Il Campania Teatro Festival 2026 quest’anno sottolinea, all’interno del suo logo, la volontà e la necessità di pace: UNIVERSO DI PACE è lo slogan che ritroviamo riprodotto sulle magliette, sui gadget, sui ventagli immancabili.
Un Festival che attendevamo, che era rimasto in silenzio a lungo e che si è rivelato improvvisamente, presentando un programma per alcuni versi interessante in alcune scelte, meno prorompente per altre, rispetto agli anni precedenti. I teatri che accolgono gli spettacoli e le compagnie sono quelli storici della città di Napoli, conosciuti e riconosciuti, facilmente accessibili, ricreando un circuito di luoghi che accompagnano gli spettatori all’interno del centro della città. Il programma presenta anche eventi in altre province o all’esterno del centro di Napoli, sebbene la maggior parte degli spettacoli e dei concerti si svolgerà all’interno della città. Il debutto, quest’anno, è affidato alla regia di Roberto Andò, regista, sceneggiatore, scrittore, saggista siciliano, che guida il Teatro di Napoli come Direttore Artistico (Teatro Mercadante, Ridotto del Mercadante e Teatro San Ferdinando) e il cui ruolo è stato riconfermato fino al 2029. Lo spettacolo di apertura, in scena il 12 e il 13 giugno, calca le scene dello storico Teatro Mercadante, ed è interpretato dal napoletano Renato Carpentieri, attore teatrale e anche cinematografico, che rappresenta una delle colonne più importanti della storia del teatro napoletano ed italiano. La scelta ricade sul famosissimo testo di Beckett, L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP, del 1958, a cui si aggiunge, nell’ultima parte, il brevissimo testo di Pinter, dal titolo PRESS CONFERENCE, del 2002, che Andò ha voluto fortemente inserire all’interno di questo connubio, ritenendo il messaggio attuale e di grandissimo impatto. In effetti ha centrato l’obiettivo. La motivazione della scelta di unire due testi che sembrano non congiungersi per tematiche e interpretazione, viene rivelata dallo stesso Andò, che nel 2006 assiste alla messinscena de L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP, a Londra, invitato dallo stesso Pinter che recitava nello spettacolo e il quale gli aveva spesso parlato della sua famosa devozione nei confronti di Beckett. Possiamo quindi comprendere come questo spettacolo, definito “dittico”, rappresenti in realtà l’utilizzo di un famoso testo di Beckett per portare alla luce il pensiero di Pinter e il ricordo doveroso a questi due grandi autori del Novecento. Pertanto, sarebbe opportuno, sebbene complesso, leggere e osservare questo spettacolo attraverso gli occhi di Andò che ammira Pinter che a sua volta ammira Beckett e, quindi, inevitabilmente, tutti filtrano fortemente il messaggio attraverso uno sguardo personale e legato ad epoche diverse. La scelta dell’interprete ricade su Renato Carpentieri, attore di esperienza, che rispetta quanto richiede Beckett nella lunghissima didascalia iniziale, il quale si sofferma, quasi ossessivamente, su ogni singolo particolare del vestiario e della fisiognomica del personaggio. La lunghissima didascalia appare come un micro saggio di regia, in cui ogni singola azione, il tempo ed anche il respiro, sono scanditi attraverso una partitura millimetrica che Andò rispetta fedelmente. Carpentieri indossa con esperienza questo testo, interpreta Krapp così come lo immaginiamo, ma soprattutto dialoga con se stesso giovane, attraverso la voce registrata sulle bobine – parola chiave quest’ultima! – percorrendo un silenzio disordinato che in realtà comunica tantissime informazioni. La comprensione del racconto avviene per gradi, per gesti, attraverso una circolarità ripetitiva che si manifesta non solo nel riavvolgere il nastro, da ascoltare o da incidere, ma anche nelle azioni. Mentre Beckett prevedeva un movimento verticale, dal fondo al centro della scena, evitando le uscite lateralo, Andò utilizza le quinte, soprattutto nella parte sinistra, per dare vita ad un movimento orizzontale: l’attore, infatti, scompare brevemente, ma il vuoto del silenzio viene riempito da rumori in lontananza, provocati dal personaggio