XXII edizione dal 10 al 14 giugno come sempre a Rovigo e nel segno di quella continuità che per il Teatro del Lemming, che lo promuove, vuol dire stare costantemente un passo davanti alla 'tradizione'. È un festival che forse non ama fino in fondo il battage ed i clamori
del 'main stream' istituzionale e della critica ma che è ormai ben conosciuto e, io credo, anche piuttosto 'amato' e comunque dotato di antenne molto sensibili, capaci di intercettare i fermenti giovanili, custodi di nuove tendenze che spesso faticano ad emergere e non solo per ristrettezze economiche, nell'ambizione di essere un ponte che unisce e soprattutto su cui si transita dall'una e dall'altra sponda delle 'generazioni' (è l'esergo che commenta anche questa edizione) che non sanno a volte come conoscersi e riconoscersi.
Soprattutto multidisciplinare, per usare un termine desueto in quanto ormai abusato avendo perso la sua spinta propulsiva, ma non tanto per il fatto di accogliere il teatro nelle sue diverse forme estetiche, dalla prosa alla danza con una persistente 'nostalgia' di cinema, quanto piuttosto dal punto di vista dei linguaggi liricamente amalgamati nell'accogliente seno della musica, tra segno e simbolo, parola e corpo, suono e immagine, in una indagine del mondo che ha l'ambizione quasi rinascimentale di specchiare l'esteriore nell'interiore, il macro nel microcosmo e viceversa.
Così il Festival del Lemming, artisticamente diretto anzi coordinato, come lui preferisce, da Massimo Munaro, non si sottrae anche quest'anno ad una funzione lato sensu 'educativa', di promozione e di stimolo per la creatività giovanile e non solo di quella, in quanto il confronto tra le generazioni le arricchisce tutte e tutti ci arricchisce.
Come sua 'buona' abitudine, Massimo Munaro costruisce il suo Festival nella e per la città, condividendo gli spazi che la città sceglie di attraversare per mostrarsi, così mescolando gli spettacoli al comune vivere della comunità, con benefici per entrambi.
A questo riguardo la XXII edizione introduce una novità apprezzabile nel suo consueto “Prefestival” del mattino, integrando l'introduzione in dialogo diretto con gli artisti degli spettacoli serali con la presentazione di volumi di saggistica teatrale. Un modo molto efficace di contrastare quella sorta di analfabetismo di ritorno da Web che tende ad accantonare la lettura cartacea, imprescindibile invece per ogni corretta e approfondita riflessione. Per dire che in fondo il libro non è sostituibile.
Un tempo purtroppo breve in un luogo periferico che può agganciarsi così, senza falsa modestia ed efficacemente, ai grandi circuiti nazionali ed internazionali.
Ho visto nei giorni della mia permanenza spettacoli interessanti. Quella che segue è la mia breve analisi critica.
OFFICINA OCEANOGRAFICA SENTIMENTALE / Compagnia Samovar
L'Oceano, si badi bene non questo o quell'oceano, ma l'Oceano mitico e mitologico con la O maiuscola è solo all'apparenza fatto di acqua, in realtà è fatto di Pensiero, un pensiero che da sempre l'Umanità, o meglio il 'desiderio' dell'Umanità, costruisce e attraversa senza mai interamente possederlo. Luca Salata, la compagnia Samovar, quando ci accoglie (sette alla volta) nella sua roulotte/antro della Balena tra Giona e Collodi, piena di oggetti che sembrano rilasciati dalla schiuma della risacca e che lui manualmente risistema accumulandoli, ci invita semplicemente a 'guardarlo' questo Oceano per recuperare 'anti-economicamente', insieme al suo pensiero, il 'sentimento' della vita. Il suo biglietto di invito è scritto in una singolare sintassi tra teatro di figura, teatro degli oggetti, arte circense e clowneria che invita al deragliamento e alla trasgressione del comune sentire, mentre lui stesso è maschera/burattino che sapientemente rivela senza tradirli i segreti che custodisce, condividendoli oltre le parole. Onirico e ironico, che a volte sfugge ma sono pur sempre un anagramma, la drammaturgia è fatta soprattutto di visioni suggerite che però ognuno di noi compone come meglio desidera. Si chiude distopicamente con lacerti di voci e parole dal futuro, di chi coltivando il sentimento è sopravvissuto al naufragio di una civiltà appiattita e sterilizzata da troppa 'economia'. Breve ed intenso come una poesia carpita per caso dall'orecchio disattento. Un bello spettacolo che merita fortuna.
