Il titolo dello spettacolo presentato dalla compagnia Carrozzeria Orfeo, in scena presso la Sala Assoli/Moscato il 15 e 16 giugno, in occasione del Campania Teatro Festival 2026, CUORE DI PORCO, appare immediatamente come un’offesa,
come un appellativo o una caratterizzazione di un individuo. Questo spettacolo, e il relativo e complesso testo, sembrano presentare una natura profondamente ossimorica, che permette allo spettatore di convincersi di aver capito quale strada stia percorrendo la narrazione, per poi deviare continuamente. La sensazione suscitata dal racconto scenico è quella di un percorso su binari, come quello delle montagne russe da Luna Park: ci si avvia, la salita, la comprensione, la decodificazione del messaggio, ma poi si scende improvvisamente, si devia, il messaggio non era quello, cambia e intraprende un’altra strada. Questo accade anche per il titolo. Sotto l’apparente costruzione lineare narrativa, attraverso cui si dipanano intrecci, personaggi ed elementi che confluiscono in un’unica vita, quella del protagonista, si costruisce una riflessione attualissima, surreale, politica, filosofica, spirituale, all’interno di un racconto a ritroso. In effetti il cuore di porco rappresenta l’esito finale, necessario affinché il racconto ricominci dall’inizio. Il progetto si inserisce nel filone di ricerca avviato da Carrozzeria Orfeo nel 2013 con Le Canaglie, collettivo multidisciplinare fondato da Massimiliano Setti insieme agli illustratori Federico Bassi e Giacomo Trivellini, nato per esplorare le possibilità offerte dall’incontro tra tecniche tradizionali di disegno e tecnologie digitali. Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli sono tre giovani autori individuati da Carrozzeria Orfeo nel corso di un lavoro pluriennale di insegnamento con la supervisione di Gabriele Di Luca e con il dispositivo sonoro e visivo de Le Canaglie. L’elemento multidisciplinare è evidente da subito, la tecnica di messinscena appare via via più chiara, nel corso dello spettacolo. La scena è infatti suddivisa attraverso due ipotetiche quinte: a sinistra e a destra tavoli da regia, computer, piccole telecamere. Sullo sfondo uno schermo con il quale interagisce costantemente l’attore, Matteo Berardinelli, recitando un monologo che si trasforma virtualmente in dialogo, attraverso la presenza di personaggi proiettati sul fondo. La sovrapposizione di più piani digitali è gestita dalle due micro regie in scena. La scenografia è costituita da tavole disegnate in cartaceo, sullo stile della graphic novel, riprese da una telecamera posta sul tavolo e rese quindi digitali; gli effetti di movimento e gli oggetti aggiunti sono invece sovrapposti allo sfondo scenografico grazie all’utilizzo di un proiettore gestito dal pc della seconda micro regia. L’attore in carne ed ossa occupa uno spazio ristretto, una sorta di pedana, e dialoga con lo sfondo in video, mentre i due artisti, Bassi e Setti, interagiscono con lui attraverso le postazioni descritte. Ciò che colpisce la curiosità dello spettatore e che fa comprendere il grande lavoro di costruzione registica e scenica che sostiene questo spettacolo, è appunto l’incastro millimetrico tra tutti questi elementi e la bravura dell’attore che riesce a tenere viva l’attenzione del pubblico, calcolando spazi e tempi, al microsecondo, durante la recitazione. Berardinelli, dunque, recita in una compagnia di elementi non umani, sebbene la presenza di Bassi e di Setti sia costante. Essi, infatti, hanno il ruolo di registi, fonici, illustratori, visual designer e voci off insieme, mentre Berardinelli incarna diversi personaggi: dal protagonista, considerato il profeta, alla madre di questo, fino al suo rivale e al coach. Si parla inaspettatamente di tennis e la Terra è arrivata al 2067, anno del maiale, secondo il calendario cinese. La narrazione comincia attraverso la voce di un maiale che vive in un allevamento intensivo, costretto, poi, alla morte violenta per macellazione; si salverà, in un primo momento. Ecco, dunque che la prima idea dello spettatore, subito