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Torna con la sua undicesima edizione, dal 30 giugno al 3 luglio, “FUORI FORMATO”, il Festival Internazionale dedicato alla sperimentazione dei nuovi linguaggi e delle forme espressive della danza contemporanea. promosso dal Comune di Genova e affidato, come di consueto,

alle cure di “Teatro Akropolis” e di “RETE Danzacontempoligure” che lo organizzano nel cuore (ex) operaio di Genova, nella recuperata Villa Durazzo Bombrini di Genova Cornigliano un tempo dentro i confini della (ex) Italsider, nonché in parte a Palazzo Ducale nei pressi del centro storico, e ovviamente ne selezionano con grande perspicacia e 'intelligente' sensibilità gli spettacoli e le proposte', ogni anno sempre più numerose.
Si aggiungono poi una sezione di videodanza e la sezione EXTRA (la danza in 1 minuto), che chiudono ogni giornata del Festival, curate invece da “Augenblick”
Un 'Format' un po' 'fuori' dunque, fuori dai luoghi più istituzionalmente teatrali, e anche fuori dagli schemi delle scelte più consuete che, così, porta a Genova esperienze internazionali che è raro vedere in città, richiamando i giovani che spesso disertano ciò che assomiglia troppo ad un glocalismo (bruttissima parola) auto-celebrativo.
Il Comune di Genova si conferma pertanto nel merito di sostenere e volere, con costanza, investire su iniziative volte a questi obbiettivi. Confidiamo allora che l'amministrazione cittadina proseguirà anche nei prossimi anni su questa importante strada magari implementandola visto il gradimento ed il successo di pubblico.
La prima giornata ha subito 'conosciuto' spettacoli di grande interesse che hanno stimolato la riflessione.

fuoriformato326SETTEMBRE NON ARRIVERA' MAI (STUDIO) / Noemi Piva (Italia)
È uno spettacolo interessante questo della giovane Noemi Piva formatasi nel fecondo vivaio di “Sosta Palmizi”, forse talora un po' troppo ripiegato in se stesso, ma, credo, più per un 'tipico' tratto generazionale italiano che per una consapevole scelta estetica. Si legge infatti, in esso, il tentativo dal sapore 'proustiano' di rendere il ricordo e con esso il sogno materia concreta, nel corpo e nel suo gesto mentre danza, se non addirittura di renderlo in qualche modo 'oggettivo' oltre il 'suo' tempo, strumento per mostrare il presente più che il passato. Il gioco dell'infanzia, che essendo stata è sempre come in una casa di bambole tra tazzine e piattini e manipolazioni in pongo, diventa coreograficamente presentazione del sé oggi, non un 'filmino' familiare ma vera e propria presenza e di conseguenza un 'giudizio' sul mondo che ci circonda. Un esserci qui e ora guidato da un destino che ci precede e con cui facciamo ogni giorno i conti con le nostre scelte. Come quando si visita una vecchia soffitta, vi si nasconde una sorta di drammaturgia della vita, in cui i toni infantili maturano nella consapevolezza della parola messa a confronto con la 'realtà'. In fondo un invito kantiano rivolto a tutti noi. È tecnicamente brava la coreografa e danzatrice, soprattutto a padroneggiare e organizzare nel movimento scenico stimoli e pulsioni che emergono dall'interno, anche se, trattandosi di uno 'studio', la più puntuale valutazione critica deve essere rimandata all'esordio ufficiale dello spettacolo, che, come ha voluto precisare la danzatrice e coreografa, sarà integrato da musica 'live'.
Nella Corte di Villa Durazzo Bombrini, martedì 30 giugno.
Danza, concept, testi e scene: Noemi Piva | Sound design e performer: Lorenzo Minozzi | Supporto alla drammaturgia e consulenza testi: Giovanni Onorato | Co-produzione: S’ALA, Sosta Palmizi | Residenze artistiche e produttive: S’ALA, Marche Teatro/ InTeatro, Teatro Linguaggicreativi, DAS.