nel cercare oggetti in mezzo alle cianfrusaglie accumulate in casa nel corso di un’intera vita. Il mostrare realmente montagne di oggetti in scena avrebbe, in effetti, sgretolato l’impatto metaforico che pervade e sostiene l’intero racconto, cioè quella metafora della vita che è stata, dei momenti del passato, immortalati in una fotografia, in un ricordo, su un nastro. L’intero spettacolo è costruito su diversi piani di narrazione: dalla lunga didascalia riportata nel testo, in parte di natura narrativa, alla narrazione vera e propria, che l’attore in carne ed ossa non presenta attraverso la recitazione, ma coordina e amplia con gesti, mugugni, espressioni, versi, parole spruzzate, che si intersecano con la narrazione “fittizia”, quella riportata attraverso l’ascolto dei nastri. La catalogazione delle bobine e la scelta di imprimere il ricordo e la memoria su nastro, caratterizzano una narrazione dialogica finta, poiché l’attore dialoga con il pubblico attraverso una mimica a tratti infantile o da anziano svampito, per poi accomodarsi alla scrivania, interrogando il nastro e dialogando con esso e con il giovane sè stesso. Un attore di esperienza come Carpentieri è solido fondamento e guida di una tale interpretazione, complessa, viscerale, faticosa e monologante, in effetti. Una bobina particolare, la più importante per Krapp, cristallizza nel tempo un momento felice, forse l’unico e ultimo momento veramente felice: ecco, dunque, che il pubblico comincia a ricostruire l’impianto narrativo. L’incontro fortuito con una donna, l’amore, la barca, la notte, il silenzio, l’addio. La scena è costruita attraverso uno spazio vuoto, al centro una scrivania con i cassetti rivolti al pubblico, come richiede lo stesso Beckett nella didascalia, all’interno dei quali Krapp rovista nei ricordi e nelle cianfrusaglie, attraverso un disordine che raggiunge la pace solamente attraverso la catalogazione delle bobine. Attorno una grande cornice bianca, che ricorda lo stile dei primi televisori e che mette in comunicazione il palcoscenico con la platea. A conclusione della prima parte e in attesa di PRESS CONFERENCE, la cornice si chiude con una apparente quarta parete sui cui vengono proiettati volti dolorosi, che riportano ai dipinti di Munch, di Blake, di Francis Bacon, di Goya, per citarne alcuni. Il teatro si riempie di pioggia e i fulmini invadono la platea. Il gioco di luci e di suoni, sapientemente curati da Gianni Carluccio e da Hubert Westkemper, conducono gli spettatori sotto un fortissimo temporale immaginario. Gli effetti di suono avvolgono, provenendo da ogni angolazione, così da creare una sensazione straordinaria. L’alternanza tra il buio e la luce, tra il bianco e il nero, dona una grandissima eleganza visiva, coniugando perfettamente la visione con le emozioni suscitate dalle parole di questi due grandi autori e con l’interpretazione di Carpentieri. Il passaggio tra i due testi scuote gli spettatori, i lampi e le immagini di volti urlanti e dolorosi segnano il passaggio contrastante tra la narrazione personale di Krapp e l’impatto con le brutture della società. Approdiamo dunque a PRESS CONFERENCE, mentre il palcoscenico, dopo il temporale, si illumina di un bianco accecante. In scena Renato Carpentieri interpreta un Ministro della Cultura seduto su un trono dorato, accanto a lui, accovacciato un bambino, interpretato dal giovanissimo Agostino Cossia. Il breve testo di PRESS CONFERENCE, poco conosciuto ma di grande effetto, è stato pubblicato in lingua inglese nel 2002 e fa parte di una serie di sketches andati in scena tra l’8 e l’ 11 febbraio 2002 al Royal National Theatre a Londra. Il Ministro era interpretato da Harold Pinter in persona, diretto da Gari Jones. Il testo è stato tradotto, nello spettacolo di Andò, da Alessandra Serra. La recitazione di Carpentieri cambia bruscamente, risponde alle domande di giornalisti in voce off, che risuonano in tutto il teatro, ingannando il pubblico che inizialmente pensa che ci siano degli attori posizionati all’interno dei palchetti. Anche in questo caso il dialogo è fittizio, poiché non sono presenti realmente gli