Di e con Luca Salata. Produzione Compagnia Samovar. Coproduzione Circo el Grito, SIC.
Ai Giardini Due Torri, mercoledì 10 e giovedì 11 giugno.
PARTITURA DI STAGIONI. Concerto per Mahvash Sabet / Comp. Abrami, Vitali, Coccia
Quando il Teatro in musica o con musica, secondo la famosa e icastica definizione di Edoardo Sanguineti, diventa un Teatro 'di' Musica. È una breve Opera/Concerto su testi ricavati in primo luogo dai versi della poetessa ed educatrice iraniana che le dà il titolo, strutturata in libretto da Sara Abrami e Enrico Vitali che sono anche i creatori ed esecutori della originale e assai bella partitura. Ma poiché la Musica tende sempre, per energia propria, a forzare i suoi confini, l'iniziale suggestione si allarga man mano, includendo altre ispirazioni, estendendosi ad ogni afflato universale di libertà, dalla prigionia come dalle guerre, ma anche dalla schiavitù e dall'esilio di cui il migrante è diventato sanguinante stimma. Parlare e cantare ciò che ci è o sembra lontano è sempre dunque un parlare e cantare di noi, qui e ora. Il tutto regalatoci da un piccolo ensemble strumentale di bravissimi musicisti, in cui spicca la voce calda ed empatica di Serena Vitali, una vera e propria 'guida'. Non a caso i tre, come parte della band “Leda” compongono ed eseguono dal vivo le musica dell'Opera in fieri “Don Chisciotte da Ardere” delle Albe di Ermanna Montanari, che di voce si intende, e Marco Martinelli, che altrettanto si intende di 'Guide'. Molto coinvolgente e dunque da segnalare.
Di Serena Abrami e Enrico Vitali. Con Serena Abrami (voce e basso elettrico), Enrico Vitali (chitarra elettrica e cori), Manuel Coccia (melodica, synt e live electronics). Cura della visione Andrea Fazzini. Collaborazione alla produzione Teatro Rebis.
Al Chiostro degli Olivetani, giovedì 11 giugno.
MI SPAVENTA L'INVERNO / Barbone-Marra
Breve ma intensissima performance coreografica che si apre improvvisa e casuale alla fine di una manifestazione di associazioni per la Palestina tenuta su quella stessa piazza. La cittadinanza che ha partecipato, folta, a quel dibattito si gira all'unisono e apre il suo sguardo sul Mare al di là del quale divampa la guerra asimmetrica dell'oggi. Il luogo fisico di questo mare tra le terre è il corpo stesso delle due bravissime danzatrice, opaco e non attraversabile come un segno irriducibile della condizione umana, una ferita aperta sull'Universo e sulla Civiltà Virtuale che oggi più che mai sembra 'temerlo' e cerca di dissolverlo o farlo 'schiavo'. Il simbolo diventa concreto movimento che avvolge la memoria dei tanti naufraghi, passati e ancor più presenti, che quel mare hanno 'fisicamente' solcato, navigatori e migranti travolti dalle sue onde. Il loro (e il nostro) corpo è il luogo di questa memoria e anche la sua salvezza. Le due danzatrici intrecciano così sulla diagonale del palcoscenico, quasi una croce, storie dimenticate ed alla fine, come una michelangiolesca Pietà, espongono la morte alla pietà e al sentimento di tutti noi che stiamo sulla 'riva'. Daria Barbone e Alessia Marra sono le due giovani coreografe e danzatrici, raffinate nella tecnica perfezionata in lunghi studi soprattutto in Germania ove sono residenti, ma soprattutto cariche di un sentimento che attraverso il gesto e il movimento generano e trasmettono. L'inverno di questo mare crudele può esserne forse riscattato. Bello e commovente.
Ideazione, coreografia e interpretazione Alessia Marra e Daria Barbone. Sound Bjorn Eichhorn. Produzione Officine Joniche Arti, in occasione del Globo Teatro Festival Periferia 2025.
Ai Giardini Due Torri, venerdì 12 giugno.