fuoriformato126BOLERO / Kinetic Orchestra (Finlandia)
Capita sempre più spesso di intercettare spettacoli che invece di portare in scena lo spettacolo stesso ne rappresentano il backstage, il suo farsi attraverso le 'prove', quasi a ricordarci come la Vita stessa, di cui lo spettacolo è più che inestricabile metafora, non sia in fondo anch'essa una prova in corso per uno spettacolo che verrà rappresentato in uno shakespeariano domani, o un dopo-domani ovvero un dopo chissà quando e chissà dove e come. Questo si legge, a mio parere, tra le righe della bella coreografia del finlandese Jakko Mandelin, protagonisti gli altrettanto bravi Luca Bologna e Hugo Sellam attentissimi a mantenere la 'separazione' tra vita e spettacolo ma anche la inevitabile loro fusione, che appunto si apre e si chiude su una “prova aperta” per un futuro “Bolero” di Ravel, che del battito del cuore della vita è suggestione ripetuta e ritmica sotto la melodia incalzante. Un duetto in 'prova' in cui i due protagonisti sono alle prese e al cospetto di uno 'strano' coreografo che, come un Dio spinoziano sembra non interessarsi più di loro dopo aver affidato a ciascuno la propria 'parte' e il proprio 'destino', fino ad essere, come la leopardiana Natura di un universo gnostico, del tutto 'indifferente' alla loro sorte, che pur custodisce e governa. L'ispirazione che guida il coreografo diventa così una vera e propria 'ironia', ed in essa pare dissolversi, nel nero umorismo della contrapposizione e dell'improvviso 'abbandono' mentre esce di corsa, telefonino in mano, dal palcoscenico tra gli apparentemente 'basiti' danzatori, strumenti ormai inutilizzati del suo 'genio'. Una drammaturgia del gesto e del movimento all'apparenza 'semplice' se non fintamente banale che porta in scena una complessità che si nutre alle fonti della ragione e insieme del sentimento. E così lo spettacolo diventa paradigma della vita, delle nostre vite. La qualità tecnica della danza è notevole, alternando movimenti classici a quelle escursioni nell'atletismo corporeo che, nell'insegnamento di Antonin Artaud e del suo 'atleta del cuore', nutre molta danza contemporanea e non solo maschile.
Sul Palco del parco di Villa Bombrini, martedì 30 giugno in prima nazionale.
Di e con: Jarkko Mandelin | Con: Luca Bologna, Hugo Sellam | Sound design e composizione: Janne Hast | Produzione: Kinetic Orchestra | Foto / video: Neon Eye Productions Ltd.

fuoriformato226ANDROGYNE / CIE Gamart (Libano-Francia)
La giornata si è chiusa su uno spettacolo di altissimo livello, non solo per tecnica ma anche per la capacità rara di 'concettualizzare' attraverso la danza, senza nulla perdere in sentimentale spontaneità ma interpretando anche qui esteticamente la 'ragione' attraverso il 'sentimento' e viceversa. In “Androgyne” infatti, la coreografia del libanese Nour Joseph Gebrael che ne è anche interprete insieme al francese Matthieu Convert, chiaramente ispirata alle danze “tournantes” dei “Dervisci”, precipitano riflessioni e suggestioni che si alimentano attraverso il “sufismo” nella sensibilità e nella stessa filosofia, tra Mediterraneo e Medio Oriente, che custodisce e trasmette l'antico mito dell'Androgino. Dal platonico ed erotico “Fedro”, con il suo essere umano 'mela' tagliato in due, all'ellenistico Plotino e poi alla metafisica zoroastriana che tanto ha affascinato Friedrich Nietzche. Scrisse a proposito del divino, un 'divino' senza 'religione', e della danza il filosofo tedesco nel suo Zarathustra: “E con le lacrime agli occhi dovrà pregarvi di danzare; e io voglio cantare una canzone per la sua danza”. Il mito cioè, anche biblico, per il quale l'essere umano nell'oscurità dei tempi è nato uomo e donna insieme per essere poi 'infelicemente' separato. La separazione e la distinzione appare dunque come un taglio mal riuscito, come uno strappo doloroso che ha lasciato nel maschio la nostalgia del femminile e, specularmente, nella femmina la nostalgia del maschile, e non solo 'allora' ma ancor più oggi, in quel senso di incompletezza che sembra in vario modo emergere nonostante le gabbie di una civiltà fattasi borghesemente 'differenziale', diseguale e patriarcale. Così i danzatori, come i due “Dioscuri” classici, gemelli uguali e contrapposti a forza sulla strade di destini conflittuali, all'inizio 'uniti' si separano nel movimento rotatorio che li allontana ma insieme, poi, li riavvicina nella traiettoria che mai riesce a superare con il suo 'cinetismo' l'intima forza di gravità che li attrae inevitabilmente. Una nostalgia di interezza identitaria, che può essere richiamata solo nella 'trance' del movimento rotatorio che disegna il cerchio magico della consapevolezza di ciò che è perduto e non potrà mai essere recuperato veramente. Uno spettacolo coinvolgente e affascinante che idealmente ci trascina dentro il suo, talora ipnotico, movimento, mentre la bella musica tambureggiante ci protegge come una fortezza dalle interferenze del mondo. I due eccellenti danzatori hanno saputo portare in scena, nella tradizione, il nuovo afflato che percorre la danza europea, alla ricerca di nuove ma antichissime radici che la alimentano come inesauribile fonte.
Alla Corte di Villa Bombrini, martedì 30 giugno, in prima nazionale.
Coreografia: Nour Joseph Gebrael | Musica: Eduard Konovalov e soundtrack di Zaatar | Performer / Whirlers: Nour Gebrael, Matthieu Convert | Costumi: Annamaria Di Mambro| Light designer: Camille Doll.

Il Festival continua tutti i giorni fino al 3 luglio, con altri spettacoli, incontri e l'assegnazione del premio “Futura” al miglior film della sezione di videodanza “Stories we dance- Laboratorio Italia” il primo luglio e poi dei premi della medesima sezione “International Video Dance U35” il 2 e “International Video Dance” il 3 luglio.