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Vincitore nel 2023 del XV Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli, sezione under 30, il testo di Benedetta Pigoni (nata nel 2000) dimostra salda maturità stilistica e una capacità, schietta e nondimeno problematica, di rispecchiare tematiche, abitudini, ossessioni indubbiamente contemporanee.

In scena c’è un unico personaggio reale, la studentessa universitaria Sofia, e numerose voci – incarnate da quattro attori in ampia tuta gialla – provenienti dalle app del suo cellulare.
Sul palcoscenico spoglio, illuminato da potenti fari laterali, si dipanano a ritmo incalzante – ma non frenetico – i due atti del copione: nel primo Sofia si sveglia disorientata e sofferente dopo la festa di laurea di un amico. Non ricorda molto, prova un malessere profondo ma dopo qualche ora deve sostenere un esame di letteratura latina e deve cercare di concentrarsi. Intanto dialoga in chat con i compagni di università e con la sorella – che è nella stanza accanto -, scrolla reels e notizie improbabili, cerca informazioni sulla pillola del giorno dopo – l’Ulipristal del titolo. Progressivamente comprendiamo come il disagio, indefinibile ma concreto e costante, avvertito dalla protagonista, non sia semplicemente l’esito di una serata ad alto tasso alcolico, bensì la conseguenza di un atto ben più grave. Intuiamo qualcosa dall’esitazione della studentessa nel tradurre un passo delle Metamorfosi di Ovidio in cui si narra dello stupro della ninfa Callisto…
Nel secondo atto, ambientato sei mesi dopo, apprendiamo che Sofia si è laureata – proprio sul mito di Callisto – ma è tutt’altro che serena. Il non-ricordare quanto accaduto quella fatidica serata la tormenta e la costringe, ora a ricorrere a improbabili aiuti psicologici online, ora a psicofarmaci, finché la domanda schietta e diretta ai compagni le rivela quello che dentro di sé già sapeva: una violenza di gruppo, con l’aggravante di essere stata perpetrata da ragazzi che si dichiaravano suoi amici. A questo punto a Sofia non resta che prendere una decisione che dovrebbe essere semplice e scontata e che, nondimeno, atavici pregiudizi e presunte convenienze sociali, rendono ardua: quella di denunciare.
Una storia di violenza – attuale e nondimeno atemporale - raccontata da Benedetta Pigoni ricorrendo a un linguaggio contemporaneo: le svariate app che potenzialmente forniscono risposte assertive a qualunque dubbio, pragmatico ovvero esistenziale, così come le chat, con il loro linguaggio sintetico e immediato. Un linguaggio che l’autrice non utilizza quale mero espediente giovanilistico o quale trovata a effetto bensì quale elemento significativo oltre che significante del proprio lavoro. Un universo virtuale che è correlativo oggettivo tanto del disorientamento della protagonista quanto della disinvolta irresponsabilità degli stupratori. Una realtà che in scena i quattro attori - “voci del telefono di Sofia” - rendono concreta al fine di enfatizzarne le oggettive conseguenze nella vita quotidiana, non virtuale.
Pigoni, senza mai cedere al compiacimento nella mimesi delle manie e dei tic dell’esistenza online; né, tantomeno, ai toni melodrammatico-retorici, scrive un testo che parla dello scollamento – morale in primo luogo – dalla realtà più o meno inconsapevolmente assecondato da molti – non solo le generazioni più giovani -; ma anche della verità, anche fisicamente dolorosa, della violenza.

Testo di Benedetta Pigoni. Regia di Paola Rota. Montaggio e disegno sonoro di Angelo Elle. Scene e luci di Nicolas Bovey. Con Eny Cassia Corvo, Lorenzo Fochesato, Sara Mafodda, Martina Massaro, Val Wandja. Prod.: Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.

Visto al Teatro Gobetti di Torino il 19 maggio 2026

Foto Ivo Corrà