UNTITLED#22 / Daniela Vitale – Polka Dots
“Paesaggio per angeli che scompaiono” recita il sottotitolo di questo spettacolo performativo che sembra un dialogo tra l'esistente e l'apparente, tra l'al di qua e l'al di là, divisi come “Angeli sopra Berlino” di Wim Wenders dal sottile vetro di un obiettivo fotografico. È ispirato alla vita e agli scritti della fotografa americana, essa stessa figlia di Artisti, Francesca Woodman, morta giovanissima quasi bruciando da due parti la candela della propria vita. Dalla parte delle parole, che Daniela Vitale recupera da diari e altri scritti costruendo una robusta tela drammaturgica, e dalla parte delle immagini fotografiche che prendono posto in scena. La loro unione è anche in questo caso 'corpo', il corpo della performer sospesa tra identificazione, lasciata qua e là trapelare, e distacco, tra immedesimazione tragica e difesa della propria 'diversità'. Un male di vivere condiviso che “l'eccesso di vita” della Woodman non lenisce ma può accentuare fino alla morte. Daniela Vitale è brava e, pur giovane, si è strutturata in esperienze con alcuni dei nomi più prestigiosi della scena italiana, da Romeo Castellucci a Sosta Palmizi. Sotto quella robusta trama drammaturgica, un dolore che non ha ancora nome. Perturbante.
Drammaturgia e regia Daniela Vitale. Con Daniela Vitale. Video Salvatore Insana e Daniela Vitale. Musiche originali Daniel Calvi. Scenografia Francesca Innocenzi. Drammaturgia del movimento Giselda Ranieri e Daniela Vitale. Produzione Teatro del Carro, coproduzione Festival Opera Prima.
Al Teatro Studio, venerdì 12 giugno.
L'EDIPO DEI MILLE / Teatro del Lemming
A trent'anni dall'esordio, il Teatro del Lemming recupera e ripropone il suo spettacolo 'Manifesto'. Però “L'Edipo dei Mille” è la stessa cosa di “Edipo – Tragedia dei sensi per uno spettatore” e insieme non è la stessa cosa, poiché introduce nella sua elaborazione un elemento nuovo e in parte diverso, quello che Massimo Munaro, suo creatore, definisce 'pedagogico'. Infatti ora è lo spettacolo stesso, pensato per condurre “dei giovani attori a fare esperienza diretta di una drammaturgia compiuta”, che si fa 'guida'. D'altra parte, sempre coerente con sé stesso, lo spettacolo continua a condurre, attraverso Edipo, il suo singolo spettatore ad una esperienza emotiva fortissima, che talora necessita di immediato supporto, ma è come se questa esperienza fosse ora mediata due volte, una prima volta per gli allievi che se ne assumono il carico ed una seconda volta, da parte di questi, per lo spettatore che accetta di 'accecarsi' per entrare in sé stesso attraverso la scena. Una sfida rinnovata in tempi di massificazione spinta del pubblico e impegnata al recupero dell'identità e dell'individuo che prima di essere parte di qualcosa deve essere, guardare e conoscere sé stesso. Detto questo, la struttura di questa singolare drammaturgia è invariata. Accolto in un ambiente buio il nostro contingente Edipo (tutti ne custodiamo uno anche senza saperlo) viene bendato e penetra nelle oscure stazioni della propria coscienza fino alla rivelazione finale quando, sbendato e dopo essere stato messo di fronte alla propria immagine nello specchio, 'vede' e dunque 'sa' il bacio incestuoso della vita, il peccato da espiare vivendo. Perturbante come sempre ma paradossalmente illuminante come sempre, nelle mani già esperte dei giovani allievi guidati dall'attrice Diana Ferrantini. Un'esperienza attraverso la quale la pedagogia prende anche la forma, nel segno del Festival, di un passaggio di consegne 'generazionale'.
Drammaturgia, musica e regia Massimo Munaro. Con gli allievi Grazia Miscia, Matteo Fraschetti, Monica Attianese, Margherita Antonini, Barbara Cavaliere e Alessio Pucci, guidati dall'attrice Diana Ferrantini.
Nei Sotterranei Due Torri, dall'11 al 14 giugno.
Per chiudere il Festival rodigino si è domandato dal primo all'ultimo giorno che cavolo aveva guardato. “Che cavolo guardi?” infatti era il titolo del laboratorio di sguardo guidato, giornalmente, da Michele Pascarella, che appunto 'ha guidato' sia il laboratorio che lo sguardo. Un'iniziativa interessante, nel solco di una nuova sensibilità rispetto alla critica teatrale e alla ricerca di un suo recupero linguistico e funzionale e di un suo cambio generazionale. Il laboratorio, che ha prodotto anche elaborati scritti, se anche non stimolerà nuovi critici professionali comunque potrà portare gli spettatori ad una maggiore consapevolezza.