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“NORDIC FOCUS” è il titolo 'esergo' di questa nona edizione del Festival concepito e generato da “ErosAnteros” la Compagnia ravennate di Agata Tomsic e Davide Sacco che ha sempre fatto e fa ancora una volta della contraddizione la sua ordinaria natura,

contraddizione feconda tra forme estetiche e tra linguaggi che nella pratica teatrale e drammaturgica esaltano e non recidono i mille fili che legano il palcoscenico alla Comunità e alla Storia, cercando di intercettare senza irrigidirle le mille forme diverse della umana creatività.
Un continuo e testardo transito di confini, siano quelli esterni geografici e culturali, siano quelli spesso ben più rigidi interiori e psicologici, alla ricerca di ciò che compone, e per questo valorizza e connette in un comune sentire, la diversità delle 'diversità', a partire dal genere per ricreare la stabile/fluidità della sessualità come ricerca di un piacere che non sia solipsismo erotico, per transitare dal concetto di etnia e di nazione a confronto con sé stessa attraverso ciò che la opprime (e non sempre ciò che la opprime è 'fuori') e arrivare ad un'idea di umanità 'arcobaleno' che è ospite e ospita la Natura.
Significativa, in questo, l'immagine di Greta Thunberg 'abbracciata' dall'Orso Polare che anche icasticamente disegna lo spirito di questa edizione di un festival che è accaduto in vari luoghi della bella Ravenna dal 5 al 10 maggio.
Un 'travalicare' infine che tende a comporre una estetica e insieme una geografia dell'eresia non solo teatrale, come ha testimoniato l'incontro dibattito che ha chiosato l'ultimo giorno della rassegna con la presentazione del libro di Marco De Marinis “Regia Eretica”.
Anche quest'anno in particolare, dicevo, in cui 'Polis' si addentra nel climaticamente freddo Nord/Est dell'Europa, tra scandinavi, baltici e finlandesi (una apparente omogeneità fatta anche di profonde diversità) per accendere un 'focus' che illumina e riscalda ciò che nasce e vive attorno a quel teatro.
Ho accompagnato il festival nella sua parte finale e queste sono le mie impressioni critiche.

RADVILA DARIUS, FIGLIO DI VYTAUTAS. Karolis Kaupinis/Operomanija
In prima nazionale sabato 9 maggio alle Artificierie Almagià. Spettacolo assai particolare fatto di musica (dal vivo e molto proattiva) e di immagini 'loquaci', nel senso che parlano di per sé e non solo attraverso il racconto che portano con sé. Più che il rapporto tra 'nostalgia', un sentimento caratteristico dell'area nordica tra Baltico e Russia, e 'passato' credo che qui si debba parlare di interferenza tra identità 'particolare' o locale e identità 'globale'. La prima nasce e si forma nel luogo della propria storia esistenziale che annoda i mille fili del passato e della storia comunitaria, diventando un patrimonio da preservare senza farlo decadere a semplice 'diversità' da contrapporre, spesso con la violenza declinata in un nuovo 'razzismo', ad altre diversità, in un equilibrio diventato in Europa, anche dentro l'Europa Unita, assai instabile. La seconda ha avvolto e soffocato nel pesante 'sudario' della globalizzazione le singolarità, in una coartazione liberistica che le rende identiche nel ruolo subalterno e massificante di 'consumatore', ora anche e soprattutto in 'rete'. Recuperare una creativa frizione che susciti perplessità e dubbi nell'individuo, attraverso la memoria del proprio essere anche un 'passato' soggettivamente interpretato nel presente, mi sembra il merito di uno spettacolo che sfugge il luogo comune del “un tempo era meglio” per ricordarci che il meglio è da rintracciare 'ora'. Come detto una messa in scena a-drammaturgica ma plurilinguistica, incuneata a triangolo tra i musicisti, tutti molto bravi, e i video in cui scorrono immagini provenienti dagli archivi della televisione lituana degli anni '80 e '90 (gli anni del 'passaggio') con veloci sottotitoli in italiano. Alla fine forse le scintille sprigionate dalla frizione estetica tra memoria e presente, possono ridiventare scintille di Libertà, con la L maiuscola. Apprezzabile.

