Nello spettacolo KR70M16, Saverio La Ruina, in questo caso drammaturgo, regista e interprete, intreccia tre motivi di enorme gravità e fortissimo impatto: il fenomeno epocale delle migrazioni dal sud al nord del mondo
(un fenomeno enorme, capace di cambiare realmente il volto dell’ecumene), il problema della continua - e strutturalmente colpevole - strage di migranti che, appunto nel migrare, finiscono col dover affrontare pericoli mortali e la sostanziale indifferenza (se non la violenza, l’ostilità, il razzismo, la disumana inospitalità) dei paesi che attraversano e di quelli in cui migrano e infine il significato culturale della Shoah ebraica posta in relazione con altri massacri e genocidi avvenuti o ancora in corso nel mondo moderno e contemporaneo a partire, ovviamente, da ciò che di tremendo oggi Israele sta infliggendo ai Palestinesi con inaudita, indicibile, ingiustificabile violenza. Bastava uno solo di questi temi, forse anche mezzo, per mettere in campo una riflessione importante e necessaria, ma tant’è, di fronte a tanta mole di pensiero e di urgenza politica Saverio La Ruina cosa ha fatto? Ha fatto esattamente ciò che la sua arte gli detta da sempre, ovvero ha creato un dispositivo drammaturgico semplice ma efficace e una situazione d’incanto teatrale e poi ha lasciato che quei temi s’intrecciassero in dialoghi semplici che sanno essere, al contempo, sospesi e concretissimi, leggeri e pervasi di densissima ironia tragica. In questa creazione, ovviamente, è percepibile l’apporto corale dell’intero ensemble di Scena Verticale. In un cimitero finiscono col venire a contatto l’anima (o quel che immaginiamo possa diventare la nostra umanità dopo la morte) di Karamu (Cecilia Foti), un ragazzo migrante morto naufrago presumibilmente nel mare di fronte a Crotone (l’allusione molto evidente e giustamente voluta è al tremendo naufragio e alla conseguente strage a largo di Cutro), incontra l’anima del dottor Strauss (Saverio Laruina), un anziano medico ebreo perseguitato dai nazisti e finito in un campo di concentramento proprio in Calabria (l’ispirazione nel costruire questo personaggio è tratta da una storia vera). Il dialogo tra i due, interessante, tenero ma segnato continuamente dalla consapevolezza dell’enormità dei temi affrontati, è mediato dal burbero e umanissimo custode del cimitero (Dario De Luca). Sono due i movimenti che definisco l’asse drammaturgico di questo lavoro: da una parte la consapevolezza che privare una persona del nome proprio, magari sostituendolo con un’anonima sequenza di lettere e numeri (in questo caso KR, perché il cadavere sarebbe stato rinvenuto nei pressi di Crotone, 70, in quanto settantesimo ritrovamento, maschio di sedici anni) è l’ultima, forse la più grave, delle offese che possono portarsi all’umanità; dall’altra l’idea, paradossale ma giusta, sensata e sfidante che quello di consolare, aiutare, proteggere e persino guarire oppressi e perseguitati sarebbe dovuto essere il compito storico e, in qualche modo, profondamente identitario del popolo Ebraico, mentre è quasi inutile aggiungere parole a commento di quanto di disumano e ingiustificabile sta compiendo il Governo di Israele ai danni dei palestinesi, tracimando dalla misura legittima della difesa a quella della vendetta.
KR70M16 – Naufrago senza nome. 29 maggio, Castrovillari, Festival Primavera dei teatri 2026 | Teatro San Girolamo. Scritto, diretto e interpretato da: Saverio La Ruina Con: Cecilia Foti e Dario De Luca. Musiche originali: Gianfranco De Franco. Disegno luci e illustrazione: Dario De Luca. Luci e audio: Daniele Nocera. Costumi: Cecilia Foti. Responsabile allestimento: Giovanni Spina. Assistente alla regia: Rosy Parrotta. Organizzazione: Egilda Orrico. Amministrazione: Tiziana Covello. Produzione: Scena Verticale.
Foto Angelo Maggio