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Una commedia degli errori, per così dire, tutta condotta sul filo di continue interruzioni e riprese, ipotesi presentate e poi aggirate, deviazioni, ritorni al tema, riflessioni condotte sul filo del paradosso, capovolgimenti di punti di vista a scopo di svelamento comico,

scambi continui tra attore, personaggio, autore, “animatore”. Quella che potrebbe diventare da un momento all'altro una dissertazione documentaria sul tema lavoro-nella-nostra-epoca; sulle modalità di accesso e di mantenimento dello stesso, cui sono sottoposte le comprensibili richieste di tutta una generazione, slitta continuamente, espone e rilancia e varia tutti i temi connessi come fosse una sistematica esplorazione della loro temperatura comica.
Un comico che non si vuole limitare a suscitare una risata “pura”. Non ci sono clown disadattati le cui evoluzioni nel mondo della ”normalità” creano quella tensione alla risoluzione del disagio in chiave di fallimento che fa sorgere la risata con il suo potenziale di riscatto, ma un comico - per giunta alle prese con un tema dove è alto il rischio di oscillare tra enfasi populista (di sinistra? Di destra?) e retorica vittimista - che scava con rabbia nelle contraddizioni più o meno palesi e le butta in faccia allo spettatore, il quale può decidere se ridere o accusare il colpo, salvo poi sorprendersi a fare entrambe le cose.
Certo, la divaricazione di ruoli tra i due crea il presupposto di una tensione continua tra posizioni standard ben delineate e usate come piattaforma per il gioco, al rialzo o al ribasso: la posizione moderata, ragionevole, costruttiva, pur se comunque critica, riflessiva, di Marangoni (i nomi degli attori e dei personaggi coincidono), e quella sulfurea, selvaggia, rabbiosa, distruttiva, diciamo rivoluzionaria, di Fettarappa.
Il quale veste subito i panni dell'enfant terrible (in ciò facilitato dall'effettiva e dichiarata differenza d'età che lo separa dall'altro) alle prese con un ragionamento che invoca (solo ironicamente?) la “confortante” chiarezza delle questioni sociali del mondo di 50 anni fa, quando era evidente la presenza di due blocchi contrapposti: quello dei padroni e quello del movimento operaio, con tutti i suoi ben affilati strumenti di lotta politica e sindacale.
Certo poi, tutto sommato, e a dispetto dell'impressione iniziale, questa divaricazione la si può leggere anche come una riproposizione del classico binomio clownesco Augusto VS Bianco. Dove il candore del primo, pervenuto a piena coscienza politica, non può che rovesciarsi in rabbia impotente; e la ragionevolezza accomodante del secondo, oltre che fungere da valvola di controllo agli eccessi del primo, vira verso l'ironia beffarda.
Il discorso (o decorso?) comico si sviluppa proprio a partire da quella che si potrebbe anche leggere come una specie di commedia di conversazione, dove presentare e commentare tutte le variazioni possibili del dibattito cui il tema ha dato e dà luogo. In ciò fanno buon gioco i molti riferimenti statistici sulla distribuzione della ricchezza, per esempio; così come altre informazioni desunte da articoli, studi ecc.
Ciò che rende quasi sempre non prevedibile il gioco scenico è la capacità dei due performer di spostarsi agilmente e ininterrottamente tra i livelli teatrale e meta teatrale, dove fiction e auto fiction sono sapientemente mescolate, creando nello spettatore un senso di spiazzamento e di sospensione. Così quello che qualche volta può rischiare di tramutarsi in noiosa dissertazione su cose già ampiamente risapute, riesce sempre, con un guizzo, a cambiare di stato e a introdurre un elemento di sorpresa o a creare un momento di condensazione comica.
Non manca il livello di rottura del diaframma con il pubblico, che viene varie volte chiamato in causa fino a che questa tensione, sempre mantenuta sul filo dell'invasione fisica, in questa si risolve, nella forma di una vera e propria intervista tra, e agli spettatori, come fossimo di colpo capitati in un frammento di cinema verità.
Le domande vertono ovviamente sul tipo di lavoro o di professione svolta dall'intervistato, le cui risposte danno poi lo spunto per far prendere allo spettacolo tutta un'altra direzione.
Se si era cominciato infatti con la sezione su come-scrivere-una-lettera-di-motivazione e compilare-un-curriculum-in formato-europeo (“in che lingua scriverlo?”, “In europeo”), passando poi per i patemi generati dalla coscienza della propria condizione, e giungere ad accennare al fenomeno delle Grandi Dimissioni (con un quasi ingenuo e disarmato tono da fa-la-cosa-giusta-amico, qui pericolosamente sul limite di certa retorica buonista), si giunge infine alla situazione massimamente liberatoria del momento in cui il lavoratore finalmente rassegna le proprie dimissioni (“dimesso”: acutamente viene fatto notare come il linguaggio del mercato attribuisca all'atto di rinuncia al lavoro una qualificazione a bassa intensità emotiva; e infatti, le dimissioni si “rassegnano”, altro indicatore di bassa intensità).
Ed ecco dunque che lo spettatore, prescelto a motivo della sua professione (in questo caso un certo Mario, ingegnere della Protezione Civile) diventa, in un gioco al massacro condotto sul limite tra beffa e cattiveria, il padrone a cui per delega Fettarappa e Marangoni fanno riferimento per improvvisare, davanti a una porta che si apre sul fondo dello spazio, la loro scena di licenziamento.
Il discorso sulle insidie del mercato del lavoro, infine, si ritorce sui due attori e finisce per mettere al centro lo stesso mondo del teatro. Lo schema anche qui è quello dell'auto-fiction: si informa il pubblico che la coppia comica ha avuto un problema con la direzione del Teatro Franco Parenti; dal momento che oggi è il compleanno del Fettarappa, avevano chiesto una pausa nelle repliche, cosa che è stata loro negata. Ecco allora il materno e tentacolare Marangoni entrare con un dolcetto sormontato da candelina, con tanto di coro di tanti-auguri-a-te che subito il pubblico intona a piena voce con una naturalezza che lascia sbigottiti (frutto forse di tutti questi anni di audience development?).
Ma qui sorge un dubbio. Perché lasciare al farsesco anche il discorso sul mondo del lavoro teatrale? Non sarebbe stato straordinario, qui, assistere a un cambio radicale di tono? Per esempio con un accenno a uno dei casi più eclatanti, e forse meno noti, cioè quello delle (tante, ahi noi, e per anni) giovani attrici molestate (e ricattate) da un famoso regista, in un famoso teatro, che minacciava di non farle mai più lavorare se non cedevano alle sue avance?

Solo quando lavoro sono felice
di e con Lorenzo Marangoni e Niccolò Fettarappa
Residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t
Produzione La Corte Ospitale
Con il sostegno di MiC, Regione Emilia-Romagna, Ferrara Off APS
Menzione speciale Forever Young 2021/2022 – La Corte Ospitale

Teatro Franco Parenti, Milano, 2 maggio 2026