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Sutta scupa, lo spettacolo che Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano hanno ripensato, riallestito, diretto e interpretato affinché, a vent’anni dal suo fortunato debutto (allora la regia era di Fabrizio Ferracane), debuttasse, il 28 maggio in prima nazionale,

nel contesto del Festival “Primavera dei teatri” di Castrovillari, è un lavoro aspro e potente. Ancora potente. Se vent’anni fa colpì positivamente pubblico e critica per la particolare miscela di beckettismo, adesione poetica alla realtà e giovanile forza politica, oggi suscita interesse per le stesse qualità e per la mole di domande che condensa e pone al pubblico. Domande che si collocano sul piano politico attuale e su quello di una saggezza umana che riesce a guardare al passato con adulta consapevolezza ma senza cercare in esso, ex post, rassicuranti giustificazioni per la durezza del presente. Due uomini aspettano (Giovanni e Vito) d’essere convocati per un colloquio di lavoro, erano ventenni oggi sono quarantenni, aspettano da tempo e sperano - ormai contra spem - in un lavoro, sperano d’essere assunti o riassunti, cercano invano di capire il mistero di una voce femminile (in questo caso quella distorta, metallica e pre-registrata fornita da Simona Malato) che recapita loro ordini contorti, sfuggenti, incomprensibili. In questa situazione, che non è temporanea ma è diventata visibilmente uno stato, i due si trovano “sutta scupa”, espressione del dialetto siciliano che indica una pressione politica o esistenziale vera, forte, violenta: al di là della boria tragicomica, del disincanto, della coltre di disillusioni, oggi sono intimiditi, privati di qualsiasi vis politica e casomai bloccati in una impotente rivendicazione di chissà quali ribellioni, sono sutta scupa appunto. Parlano di antichi amori, di desideri ormai spenti, di affetti. Giocano a carte, giocano a pallone, straparlano. Questa situazione travalica i limiti di qualsiasi temporalità e non ha, o non ha più, un’evidente e attuale causa politica e di classe, ma – i capelli imbiancati, i corpi imbolsiti, le parole ancora più invischiate in una dialettalità senza via d’uscita e senza contatti con i segmenti più vitali della realtà socio-economica circostante - si fa condizione umana e scarto, ancor di più, metafisica dell’essere che rende ragione dell’ispirazione beckettiana che non è ormai solo citata (l’assurdo dei dialoghi, i silenzi, la corda che lega i personaggi) ma riscoperta e incarnata in una mezz’età che la rende più credibile. Molte domande si diceva, ci sono molte domande che bruciano e che, se ieri sapevano di teatro colto, oggi sanno molto di più di vita vissuta, di esperienza generazionale, di amarezza finalmente (e forse malamente) digerita: val la pena aspettare ancora? È valsa la pena? È davvero necessario rispondere a quella voce? È valsa la pena invece rimboccarsi le maniche? Provare a combinare qualcosa e magari affrontare difficoltà che altrove sarebbero state impensabili? La fedeltà è davvero un sentimento fecondo? Quella rapina non era meglio progettarla con più accuratezza e farla, farla sul serio? O non era meglio associarsi a chi le rapine sa farle per davvero? Non era meglio smettere di aspettare quel posto (benedetto o maledetto), quell’inserimento o reinserimento? Non era meglio non credere, in alcun modo e in nessun momento, a quella voce che andava blaterando di star buoni, di azzerare i ricordi, azzerare vite e desideri, rispettare l’autorità costituita? Era meglio andarsene e scappare? Scappare a vent’anni, a trenta, scappare persino a quarant’anni? O far scappare i figli, almeno loro non dovranno più aspettare e certo riusciranno nella vita e almeno qualcosa di buono potranno farla? Sono domande ancora aperte e Massa e Provinzano, che a Palermo hanno scelto di restare a vivere e operare, ne capiscono bene la portata e il peso esistenziale. Quando vent’anni fa Franco Quadri capì per primo la potenza di questo spettacolo e, giustamente, la associò al magistero di Franco Scaldati, decretandone il successo nazionale, non poteva immaginare quale deserto di senso avrebbero affrontato e continuato ad affrontare in seguito quei “ragazzi” che aveva segnalato, quei poveri ladroni senza più alcun Cristo in mezzo a cui rivolgersi. Sicuramente non avendo la forza poetica di Scaldati, sicuramente alimentando una fedeltà – libera e sostanziale - alla potenza efficace dell’arte, della poesia, del teatro dentro la realtà che è il lascito maggiore di quel grandissimo poeta e maestro.

Sutta scupa. 28 maggio, Castrovillari, Festival Primavera dei teatri 2026 | Teatro Vittoria, Prima Nazionale. Di: Giuseppe Massa. Diretto e interpretato da: Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano. Collaborazione artistica di Simona Malato. Luci: Cristian Zucaro. Tecnico: Jean-Mathieu Marie. Una produzione: BABEL con SUTTA SCUPA.

Foto Angelo Maggio