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Quel che si dice essere uno spettacolo minimalista, Sergio, di e con Francesca Sarteanesi, questo è. Uno spettacolo minimalista: una donnetta, con su un vestitino marrone senza pretese, gambaletti e sandaletti semplici semplici, entra dal buio di un lato della scena, si mette lì,

sostanzialmente ferma, e comincia a interloquire con Sergio, il suo uomo, l’uomo con cui ha attraversato la sua vita. Un monologo col respiro di un dialogo. La drammaturgia di questo spettacolo Sarteanesi l’ha costruita insieme con Tommaso Cheli, mentre i costumi sono di Rebecca Ihle. Parla con Sergio quella donna, straparla, chiacchera, racconta, litiga, commenta, sbuffa, brontola e non di avvenimenti importanti o scelte capitali, ma di piccole vicende quotidiane, di quelle che cose che sono state la trama e l’ordito della loro intera esistenza. «Quando s’andava a mangiare il pesce, Sergio. Alla tu mamma gli garbava tanto andà a mangià il pesce là, come ci si chiamava? Come era il ristorante? Come si mangiava. Te hai sempre scelto tutto giusto te. Tutto. Hai sempre avuto dei gusti, sempre avuto gusto anche nel mangiare, sempre le scelte giuste. Tutti prendevano il branzino, te lo ricordi? Noi si prendeva le triglie». Parla con Segio e usa un toscano medio e denso, luminoso, popolare, bellissimo, tagliente. Ma ecco il guizzo d’arte, ciò che può rendere interessante una vicenda del genere, ciò che rende intrigante ed elegante - senza neppure un filo d’affettazione però - portare in scena una storia così: la capacità tutta teatrale di dare una fantasmatica, quasi tangibile tridimensionalità a ciò che le parole richiamano sulla scena, a ciò che evocano a cui alludono, al peso che hanno, ai pensieri che le intridono e le rendono profondamente vere. Il senso di questa tranche de vie portata in scena con delicatezza e intensità è dunque la riflessione sul persistere di una (o della) relazione di coppia, la sua difesa senza banalità e senza certezze imposte, la sua protezione nei confronti delle intemperie della vita, delle troppe parole dette o taciute, del suo logorarsi giorno dopo giorno. Una riflessione sul resistere di una relazione che si basa - deve basarsi - sull’accettazione della assoluta alterità e libertà dell’altro, che certe volte - o spesso - se ne va, che si assenta. Come il Sergio di questa piéce: ma è così che deve essere, ci si deve stare. La libertà che è l’unico fondamento della vita di coppia, è anche andarsene, assentarsi e poi tornare, vivere insieme senza annullarsi gli uni negli altri. E poi, quasi per paradosso in uno spettacolo che formalmente è un monologo, ecco il senso del dialogo che certo è vitale, ma diventa difficile, talvolta persino impraticabile, specialmente quando si sta insieme da una vita, ma pure è necessario perché il monologo, sulla scena e sulla vita, è in agguato ed è pronto a uccidere ogni relazione. Lavoro visto a Vittoria (Rg) il 15 marzo scorso, nel nuovissimo Spazio Wunder che accoglie le attività e il lavoro della (ormai storica e benemerita per la scena siciliana) compagnia Santa Briganti.

Sergio. Vittoria (Rg), Spazio Wunder, 15 marzo 2026.
Di e con Francesca Sarteanesi. Collaborazione drammaturgia Tommaso Cheli. Costumi Rebecca Ihle. Produzione: Kronoteatro e Gli Scarti; con il sostegno di Armunia residenze artistiche - Festival Inequilibrio. Crediti fotografici: Gabriele Acreboni e Antonio Ficai.

Foto Antonio Ficai