interlocutori. La trama è semplice: il Ministro della Cultura è anche capo della polizia segreta di un ipotetico Paese e descrive, davanti alla platea di giornalisti, i metodi feroci per zittire i dissidenti. Dai bambini alle donne, l’esito è violento e le risposte ironiche, perché tutto fa parte di un processo educativo, consentito e necessario. Nonostante il Ministro parli dell’uguaglianza, del rispetto delle leggi e della pace, il concetto di “critical dissent” sembra scalfire la sua pazienza. Come procedere con i dissidenti, quelli più difficili, più pericolosi, quelli, in verità, che vorrebbero abbattere dittature, violenze e false promesse? Il Ministro risponde ai giornalisti ridacchiando e ammiccando, attraverso la splendida interpretazione di Carpentieri. Afferma che bisogna collocarli sotto al letto, nel vaso da notte: «Critical dissent is acceptable – if it is left at home. My advice is – leave it at home. Keep it under the bed. With the piss pot». Nel testo originale la didascalia riporta che i giornalisti di questa “press conference” ridono. Piss pot, termine della quotidianità, vaso da notte in italiano, ma in realtà vaso per la pipì, in effetti, entra all’interno di una intervista in conferenza stampa, pronunciato da un Ministro della Cultura che getterebbe in un orinatoio i dissidenti. La risata dei giornalisti, forse, è il momento più inquietante di tutto il breve discorso, mentre Andò sceglie di far ridere come un automa il bambino, stimolando fortemente la reazione del pubblico che comprende il disastro. Come sottolinea nel suo saggio Fernando Cioni « i drammi di Harold Pinter che vanno dalla metà degli anni Ottanta ai primi anni Novanta ruotano intorno a presunti “dialoghi” fra vittime e carnefici: "One for the road" (1984), "Mountain Language" (1988), "Party Time" (1991), ai quali si possono aggiungere i brevissimi sketch drammatici "Precisely" (1983), "The New World Order" (1991) e "Press Conference" (2002)».
Ricordiamo inoltre che “Il bicchiere nella staffa” (On the road), “Il linguaggio della montagna” (Mountain Language) e “Party time” sono stati inseriti, perseguendo un preciso discorso, nell’ottimo spettacolo “Pinter Party” del 2024, produzione Teatro di Napoli, regia di Lino Musella.
Il registratore, oggetto che ne L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP rappresenta un vero e proprio personaggio, e in PRESS CONFERENCE viene immaginato in mano ai giornalisti, avidi di notizie, viene utilizzato, in questa regia, come oggetto di collegamento visivo e simbolico tra i due autori e i due testi. Andò sceglie di posizionarne due, uno alla sinistra del Ministro e uno alla destra, uno funzionante, testimone di verità e di memoria, e uno fermo, ammutolito, che in qualche modo nasconde le parole indicibili e irripetibili. Carpentieri-Ministro indossa degli scurissimi occhiali neri, che si distinguono nel biancore accecante della scena. La verità è davanti a tutti, bianca e luminosa. Basta spegnere un registratore e indossare degli occhiali neri per zittire la società?
Foto Lia Pasqualino
CAMPANIA TEATRO FESTIVAL 2026
Teatro Mercadante Napoli
12-13 giugno 2026
L'ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett, traduzione Carlo Fruttero
PRESS CONFERENCE di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra
regia Roberto Andò
con Renato Carpentieri
il bambino Agostino Cossia
le voci della stampa sono di Valentina Acca, Annalisa D’Amato, Patrizia Lopez, Andrea Renzi, Lorenzo Vacalebre
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
suono Hubert Westkemper
aiuto regia Luca Bargagna
direttore di scena Teresa Cibelli
assistente ai costumi Pina Sorrentino
assistente al suono Italo Buonsenso
assistente alle scene tirocinante "Accademia di Belle Arti di Napoli" Serena Zhang
datore luci Francesco Adinolfi
video Pietro Di Francesco
macchinisti Enzo Palmieri, Daniele Di Fronzo
sarta Nunzia Russo
segretario di produzione Antonio Turco
trucco Vincenzo Cucchiara
foto di scena Lia Pasqualino
L’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd
una produzione
Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival 26