza diversa che accompagna l’attrice protagonista Monica Palomby e la sua anima, il suo pensiero, la sua spensieratezza effimera, rappresentati dalla figura di Chiara Alborino. Questo lavoro è caratterizzato ancora una volta da una lunga narrazione, rivelata in prima persona dall’attrice protagonista, all’interno di un’ambientazione notturna, oscura o da chiaroscuro, negli inferi della città di Napoli. Quei bassifondi, quelle viscere, quell’umida oscurità putrida che già numerosi autori della letteratura napoletana hanno descritto e che tutta la Nuova Drammaturgia Napoletana ha indagato, presentato ed evidenziato tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Rosaria è una senzatetto, una barbona, una vagabonda che, con la sua sporcizia e il suo vagare, ci accompagna nelle sue giornate, prendendoci per mano, insieme al compagno fidato, il vino, e al suo cartone-casa. Il gocciolare nel sottosuolo napoletano, fatto di tufo, di muffa e di luoghi oscuri e misteriosi, rifugio durante la guerra e luogo in cui Scannasurice moscatiano guardava all’insù, sperando in un cambiamento, diventa rumore che scandisce il tempo e risucchia ogni personaggio. Rosaria conta gli scalini, sia in discesa che in salita, illuminando le menti degli spettatori con una domanda banale: come si fa a vivere così? La sopravvivenza sembra essere il motore degli uomini, ma l’alcool e la droga non sono gli unici elementi che possono deviare questo pensiero. Benito Martino descrive un racconto crudo e realistico che Iodice rende attraverso una narrazione scenica fortemente poetica, tanto che Rosaria diventa una nostra amica, una donna che non ha scelto questa vita, ma l’ha accettata. Guida turistica nella città di Napoli, di cui conosce appunto anche le viscere e le fondamenta, viene sbattuta fuori di casa, non riconosciuta dalla famiglia, luogo angusto, putrido e invivibile, da cui fugge anche lei. Un fratello maniaco, una madre assente, un amore perduto per un’altra donna, un intricato e contorto mondo che Rosaria abbandona per vivere, ogni singolo giorno, nel ricordo di un amore maledetto, non convenzionale, ma illuminante. L’oscurità del tugurio in cui vive, il gocciolare costante, il lampione che si accende su un lato del palcoscenico, il vino versato per terra, i piedi neri, la sporcizia, l’insieme di questi elementi viene squarciato improvvisamente da momenti di profondissima, commovente, estatica poesia. Il volo dei gabbiani che Rosaria insulta con turpiloquio napoletano, ma che le donano quella speranza di volare in alto, bianchi e liberi nel cielo azzurro, in contrasto con questa profondità ancestrale e infernale in cui è sprofondata; la musica, la poesia, il cartone che diventa il corpo della donna amata, disegnato con un pezzo di carbone o di matita dalla stessa Rosaria, sagoma fittizia che le tiene compagnia e che lei continua ad amare nei suoi ricordi, una salvezza e speranza di vita. E poi il cartone stesso prende vita, su questo si proiettano altre figure, come piccoli cartoni animati, e Rosaria incastra la sua narrazione, cornice principale, con micro narrazioni, descrivendo altri senza tetto, altri vagabondi, con una profonda poesia. I disegni di Benito Martino veicolano poeticamente la sua drammaturgia. Iodice ha sempre narrato gli esclusi, invitando il suo pubblico ad aprire gli occhi e le orecchie: ascoltare le storie significa capire, approfondire, riflettere sul perché di certe situazioni e di precise, forse per noi inaccettabili, scelte. Il connubio drammaturgico-registico firmato da Martino-Iodice ci conduce, ancora una volta, verso queste riflessioni. La parte finale dello spettacolo si illumina di un chiarore bianco, sullo sfondo, mentre la povera Rosaria conclude la sua narrazione terrena in solitudine, sotto il lampione dove baciava la sua amata, coperta dal suo cartone-casa. Chiara Alborino entra in scena come una nuvola, soffice, ovattata, vellutata: il suo corpo nudo è completamente coperto da una cipria bianca. Il pubblico respira, finalmente sente l’aria. Ros-aria, appunto, si è liberata dal fardello, dall’oscurità, dalla sofferenza, dall’umido putrido di questa società che rende gli esclusi tali. Ma esclusi da cosa? La danza soffice e leggiadra della Alborino riempie lungamente la parte finale dello spettacolo, ipnotizzando gli spettatori, commossi, sollevati, emozionati, grazie anche alle scelte musicali di Lino Cannavacciuolo. Davide Iodice ha un potere magico: utilizzare la poesia dell’animo nel descrivere le brutture del mondo. Monica Palomby e Chiara Alborino, visibilmente commosse ed emozionate, accolgono i prolungati applausi del pubblico.

ROSARIA
Sala Assoli- Moscato Napoli
19-22 marzo 2026
Volume 1 del progetto “Esclusi” - antologia scenica di vite di scarto
con Monica Palomby e Chiara Alborino
Produzione Scuola Elementare del Teatro APS – Napoli
Cura artistica e produzione
Scuola Elementare del Teatro
Progetto del ciclo Officina – Conservatorio Popolare per le Arti della Scena
Ideato e diretto da Davide Iodice con la collaborazione delle guide e dei tutor della Scuola Elementare del Teatro.
In scena Monica Palomby e Chiara Alborino, su drammaturgia e disegni di Benito Martino, con le musiche di Lino Cannavacciuolo. L’adattamento, gli elementi scenici, le luci e la regia sono firmati da Davide Iodice.