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La scrittura, e con essa il linguaggio, è attività esclusivamente umana e come tale segna il discrimine perenne tra animalità e umanità, ma anche tra quest'ultima e la divinità, essendo la scrittura come la superficie di un oceano che ha le sue oscure profondità e, sopra, un cielo assolato ed infinito.

In questo la scrittura, metafora di un confine attraversato nell'oscurità del tempo, nasconde in sé un mistero ed è, in sé, anche una tragedia.
Il mistero, insolubile e insoluto, riguarda quanto di ciò che miticamente la precede è in essa preservato, mentre la tragedia in qualche modo riguarda misteriosamente la biblica cacciata dal Paradiso dopo l'accesso all'albero della conoscenza, una cacciata che si fa religione in tutte le mille forme che la religione ha preso dentro la Storia.
“I miei stupidi intendi”, lo spettacolo tratto dall'omonimo romanzo di Bernardo Zapponi per la drammaturgia di Linda Dalisi, con Gabriele Paolocà e Michele Altamura (cioè VicoQuartoMazzini) che anche lo dirigono, è in ciò una sorta di scrigno di riflessioni che oscillano nel tempo della rappresentazione, selezionando e dando vita teatrale a ciò che il romanzo suggerisce.
Non un adattamento per la scena, dunque, ma una drammaturgia 'originale' che propone in piena fedeltà una visione diacronica del romanzo che la ispira, utilizzando per così dire la scena come una lanterna magica che scompone le immagini per creare quasi una narrazione che, almeno in parte, diventa 'altra'.
Subito, però, va risolto un possibile equivoco, qui non siamo ne “La fattoria degli animali” di George Orwell, perché “Faina”, con il suo misterioso libro vero baricentro anche visivo della rappresentazione, quasi una Bibbia dopo l'Apocalisse, “Volpe”, “Cane”, “Istrice” e tutti gli altri non sono animali che rappresentano umani, né al contrario sono umani che si rappresentano in animali, essi sono 'personaggi' (letterari prima e scenici poi) e come tali partecipano di entrambe le nature ivi compresa, grazie alla Scrittura che ferma la sua Parola sulla materia, la relazione con la divinità, nella ricerca di un senso per la propria esistenza transeunte.
Così ad un certo punto dice Faina, da grande: “Devo scriverlo! Farlo uscire dalla mia testa, come Volpe che ha confessato i suoi segreti, e come ho fatto quando ho scritto del dolore. La scrittura mi darà pace. Il mondo non odia nessuno.”
Allora il racconto scenico usa soprattutto la sintassi del mito e i ritmi della fiaba nera e crudele (del resto questa è sempre stata la natura della fiaba) non tanto per adattare il romanzo, quanto per 'raccontarlo' scenicamente.
La storia è quella eterna dell'animale che si è fatto uomo e, di conseguenza, dell'uomo che vorrebbe farsi Dio ma incespica nei limiti del tempo, che lo imprigiona come una 'tana' circondata dall'incendio della morte. Uno stupido intento, in fondo.
È una narrazione che pone e ci fa porre molte domande ma non offre alcuna risposta, sospesa in un presente che gira su stesso fingendo il tempo che passa, preda di quella disperazione di futuro che il romanziere forse condivide con la sua giovanissima generazione.
Dunque è un racconto che non racconta, e noi ovviamente non cercheremo di raccontarlo, ma che lancia segnali a volte anche contraddittori, cui ciascuno sembrerebbe chiamato a rispondere come e se vuole, come e se può.
Una drammaturgia, quella della comunque brava Silvia Dalisi in un compito non facile di fronte ad un romanzo intriso di simbologie, metafore e mitografie, forse eccessivamente trascinata dal desiderio di dare alle innumerevoli suggestioni, talora perturbanti, che il testo le propone la confortante razionalità di falò accessi nell'oscurità del deserto che dilaga dagli spalti di una qualunque fortezza Bastiani. Ne conseguono a volte cadute di ritmo rappresentativo e dunque di attenzione da parte dello spettatore.
Paolocà e Altamura, da parte loro costruiscono una regia latamente evocativa che preserva la struttura del racconto ma accendendo su parti di esso uno sguardo più attento, anche se a volte un po' troppo analitico e freddo in cui si perde il calore di una affettività che pure lo attraversa, seppure nelle forme trasfigurate dell'istinto di sopravvivenza.
In scena con i due registi un ispirato Giuseppe Cederna, della cui attorialità non si discute, affiancato da Leonardo Capuano, Jonathan Lazzini e Arianna Scommegna tutti efficacemente e spontaneamente nella parte.
Tra l'altro la brava Arianna Scommegna esplicita nello spettacolo la presenza del femminile, sottotraccia nel romanzo, arricchendolo della sua essenziale prospettiva.
Alla buona riuscita dello spettacolo contribuiscono in maniera determinante la scenografia/tana di Daniele Spanò, l'eccellente disegno luci di Giulia Pastore, le musiche dissociate e dissocianti di Demetrio Castellucci e infine i costumi da trovarobato che superano ogni definizione di tempo di Aurora Diamanti.
Nel suo insieme uno spettacolo complesso che però, talora, si è un po' troppo complicato, insufficientemente guidando la mole di corrispondenze, filosofiche, religiose, mitografiche, letterarie e anche drammaturgiche che l'affollano. Comunque ben fatto in ogni sua componente, tra letteratura e scena.
Dopo la prima assoluta a Lugano, al teatro Gustavo Modena di Genova Sampierdarena dal 21 al 26 aprile. Una sala sufficientemente piena ha accolta la prima rappresentazione genovese con applausi.

I MIEI STUPIDI INTENTI” dal romanzo di Bernardo Zannoni (Sellerio editore, 2022), ideazione VicoQuartoMazzini, drammaturgia Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura, regia Michele Altamura e Gabriele Paolocà; con (in ordine alfabetico) Michele Altamura Leonardo Capuano Giuseppe Cederna Jonathan Lazzini Gabriele Paolocà Arianna Scommegna, scene Daniele Spanò; costumi Aurora Damanti; luci Giulia Pastore, cura della produzione Francesca D’Ippolito. Produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova \\ partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco; con il patrocinio della Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto.

Foto Masiar Pasquali