deviata e modificata, era quella di un racconto sullo sfruttamento degli animali, sull’inquinamento, sull’allevamento intensivo, ma si intende subito che questo spettacolo andrà oltre. Si cambia scenario, si arriva in una città dalle sembianze apocalittiche, si apre una porta in un ambiente virtuale, proiettato sullo schermo, si entra in una stanza. L’attore in carne ed ossa si accomoda, interagendo con il personaggio virtuale. Coach e rivale raccontano a ritroso la vita del ragazzino prodigio del tennis, sopravvissuto al parto, mentre la madre muore, e rinato, da adulto, grazie al trapianto del cuore di un porco, proprio lo stesso povero animale con il quale abbiamo cominciato questo racconto e di cui non capivamo il motivo della presenza. Il ragazzo, divenuto campione di tennis, acclamato nel mondo intero, sembra avere poteri taumaturgici e da profeta. Ecco, quindi, che il rivale lo tradisce, in una situazione surreale: l’apertura dei cancelli del grande campo, l’assalto da parte di tutti i malati e bisognosi del mondo. Il profeta-campione sparisce. La storia sembra assolutamente legata ad un contesto non-sense, in realtà la narrazione appassiona fortemente il pubblico e le tematiche aprono interrogativi profondi e attualissimi: l’insensatezza della vita, la rivincita, il mondo distrutto dagli stessi uomini, la possibilità di rinascita, la bellezza dell’esistenza, la vita e la morte. La madre del campione porta avanti una gravidanza lunghissima, non vuole lasciar nascere il figlio in un mondo terribile, assume un farmaco che prolunga la gestazione, poi partorisce e muore con gran dolore. Il figlio rinasce una seconda volta, da adulto, grazie al trapianto del cuore di un maiale, quell’animale rifiutato e sfruttato, che diventa parte di un uomo. La madre, in effetti, aveva avuto una visione, parlava di ingravidamento con un maiale bianco, anche questo microracconto nel racconto che ci ricorda fortemente il mito del Minotauro, le metamorfosi, gli esseri antropomorfi di tanta letteratura classica, elementi inaspettati che confluiscono in un discorso attuale, fortemente e dolorosamente contemporaneo, in cui sacro e profano si scontrano, combattono, ma tendono a sopravvivere con positività. La donna ingravidata da uno Spirito, la rivincita del ragazzo, il tradimento, il massacro nel campo, la sua sparizione e apparizione nello spogliatoio, i suoi insegnamenti. Può un uomo orfano dal cuore di porco, essere il nuovo Messia? Il nuovo profeta? Del resto, il racconto sembra ricordarci quello del Messia più famoso della storia, storpiato e attualizzato nella nostra contemporaneità. Un discorso inquietante, sconvolgente, ironico, a tratti doloroso e profondo, costruito su una struttura antica, cioè il racconto di una vita, e una messinscena che guarda al futuro. Rimane fortunatamente uno spiraglio aperto: un bigliettino contenuto in un biscotto della fortuna che invita a ricominciare, a iniziare, a sperare, a non demordere. Spettacolo giovane, fresco, contemporaneo, profondo, costruito attraverso una tecnica che presume un’assoluta perfezione in scena, una lunga prova d’attore per il protagonista e la presenza costante della drammaturgia, in un connubio tra passato, presente e futuro che funziona.
Foto Davide Aiello
CAMPANIA TEATRO FESTIVAL 2026
CUORE DI PORCO
Sala Assoli/Moscato 15- 16 giugno 2026
Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
AUTORI CHIARA ARRIGONI, FILIPPO CAPOBIANCO, FRANCESCO PETRUZZELLI
SUPERVISIONE DRAMMATURGICA GABRIELE DI LUCA
CON MATTEO BERARDINELLI, MASSIMILIANO SETTI, FEDERICO BASSI
REGIA GABRIELE DI LUCA, MASSIMILIANO SETTI
ILLUSTRAZIONI E ANIMAZIONI FEDERICO BASSI, GIACOMO TRIVELLINI
MOTION GRAPHIC GLORIA MARSIGLIO
MUSICHE MASSIMILIANO SETTI
COSTUMI STEFANIA CORETTI
CONSULENZA TECNICA DARIO ANDREOLI
UFFICIO STAMPA RAFFAELLA ILARI
UFFICIO PRODUZIONE LUISA SUPINO, GIULIA ZACCHERINI
UNA PRODUZIONE LA CORTE OSPITALE, CENTRO TEATRALE MAMIMÒ, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – CAMPANIA TEATRO FESTIVAL
IN COLLABORAZIONE CON CARTOON CLUB RIMINI