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Chi è veramente Bélda, la protagonista di questo spettacolo, strega o guaritrice ovvero capro espiatorio che assume su di sé il dolore e il peccato del mondo, persa nel tempo e nello spazio delle campagne romagnole e della lingua, dura e metallica come le zolle rivoltate, che le attraversa e feconda?

Bélda narrativamente è tutto questo, ma liricamente e drammaturgicamente non è solo e non è soprattutto questo, perché lei è paradossalmente il buio che cerca (e forse trova) la luce, è l'oscurità che si squarcia liberando quella luce che da sempre custodisce e che come una lama apre i cieli forse alla ricerca di un Dio oppure per accecarlo.
Mi capita spesso a proposito del capro espiatorio di rifarmi a René Girard, che sull'argomento ha molto 'pensato', ed infatti circa la 'savia follia' dell'indemoniato così scrive il filosofo francese commentando i Vangeli: “la guarigione (qui dell'indemoniata Bélda) in se stessa, certo si presenta come un duello tra Gesù (la luce) e il demone (l'oscurità), ma sia dopo che prima c'è sempre la folla intorno a Gesù”.
Infatti il demone che possiede Bélda non è singolo ma è una molteplicità, è una 'Legione', è la Società di quel piccolo paese che precipita le sue angosce e colpe nella 'strega', guarendone attraverso di essa.
LUS è un poemetto che il il poeta romagnolo Nevio Spadoni scrisse nel 1995 per Ermanna Montanari, in senso lato dunque un 'libretto per voce' che il Teatro delle Albe ha continuato in questi trent'anni a portare più volte in scena e che oggi propone in una nuova versione, come di consueto ideata e diretta dalla stessa Ermanna Montanari e da Marco Martinelli, che ne rinnova il fascino sonoro e visivo così profondamente musicale attraverso mai interrotti studio e ricerca.
Un testo creato pensando ad un corpo e ad una voce singolare, quello e quella di Ermanna Montanari impastati quasi nella parola poetica che vi lievita, e come succede in questi casi, ce lo ha insegnato Edoardo Sanguineti, questa sonora fisicità, potenziata dall'utilizzo del comune dialetto romagnolo, è capace di illuminare meglio l'universale che si nasconde e talora degrada nella piatta parola 'ordinaria'.
Diceva infatti Sanguineti che quando si scrive per il teatro è sempre opportuno farlo pensando al corpo e alla voce di chi quella parola porterà in scena, a confermare l'indissolubile legame tra parola scritta e detta.
Sullo sfondo di un paese di provincia, piccolo ma vasto come l'universo interiore, Bélda, la strega da tutti negletta di giorno ma da tutti cercata di notte, combatte una battaglia, una impossibile battaglia di libertà e di 'verità' che, oltre a se stessa, coinvolge la madre Armida morta lei bambina, il Parroco (e forse padre) che ha rinnegato entrambe facendo trasferire in terra sconsacrata il corpo della madre, e insieme a loro tutti, una battaglia per la 'Luce' a illuminare l'oscurità del mondo ma soprattutto l'anima di ciascuno.
Perché Bélda guarisce ogni male del fisico e soprattutto dello spirito ed è stufa di farlo di nascosto e nell'oscurità, vuole la luce anche sui suoi peccati, anche sul malefizio con cui avrebbe ucciso il prete/padre, in fondo vuole finalmente morire ma, come si sa le 'Fate' non muoiono mai, si trasformano solo.
Un asperrimo e travestito inno alla femminilità dell'umano, che antropologicamente assume nella strega il fascino dell'attraente e del repulsivo insieme, come lo schema profondo di un progetto divino che il mondo e l'umanità ha man mano tradito e degradato, fino agli esiti della contemporaneità.
Per questo in fondo lo spettacolo, anche questo ultimo in dialetto con sovratitoli in italiano, è una 'rivelazione' che attraversa un testo in cui un generico orizzonte religioso è negato ma presente credo, e incontra in scena il suo 'medium', incontra Ermanna Montanari, in un costume 'notte' che lei stessa ha creato, che con la sua voce straordinaria, curata dal continuo e prezioso esercizio, ed il suo corpo, all'apparenza minuto ma dalla forza straordinaria, l'assume su e in sé dando voce ad uno spirito perduto nel limbo dell'eternità per sottrarlo all'inferno della vita e della storia e lanciarlo verso uno sperato e incerto 'Paradiso'.
Ed in effetti gli ultimi versi sono straordinariamente 'danteschi' e ricordano la raggiunta purezza del Pellegrino della Commedia che accede alla visione del divino:
“Sgnòr , t'an s'vu piò? Lus, lus / a voi la lus”
(“Signore, non ci vuoi più? Luce, luce / voglio la luce”).
Nella voce di Ermanna, nelle sue tonalità che battono come il martello sull'incudine o come il battacchio di una campana, ma dolci come antiche ninne nanne, la rabbia si mescola dunque alla speranza, travagliato e indispensabile naviglio per transitare questo mondo, che molto ci somiglia come le bolge dell'inferno, e giungere ad altre spiagge.
La scena stessa è uno squarcio di luce dentro l'oscurità in cui accade, rivelandoci la presenza di Ermanna/Bélda/Armida che racconta innanzitutto a sé stessa poi a tutti noi che ancora siamo in quella oscurità che circonda la luce.
Come noi anche la musica, la bellissima musica dal vivo con contrabbasso di Daniele Roccato disegnata nello spazio con sensibilità da Andrea Veneri, cerca la voce di Ermanna e ad essa si affida per dirci ciò che le parole non ci possono dire, ciò che da quelle parole ha però appreso per svelare il senso profondo del testo di Spadoni.
Così anche le luci, nel disegno di Luca Pagliano, si fanno suono, immagine di suono come ricordava sempre Edoardo Sanguineti.
È uno spettacolo fatto insieme di tagliente violenza e di disarmante dolcezza, di malinconia e rabbia, di un'umanità periferica che meglio di ogni altra ci rappresenta sapendo conservare il sentimento di sé e delle cose, buone o cattive, che fa, talora prendendosene la responsabilità anche per conto di altri.
Al Teatro Rasi di Ravenna il 25 e 26 giugno.

LUṢ, ideazione, scena, regia Ermanna Montanari e Marco Martinelli, voce Ermanna Montanari
, musica, contrabbasso, live electronics Daniele Roccato, testo Nevio Spadoni, regia del suono Andrea Veneri, disegno luci Luca Pagliano
, costume Ermanna Montanari. Coproduzione Ravenna Festival, Albe / Ravenna Teatro.

Foto Enrico Fedrigoli