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Questa drammaturgia, di e con Chiara Fenizi e Julieta Marocco, è un bell'esempio di teatro comico al femminile (in qualche modo io credo le attrici/autrici avessero in mente come modello le interpretazioni ad esempio di Franca Valeri e Bice Valori

oltre alla compianta Anna Marchesini), un teatro in cui qualche volta si ride con e di gusto ma sempre si sorride spesso amaramente, di quel sorriso per il quale, incerte se volgersi all'insù o all'ingiù, le labbra si stringono come per un limone aspro.
Ma oltre quelle suggestioni formali e recitative, le due protagoniste mi paiono aver attinto anche ad altre interessanti corrispondenze, nel campo aperto da Samuel Beckett ed Eugène Ionesco ad esempio, in quanto lo spettacolo sembra indagare con buona perspicacia l'assurdità del normale ovvero la normalità dell'assurdo.
Tra un 'qui' ed un 'lì' sempre indefiniti, attendendo Godot, due giovani donne si recano ad una festa forse in discoteca, invitate da chissà chi.
Alla festa sono rappresentate tutte le figure più icastiche della modernità socio-borghese, dall'inevitabile Assessore, al Direttore e al Dottore, nonché l'altrettanto inevitabile 'Signora Bene' con i suoi figli.
In un ribollire, quasi un'infernale e contemporanea 'bolgia' dantesca, di luoghi comuni e convenzioni le due donne si muovono incerte e convulse prelevando da una grottesca biblioteca sempre piena di banalità ciò che dovrebbe servire loro per costruirsi e consolidare un ruolo, un'identità che finalmente le possa collocare nel Mondo, per darsi un 'tono' che, alla fine, sia il più possibile 'coerente'.
Impresa praticamente disperata, e le due sembrano esserne pienamente consapevoli, ma necessaria e che man mano che procede, con più sconfitte che vittorie, più che rivelare sé stesse disvela il mondo che le circonda.
Se vogliamo un discorso sul linguaggio stesso piegato sempre di più oggi ad altre esigenze che non siano la 'verità', se esiste, o la 'sincerità', ormai dimenticata, e che si dipana elastico in un continuo gioco di specchi scenico, segnico e simbolico, per cui le due forse sono 'una', o quattro o addirittura otto.
Con loro vaghiamo alla ricerca di una 'Comunità' perduta nei riti di una modernità che fingendo di esaltare l'individuo lo dissolve, disarticolando la comunità stessa e le relazioni che essa fonda, e così lo controlla con molta più facilità.
Uno spettacolo molto interessante, fondato su un'intuizione singolare e profonda, ma che talora un po' si disperde come le due personagge, mentre entrano speculari in scena, inquietanti doppi l'una dell'altra ad alimentare quel vago senso di inquietudine e di 'pericolo' che si impossessa con loro dell'intera scena.
Chiara Fenizi e Julieta Marocco lo interpretano con buona maestria, con una mimica ammiccante oltre lo sguardo superficiale ed una prossemica che con abilità ripercorre e enfatizza la 'confusione' di questo nostro oggi.
Parlano una lingua che richiama il rumore di fondo dei nostri tempi, quello stesso rumore che percepiamo 'sempre' nelle città convulse anche quando sembrano silenziose, un rumore da cui emergono parole naufragate nella tempesta cui disperatamente aggrapparci prima di esserne assorbiti e affogare.
Una lingua in cui la parola ripetutamente abusata scade, come direbbe Walter Benjamin, nella ciarla inutile e sterile abbandonando nel fango ogni sua 'divina' aura.
Buona al riguardo la scelta dell'accompagnamento musicale.
Un testo dunque fatto soprattutto di suoni che a volte assumono o suggeriscono significati, anche se non ne afferriamo il senso, nel continuo alternarsi di ironia, sogno, grottesco e nonsense comicamente cosmico.
Nell'ambito della ventottesima edizione di “SUQ Festival” di Genova, creato da Carla Peirolero, che mostra di sapersi ben muovere non solo tra i confini etnici o geografici, come sua missione, ma anche tra i confini 'linguistici' ed espressivi tout court. SUQ infatti non è solo o tanto un mercato, quanto soprattutto un crocevia di storie di vita e purtroppo di morte, intercettate da questo festival come dalle reti dei pescatori mediterranei.
Un'isola antropologica e drammaturgica accaduta sulla bellissima Isola delle Chiatte, proprio al centro del Porto Antico di Genova, venerdì 19 giugno. Il pubblico ha capito e apprezzato.

SI SON FATTE LE DUE, ideazione e regia Chiara Fenizi, Julieta Marocco, con Chiara Fenizi, Julieta Marocco, compagnia Muchas Gracias, coproduzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Teatro C’Art e Muchas Gracias.