polis262ASJA LACIS, LA DONNA CHE FA PARLARE LA STORIA. Compagnia Carullo-Minasi
Al Teatro Sociale domenica 10 maggio. Asja Lacis, attrice, pedagoga e rivoluzionaria, di cui si erano perse colpevolmente le tracce, non tanto ha attraversato l'intero secolo 'breve' ma è soprattutto diventata immagine icastica di quel '900 in quella parte del mondo in cui quel secolo ha acceso i suoi fuochi per poi disperderne anche tragicamente le ceneri nella cosiddetta fine delle ideologie e della Storia. Lituana, nata nel 1891, ha attraversato la fine della Russia Zarista e la Rivoluzione Bolscevica, diventandone parte e incontrando alcuni dei suoi protagonisti artistici, da Mayakovski a Brecht, da Piscator a Benjamin. Sopravvissuta alle purghe staliniane ha per così dire coltivato la rinascita 'artistica' lituana pur morendo prima di vederla. Lo spettacolo, nella forma del teatro di narrazione, racconta la sua vita sia attraverso le parole recitate da Cristiana Minasi, sia attraverso le musiche di Irida Gjergji, bravissima al violino, in un contraddittorio assai espressivo e anche molto 'sentimentale', pur con qualche piccola pausa e interferenza tra i due linguaggi. Al centro della narrazione soprattutto la Asja Lacis 'pedagoga' a confronto con gli orfani di strada post-rivoluzione per i quali costruisce una casa 'artistica', dipinta da Mayakovski, in cui accoglierne i talenti. Lo spettacolo è piacevole e profondo. Brave le due protagoniste, con la musicista che più che accompagnare l'attrice dialoga con lei attraverso i suoi fraseggi, e apprezzabile e interessante il recupero di una figura femminile che la storia ci ha un po' nascosto.

polis263MATERIALE PER MEDEA. Agata Tomsic/ErosAnteros
Al Teatro Rasi/Ridotto domenica 10 maggio. La contingenza dello spettacolo teatrale è la più profonda metafora della vita durante il cui 'tempo', come nella tradizione cinese, non si entra mai nello stesso fiume, o meglio il fiume in cui si entra giorno per giorno non è mai lo stesso. Così, ci insegnano i grandi della Critica Teatrale del '900 Gramsci e Gobetti in particolare, è opportuno, interessante e spesso necessario rivedere più volte lo stesso spettacolo poiché, pur essendo lo stesso non è mai lo stesso e si mostra 'nuovo' proprio perché l'acqua del teatro scorre perenne. Tutto questo per dire che ho avuto l'occasione di vedere quest'ultima prova di Agata già all'anteprima dell'autunno scorso e nell'occasione di recensirla una prima volta, ma qui, come mi aspettavo, accade qualcosa di nuovo e la “Medea” di Heiner Muller, cui è ispirata, è diventata un po' di più la “Medea” di Agata Tomsic, che con più evidenza filtra la plurima natura del personaggio, maga salvifica, strega fiammeggiante, padrona con il “Vello d'Oro” di dare la vita e la morte come ciò che è il femminile, ma anche moderna migrante, prodotto di un colonialismo che spoglia le nazioni e insieme di una schiavitù che anche in patria lega la donna più del maschio ai ritmi sfibranti dell'economia di rapina. Mito antico e intimo di una condizione umana 'eterna' che nel femminile spesso si fa sofferenza ma anche rivelazione. Filtra, paziente, il personaggio e dalle maglie allargate della sua rete emerge ancor più il fascino della “Paura” che emana da questo personaggio in cui sono contenute e custodite le mille sfumature dell'essere una 'femmina'. Agata ne è interprete perturbante e quasi intimidatoria, capace di sopportare la durezza 'oscena' della lingua di Muller (nella bella traduzione di Saverio Vertone) per farla illuminante e disvelatoria attraverso il suo 'presente' corpo recitante e la sua voce che a volte trasfigura in puro suono e grido lancinante. Chi è Medea? In fondo ancora non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Uno spettacolo di grande qualità che raggiunge una compattezza, una consapevolezza e una coerenza, tra scenografie, luci, suoni, il 'vello d'oro' indossato a mo' di bellissimo costume, testo e tutti gli altri componenti estetici, non usuale. Molto coinvolgente e in questo 'commovente'.

