La morte circonda la vita come un orizzonte, come un limes poroso e immaginifico, e in questo paradossalmente la morte feconda la vita, recuperandola dal non senso di un vivere agnostico che si fa 'immorale' e restituendole un senso antico e universale, come un metaforico
ma concretamente fecondo 'concime' che alimenta l'albero del sentimento, dell'affettività condivisa tra gli umani, almeno tra chi resta tale nonostante tutto.
“The other side”, il commovente testo di Ariel Dorfman messo in scena al Teatro Nazionale di Genova nella traduzione morbida ma piena di spine come la corona di Cristo di Alessandra Serra e per la regia calda come un amore e astratta come un pensiero della brava Marcela Serli, metaforizza esteticamente il confine, quel confine quando si fa Storia ed esistenza piccola e concreta tra disperazione e speranza, attesa e disillusione.
Un uomo e una donna vivono in una casa diroccata sul fronte insanguinato di una guerra, potrebbe essere qualunque guerra ed è la guerra che oggi viviamo giorno per giorno, incaricati da un 'Potere' sconosciuto di recuperare i cadaveri dei soldati morti, di seppellirli e di custodirli per chi un giorno forse li reclamerà.
Vivono dunque dentro un cimitero (sono ormai oltre cinquemila le salme recuperate) in cui i morti restano per ritornare forse a rivendicare la vita che è stata loro tolta e che quell'uomo e quella donna preservano come una flebile fiaccola sotto un moggio bombardato.
Quando 'scoppia' la pace (illusoria come spesso accade) viene deciso dalla stesso 'Potere' che il confine attraversi la loro casa e loro stessi, ora sottoposti alla custodia di un ambiguo soldato che nasconde a mala pena la propria umanità dietro la gabbia della legge, come il kafkiano custode della sua porta sempre chiusa.
Ma quel confine nuovo è aperto come una ferita e da esso può improvvisamente sgorgare il sangue del sentimento.
Testo e regia cercano dunque di descrivere l'indescrivibile, di parlare e scrivere la lingua muta di anime che si rianimano, anime ricche di amore di cui soprattutto la donna si fa interprete, amore profano dei due sposi amanti, amore filiale di chi aspetta un figlio da anni scomparso e che continuamente 'vuole' essere riconosciuto, e infine amore latamente religioso che vira nel rispetto di quei morti con cura custoditi.
Ma la regia della Serli aggiunge qualcosa, quel qualcosa da sempre custodito nello spirito del femminile che forse il testo intuisce ma che lei dipinge con sapienza nei colori della rappresentazione.
Se narrativamente la lacerazione tra sé e l'altro e, dentro ciascuno di noi, tra sentimenti e affetti in perenne 'guerra' per la loro sopravvivenza, è rappresentata nella concretezza di una vicenda singolare che riassume l'universalità dell'umano, linguisticamente essa lacerazione trova la sua sottolineatura nel contrasto ben padroneggiato tra comico e tragico che sprigiona l'ironia stessa dell'esserci.
Scrive Marcela Serli nelle note di regia: “Con The Other Side faremo un viaggio verso l’archetipo, verso l’azione che determina un orizzonte, verso una tragedia comica, un ossimoro che evocherà i giochi malvagi della guerra, che parlerà del sopravvivere e dei confini, reali e metafisici”.
Se questa è l'intenzione estetica, il transito scenico ne dà piena realizzazione, anche con la citazione sorprendentemente attuale del potente di turno, quel Trump grottesco e tragico del “distruggeremo una civiltà in una notte”.
In scena tre attori di grande spessore, Elisabetta Pozzi che nella gestualità molto simbolica del suo essere il personaggio della madre riesce, anche oltre le parole recitate, a dare concreto calore alla sua presenza, Gigio Alberti, il padre prematuramente invecchiato ma pieno di vitalità e vis comica, e infine il 'giovane soldato' Giuseppe Sartori nella recitazione piena di sfumature di un personaggio difficile nella sua sofferta 'ambiguità'.
Le scenografie di Maria Spazzi, all'apparenza naturalistiche, riescono a suggerire l'astrattezza di un testo che, tra razionalità e immaginazione, non descrive ma kantianamente cerca di giudicare con il 'cuore'.
Disegno luci, di Omar Scala, e musiche, di Daniele D'Angelo sono straordinariamente onomatopeici (anche le luci hanno una voce), mentre i costumi di Mateijka Horvat fondono simbolismo e realismo in grande armonia.
Uno spettacolo di confine dunque, nato da due artisti (Dorfman e Serli) che, girovaghi nella loro esistenza e al fondo 'apolidi', hanno voluto e saputo attraversare i molti confini della geografia dell'anima.
Uno spettacolo che fonde tradizione scenica e innovazione drammaturgica in una miscela ben riuscita ed esteticamente assai stimolante e che soprattutto parla 'oggi'..
Platea e galleria del teatro Eleonora Duse di Genova, praticamente piene e ad un certo punto attraversate dai cippi di quel metaforico confine, hanno risposto partecipi e anche commossi con lunghi applausi.
Repliche dall'otto al dodici aprile.
“The OTHER SIDE” di Ariel Dorfman, traduzione di Alessandra Serra, regia di Marcela Serli, con Elisabetta Pozzi, Gigio Alberti e Giuseppe Sartori, scene Maria Spazzi; costumi Mateijka Horvat, disegno luci Omar Scala, musiche Daniele D’Angelo. Produzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova e Mittelfest2025, in collaborazione con Teatro Stabile Sloveno di Trieste - Slovensko Staino Gledališče