polis264JE SUISSE (OR NOT). Camilla Parini/Collettivo Treppenwitz
Al Museo d'Arte della città di Ravenna domenica 10 maggio. Si pensa, e spesso è così, che il Teatro (etimologicamente il luogo in cui si guarda) viva intimamente sulla 'esibizione' e sulla voglia di esibirsi dei suoi protagonisti. Questa interessante 'performance', per un'attrice e due spettatori alla volta, ci dice però che il Teatro (e il Personaggio soprattutto) può essere anche la contraddittoria ribalta del nascondimento, il momento cioè in cui esibendosi ci si nasconde, nell'irresolubile dialettica pirandelliana tra la maschera che 'cela' e la maschera che 'svela'. Entrando nella stanza la brava Camilla Parini ci accoglie chiusa dentro un costume integrale da 'Orso Bianco' (quello della locandina forse) e ci invita a sederci su due poltroncine che accompagnano un piccolo tavolino. Ci mostra, sempre silente, un album di fotografie con brevi frasi mentre su un piccolo schermo a lato scorrono video. Un tentativo maieutico di suscitare memoria e dunque sentimento con 'suggestioni' ma senza alcun 'suggerimento', nella tipica e teatrale interferenza tra detto/esibito e non detto/nascosto. Un abbecedario inusuale ma talvolta efficace. Alla fine ci viene chiesto se vogliamo togliere la maschera d'orso alla protagonista, quasi come in un giudizio condiviso o nel tentativo di andare oltre le maschere che indossiamo. Tra installazione e spettacolo performativo, comunque interessante il tentativo di comunicare diversamente.

Il festival si è concluso con due interessanti letture sceniche che in realtà, più che letture sceniche, sono vere e proprie “mise en espace” in cui la recitazione supera la semplice lettura e l'ambiente scenico si anima e movimenta anche scenograficamente. Entrambe, e per questo sono interessanti, sembrano indagare sui profondi cambiamenti antropologici che hanno riguardato la Società attraverso gli individui, ovvero gli individui attraverso la Società, mostrandoci come la drammaturgia abbia, più di altre arti, la capacità di intercettare questi cambiamenti per mostrarceli. Entrambe, poi, ci dicono della claustrofobica trasformazione dell'individuo/sociale contemporaneo caratterizzato da una profonda solitudine agita, per così dire, anche nella folla 'anonima', soprattutto per l'abuso distorto della cosiddetta rete. Un sistema circolatorio questo del Web in cui con facilità si inocula la violenza della frustrazione che degenera spesso in razzismo e sessismo.

polis265DUE PAROLE SU ULLA. Eugenio Sideri/MaMiMò
Al Teatro Rasi domenica 10 maggio ore 20. Dal testo di Eeva Turunen, nel chiuso di una stanza trasparente la brava Alice Giroldini, quasi imprigionata nel suo bianco giaciglio, ci racconta in un complesso soliloquio appunto della solitudine che precede, o forse segue, la perdita di ogni contatto con la realtà e il conseguente 'ritiro' da essa. Quando si spezza l'ultimo legame, prima forse reale ma poi sempre più onirico e virtuale, con la vicina e amica Ulla il desiderio si trasforma in rabbia distruttiva, agita nelle parole e negli insulti. Metafora forse di una deriva non più solo individuale ma appunto antropologicamente sociale in un mondo di monadi eterodirette che cozzano tra di loro all'apparenza senza alcun senso o orizzonte prospettico.

polis266QUALCOSA DI REALE. Studio Doiz
Al Teatro Rasi domenica 10 maggio ore 21,30. Dal testo di Martin Algus lo sguardo, analogo, sulla solitudine e sulla 'disperazione' si fa più articolato coinvolgendo più esplicitamente il conflitto tra mondo 'reale' e mondo 'virtuale', nonché la distorta sopravvivenza di forme tradizionali di nuclei e cellule sociali che ormai di 'Famiglia' sembrano conservare solo il nome. È come se il nuovo mondo virtuale avesse sottratto l'intimità psicologica e spirituale dell'individuo per precipitarla nel calderone di una rete senza confini e senza principi. I protagonisti sembrano così individualità spossessate di sé e alla ricerca disperata della propria identità perduta in quella stessa 'rete'. Lorenzo Carpinelli e Alessandro Renda, i due bravi protagonisti, rappresentano altresì due diverse situazioni economiche e di classe che la fluidità della società attuale spesso 'confonde' pur non intaccando mai la rigidità delle diseguaglianze. L'uno, Renda, architetto con 'bella' famiglia, perde tutto rendendosi 'dipendente' dal web erotico e infine ricattato dall'altro, Carpinelli, che racconta invece di una famiglia disgregata che usa la rete per sopravvivere 'galleggiando'. Il finale è a sorpresa e non lo racconterò se non per il fatto che mostra come la complessa coesistenza di cosiddetta realtà e di cosiddetta 'virtualità' nella società di oggi produca comportamenti reiterati e stereotipati (tipici peraltro della 'dipendenza'), reggendosi entrambi su una sorta di coazione a ripetere individuale e insieme sociale.

Tutte le foto sono di Dario Bonazza